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Adozione da expat: un’esperienza italo-indiana 

Nazionale o internazionale? L’adozione per gli expat  è un’esperienza a sé, in cui il supporto psicologico esterno, come in tutti i percorsi adottivi, continua a rappresentare una luce guida per la crescita della nuova famiglia

Le coppie che oggi nel nostro paese scelgono il percorso dell’adozione possono intraprendere il percorso nazionale o internazionale, oppure entrambi quasi in parallelo. 

Ma come funzionano le cose per gli italiani che vivono all’estero?

Secondo la Commissione per le Adozioni Internazionali italiana, se gli aspiranti risiedono in un Paese estero da almeno due anni con carattere di stabilità possono seguire la procedura stabilita dalla normativa del Paese in cui risiedono, attivandola in base alle previsioni della normativa del paese stesso, anche per quanto riguarda i requisiti di idoneità.

E’ il caso di Silvia, italiana expat in India da diversi anni, che ha scelto insieme al marito di intraprendere, e portare a termine, il percorso di adozione nazionale di un bambino indiano.

Una nuova legislazione per tutelare l’infanzia

“Quando io e mio marito abbiamo deciso di intraprendere il percorso dell’adozione ci siamo subito resi conto che l’unica strada fattibile era rivolgerci al paese in cui vivevamo e non all’Italia, nostro paese di origine. 

Fare richiesta in Italia sarebbe stato per noi molto complicato, in quanto era richiesto di incontrare funzionari, assistenti sociali di persona e seguire incontri di formazione in presenza.

L’India, dove vivevamo già da 4 anni, ha applicato dal 2005 una nuova normativa in tutela di infanzia e gioventù che ha regolamentato i processi di adozione mettendo al centro i bisogni dei minori. 

Questa legislazione, nata anche per regolamentare l’aumento delle domande di adozione nazionale nel paese, include anche le coppie straniere, dando però la precedenza alle coppie di nazionalità indiana, che più di quelle straniere possono garantire al bambino una continuità culturale nel proprio paese di nascita. 

Le coppie straniere devono garantire, al momento dell’affido pre-adottivo, di non uscire dal paese per almeno due anni, per permettere che l’inserimento del bambino nella nuova famiglia possa essere monitorato”. 

Attesa, procedure, matching: cosa significa seguire un percorso di adozione indiano

Seguire un percorso di pre-adozione in India significa affrontare più che altro un processo burocratico più che un percorso di idoneità, nonostante le esperienze siano varie a seconda dello stato indiano di residenza e dalle associazioni a cui si fa riferimento.

“La nostra esperienza non è sicuramente universale” spiega Silvia “Nel nostro caso non è stato richiesto il percorso di preparazione pre-adottivo che generalmente seguono le coppie che adottano in Italia, sui temi come genitorialità o approccio all’adozione. 

Io e mio marito abbiamo quindi seguito un percorso ‘nostro’ leggendo molto su questo tema e confrontandoci con altre persone, sia in Italia che in India, che avevano concluso un percorso di adozione. Inoltre in quel periodo lavoravo a New Delhi in una comunità per bambini e famiglie, quindi potevo contare sulla mia esperienza in ambito educativo e in problematiche dell’infanzia. 

Nella pratica il percorso che ci è stato richiesto è stato quasi solo burocratico: vivendo lì da diversi anni conoscevamo bene il sistema, la burocrazia e il funzionamento dei tribunali, e questo ci ha resi sereni nell’affrontare le pratiche. Inoltre inizialmente avevamo paura che si trattasse di un ambito gestito da un sistema corrotto, ma ci siamo resi conto di sbagliarci: ci sono uffici che svolgono il lavoro in modo trasparente e ai quali ci si può rivolgere per qualsiasi dubbio”. 

L’affido e la nascita di una nuova famiglia

In India è possibile essere abbinati a due tipi di strutture di riferimento. Le prime, gestite da associazioni o enti privati, funzionano spesso meglio dal punto di vista dell’accoglienza e della gestione del percorso pre e post adottivo, con criteri più simili a quelli italiani. Le seconde, caratterizzate da strutture e orfanotrofi governativi, hanno poche risorse economiche e i servizi sono essenziali. 

Dopo un’attesa di circa un anno e mezzo, siamo stati abbinati a un bimbo in carico a un ente governativo: si tratta di luoghi molto carenti sia dal punto di vista della struttura stessa sia dal punto di vista pedagogico. Spesso si tratta di strutture miste, che accolgono orfani ma anche persone con problemi psichiatrici o di grande indigenza. 

L’accompagnamento pre-adottivo è stato quindi seguito dall’equipe dell’orfanotrofio che ha seguito il matching e gli incontri di conoscenza: una fase che per noi è durata circa venti giorni, allo scadere dei quali nostro figlio è venuto a vivere con noi in affido pre-adottivo, che in India dura due anni. Ma dopo poco più di un anno si è concluso l’iter-giuridico per avere l’adozione definitiva. 

“Devo ammettere che, nel nostro caso, in quel periodo da parte dell’ente non c’è stato un gran seguito se non qualche scambio informale, ma niente di più”.

La consulenza psicologica è ‘normale’ e necessaria

“Dopo un periodo trascorso con nostro figlio abbiamo deciso di cercare una consulenza psicologica; cercavamo qualcuno specializzato nell’accompagnamento di famiglie adottive in grado di darci consigli e darci un parere esterno su come stavano andando le cose nella nostra famiglia. 

Non abbiamo trovato nulla nella nostra città, i professionisti erano a Mumbai, che però era troppo distante. 

Così, dal momento che avremmo dovuto optare per un supporto a distanza, abbiamo deciso di cercarlo in Italia e affidarci a una psicoterapeuta esperta in adozione: a nostro parere, la lingua madre e la conoscenza della nostra cultura e quindi del nostro approccio genitoriale sarebbe stato di forte aiuto.

E così è stato: un percorso molto utile che ci ha aiutati a fare un punto della situazione. Anche se non avevamo problemi particolari, avevamo bisogno di un parere esterno, qualcuno che potesse aiutarci a leggere e comprendere meglio alcuni atteggiamenti o comportamenti.

Io credo che ogni esperienza adottiva rappresenti un caso è a sé, ma è importante avere in mente che un supporto psicologico è un elemento naturale e indispensabile per affrontare un percorso complesso come la costruzione di una nuova famiglia. 

Noi ne sentivamo il bisogno: il bambino porta nel nuovo nucleo famigliare la propria storia e il proprio carico emotivo, trovare un momento per riflettere sul percorso insieme a un professionista che ha visto da vicino diversi casi di adozione aiuta a ‘ricostruire tutti i pezzi del puzzle’ e ci ha indubbiamente aiutato a vivere e gestire meglio la quotidianità. 

Sono consapevole che il supporto psicologico per chi affronta l’adozione in Italia è considerato essenziale da enti ed associazioni. Per noi non è stato così, ma ci siamo resi conto da soli di quanto fosse necessario. Tuttavia credo che anche il sistema italiano potrebbe migliorare: secondo la mia esperienza è importante anche la formazione culturale e linguistica delle coppie che affrontano l’adozione internazionale. Noi ad esempio, che comunicavamo prevalentemente in inglese, abbiamo seguito un corso di hindi durante l’anno di attesa ed è stato fondamentale, soprattutto nella prima fase di conoscenza. Ci ha aiutati a comunicare con nostro figlio e comprendere tante cose di lui. So che alcune associazioni italiane promuovono i corsi di lingua e cultura per questo motivo, ma questo avviene ancora molto poco”. 

Quando il Covid cambia i programmi: il rientro in Italia

“Il supporto psicologico a distanza è stato molto utile quando, dopo un anno dall’arrivo di nostro figlio, abbiamo cambiato città. In seguito abbiamo concluso il nostro ciclo di incontri e raggiunto un buon equilibrio nella gestione familiare. 

Poi è arrivata la pandemia e le cose sono di nuovo cambiate: in India il lockdown è stato un periodo molto lungo e difficile. Tuttora i viaggi da e verso il paese non sono aperti a tutti e i bambini non vanno a scuola da quasi due anni. 

La didattica a distanza per nostro figlio era diventata una quotidianità pesante da sostenere, e continuare ancora a lungo non era l’ideale per nessuno. 

Così circa un anno fa abbiamo deciso di tornare in Italia con lui, restare qui un breve periodo e poi tornare in India. Ma le cose laggiù non sono migliorate e nel frattempo nostro figlio si è inserito a scuola, ha fatto nuove amicizie, e la decisione è arrivata da sé.

Mio marito lavora ancora in India ma tra qualche mese rientrerà anche lui in Italia. 

Le nostre intenzioni erano quelle di non muoverci ancora per due o tre anni, ma in questo momento storico crediamo che per lui sia meglio stare qui: si trova bene e non ha avuto grandi problemi a inserirsi. 

A me piacerebbe ripartire, per l’India o per una nuova destinazione. Non escludiamo l’ipotesi, ma credo che per qualche anno resteremo in Italia: nostro figlio ha bisogno di stabilità”.

di Silvia Trisolino

 

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