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Coppie expat e lavoro: seguire la carriera di entrambi è possibile?

Cosa succede quando è il marito a lasciare il lavoro per seguire la moglie nel progetto d’espatrio? E quando invece, nella maggior parte dei casi, è la moglie expat a mettere da parte le proprie ambizioni? 

Cinzia è seduta sul divano insieme a suo marito e legge il post scritto da una coppia di italiani che vivono alle Falkland. Commenta subito: “Che posto stupendo! Chissà per quale motivo sono finiti a viver e laggiù?” 

Il marito risponde: “Mah, probabilmente il marito è biologo marino ed è andato a fare qualche ricerca sui pinguini!”.

Cinzia lo guarda perplessa. Perché il motivo del trasferimento deve essere il lavoro del marito? Perché non della moglie? 

Una domanda, apparentemente scontata, che apre tante riflessioni, storie diverse e punti di vista, pregiudizi e giudizi, ambizioni professionali messe in un angolo in nome della semplificazione dei ruoli in famiglia. 

Le esperienze delle ‘mogli expat’ sono tutte diverse, ma spesso devono per forza confrontarsi con l’impiego, o il non impiego del partner. Devono giustificarsi, o ritagliarsi nuovi spazi nella società. 

Abbiamo ascoltato le esperienze di Giada ed Elisabetta, il cui impiego professionale è motivo trainante di trasferimento della famiglia e per questo vengono giudicate, e si chiedono perché gli altri vedano “strana” una scelta che sembra ovvia. 

E poi c’è Laura, che segue il trasferimento del marito ma che è riuscita a costruire un nuova professione freelance un nuovo percorso professionale da freelance per poter seguire gli spostamenti del marito. 

Mariti expat che seguono le mogli

“Pochi anni dopo il matrimonio, quando nostra figlia era ancora piccola, ho lasciato il mio lavoro per seguire mio marito all’estero” racconta Giada, expat in Svizzera. “Dopo qualche anno, sentivo l’esigenza di cambiare e soprattutto di ricominciare a lavorare. E’ stata un’offerta di lavoro in un’altra città, sempre svizzera, che ci ha portati ad affrontare  la scelta di trasferirci. 

Nonostante lui non abbia rinunciato al suo lavoro, che svolge prevalentemente da casa, ho ricevuto tantissime critiche e considerazioni non richieste dai parenti e anche da alcuni amici. Prima tra tutti mia suocera: sosteneva che il mio povero marito fosse costretto ad accontentarmi. Secondo lei avrei dovuto adattarmi e accettare la mia condizione di casalinga, nonostante non fosse affatto quello che desideravo. 

Ci siamo sentiti dire che in una famiglia non possono fare carriera entrambi! 

Insomma un periodo è stato parecchio frustrante. Ho capito che è inutile perdere tempo e parlare di pari opportunità a livello politico, ma se non cambiamo la mentalità i ruoli maschio/femmina resteranno sempre rigidi e poco flessibili. 

Ora, a distanza di tempo, siamo contenti della scelta fatta e il nostro equilibrio di coppia è senza dubbio migliore. Spero davvero che coloro che prima ci giudicavano prendano il nostro esempio per rendersi conto che sì, entrambi i partner possono seguire le proprie ambizioni professionali e che a rinunciare non deve essere sempre per forza la donna”.

Un muro di pregiudizi

“Nel 2008 lavoravo in un’azienda di import export a Milano” racconta Elisabetta, expat a Houston. “Avevo un posto a tempo indeterminato ma decisi di licenziarmi per fare un’esperienza all’estero negli USA e seguire una formazione.

Alla fine, il mio datore di lavoro in Italia mi propose di non licenziarmi e trasferirmi nella sede di New York e poi successivamente di Miami. Lì ho conosciuto mio marito, di origine colombiana ma cresciuto negli USA. Dopo un anno sarei dovuta tornare perché il periodo di trasferta era finito: ma ci siamo resi conto di non poter vivere distanti. Ci siamo sposati e questa volta mi sono licenziata davvero. 

Dopo poco tempo ho trovato un’azienda che mi dava la possibilità di tornare in Italia quando volevo. E così, nel 2016, in occasione della nascita di nostra figlia, ho trascorso un anno a casa, in Italia, tra maternità e lavoro da remoto. 

Al nostro ritorno ci siamo spostati in Texas, sempre per via del mio lavoro, e mio marito avrebbe dovuto cercare una nuova occupazione. Ma ero in attesa del secondo figlio, e l’idea di tornare nuovamente in Italia era allettante. Ma il bambino è nato a gennaio del 2020 e in Italia non ci siamo ovviamente andati, a causa della pandemia.

Dopo poco dovevo tornare a lavorare (la maternità negli USA è piuttosto irrisoria) e assumere una babysitter era dispendioso oltre che poco sicuro per via dei contagi. Insomma, la soluzione era semplice: mio marito ha posticipato la ricerca del lavoro per stare con i bambini.

Certo, per lui inizialmente non è stato proprio semplice stare a casa. Avrebbe preferito avere un impiego, ma lo ha fatto per i nostri figli e perché abbiamo scelto di tutelare il mio lavoro, che offre più garanzie e mi concede più flessibilità quando voglio tornare in Italia. 

Nel frattempo sono passati quasi due anni. Nei nostri piani a breve termine c’è la possibilità di un trasferimento – richiesto dal mio lavoro – in Europa, e quindi per lui cercare un impiego adesso, in Texas, non ha molto senso. Lo farà non appena sapremo la nuova destinazione. 

Oggi abbiamo raggiunto un buon equilibrio, come coppia, anche se sono tante le persone che non capiscono e non condividono la nostra scelta. 

I miei genitori lo hanno definito più volte “mantenuto” e mio cognato addirittura “nullafacente”. E da parte della sua famiglia, sono stata etichettata come la moglie sfruttatrice, che non pensa al suo futuro. Sono opinioni non richieste che fanno soffrire.

Quello che gli altri non capiscono è che si tratta, in fondo, di un breve periodo: due anni particolari, in cui c’è stata una pandemia, avevamo due figli piccoli in casa e, come tanti expat, nessun aiuto. A noi è sembrata la scelta più ovvia. 

Se la situazione fosse ribaltata, ovvero fossi stata io due anni a casa per occuparmi dei bambini piccoli, credo sarebbe stata considerata una cosa del tutto normale!”

Cambiare percorso, per non rinunciare alle proprie ambizioni

“Quando io e mio marito Alessandro ci siamo trasferiti in Lussemburgo per via del suo lavoro” racconta Laura “Avevamo una bimba di due mesi. Eravamo expat in Cina, dove avevo lavorato per un periodo per un giornale online di eventi e poi per una ONG. 

In Lussemburgo dovevo cercare un nuovo impiego, ma con una bimba piccola e una rete da ricostruire non era semplice. Nel frattempo praticavo pilates: un’attività che avevo iniziato a fare in Cina ma che avevo riscoperto con piacere in Lussemburgo e apprezzato ancora di più perché avevo trovato una scuola con un approccio diverso. Un giorno la mia insegnante mi disse che secondo lei ero molto predisposta a intraprendere il percorso dell’insegnamento e che avrei dovuto seriamente prendere in considerazione l’idea.

Ci ho pensato un po’. Dedicarmi a un progetto concreto e di far diventare di una passione un lavoro poteva rivelarsi un’avventura interessante e offrirmi nuove opportunità e, in fondo, continuare a inviare CV in giro non stava dando frutti. 

Così mi sono messa a studiare, ho seguito un corso a Milano per prendere la certificazione e dopo un mese lavoravo già come istruttrice. 

Cambiare paese e fare nuove esperienze all’estero ti apre la possibilità di seguire percorsi a cui non avevi mai pensato. Spesso si tratta solo di un insieme di coincidenze: incontrare la persona giusta e costruire la giusta rete nel periodo più propizio per te. 

Nel frattempo, dopo circa 5 anni in Lussemburgo, un paio di mesi fa ci siamo trasferiti nuovamente, questa volta in Turchia. 

Ogni trasferimento mi destabilizza e iniziare di nuovo è sempre difficile: lasciare le amicizie, la confort zone che avevo costruito e ricreare da zero una rete sociale non è un affare da poco. 

Questa volta però, rispetto alle altre, l’idea di portarmi dietro il lavoro, ovvero aver costruito una professione freelance e spendibile anche qui mi fa sentire più leggera almeno per quanto riguarda l’aspetto lavorativo.

Certo, non riuscirò a ripartire subito: la mia secondogenita ha un anno e qui non ci sono servizi per l’infanzia fino ai due anni. Dovrò cercare una babysitter e costruire una rete per lavorare.

Non parlo la lingua, ma conto sul fatto che nella città in cui viviamo ci sono tanti expat. Insomma, questa volta trasferirsi in un nuovo paese non significa rinunciare alle mie ambizioni e cominciare tutto da zero, ma posso continuare il mio percorso anche qui in Turchia”.

 

di Silvia Trisolino

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