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Dalla psicologia alla cooperazione attraverso la musica: un viaggio da Torino alle Canarie

Un cambio di vita personale, ma anche professionale: la storia di Barbara, da due anni expat a Gran Canaria, dalla psicologia alla cooperazione, grazie a nuova formazione e alla valorizzazione delle competenze

C’è chi parte per motivi professionali, ma anche chi parte per fare un’esperienza diversa o seguire, come spesso accade, il proprio compagno/a che lavora all’estero o è originario di un altro paese. 

E il questo caso in cui, ricostruirsi una vita sociale o familiare sembra preoccupa meno, mentre più difficile è riprendere il proprio percorso professionale.

Lasciare il proprio lavoro nel paese di origine per tuffarsi nell’ignoto non è un cambiamento semplice: tra lingue straniere da imparare, nuovi meccanismi e titoli di studio (sì, anche in Europa!) non riconosciuti.

Una strada apparentemente lineare che può diventare un percorso ad ostacoli più lungo del previsto. 

Ma quali sono le competenze che ci servono per riadattarci al nuovo ambiente? 

Ce lo racconta Barbara, di professione psicologa, approdata a Las Palmas di Gran Canaria a settembre del 2019. 

La lingua, prima di tutto

“Due anni fa ho deciso di lasciare il mio paese, per la prima volta” racconta Barbara. “Ho disdetto l’affitto di casa e del mio studio, venduto l’auto, risparmiate un po’ di risorse, mi sono licenziata dal mio impiego come insegnante di sostegno e ho salutato a malincuore i miei pazienti.

Non sapevo esattamente cosa avrei trovato in Spagna, ma confidavo nelle mie competenze acquisite in 20 di esperienza lavorativa e nei miei titoli di studio.

Una volta arrivata lì però, mi sono resa conto che riprendere il mio percorso professionale non era così scontato. 

Per prima cosa, avevo bisogno di un corso di lingua avanzato. Per me, interessata al settore sociale, acquisire un buon livello di comunicazione era troppo importante.

Non solo sapere spiegare cose pratiche; volevo essere in grado di esprimere emozioni, scambiare opinioni e conoscere tutte le sfumature della lingua. 

Al mattino andavo a scuola, e al pomeriggio distribuivo o mancavo CV. 

Dopo qualche mese sono stata chiamata per un colloquio come responsabile di un grande centro per disabili, ma mi sono resa conto di non sentirmi all’altezza. Non solo per la questione linguistica, ma anche perché non conoscevo la legislazione e la gestione dei progetti e il sistema educativo per disabili spagnolo è molto diverso da quello italiano. 

Ho così continuato la mia ricerca, con una consapevolezza in più: i miei titoli di studio, nonostante mi trovassi in un paese dell’Unione Europea, non erano riconosciuti nel settore pubblico. 

Non mi ero consentito accedere alla selezione per posizioni finanziate con soldi pubblici e neanche a corsi di formazione per laureati. 

Per questo è necessario il riconoscimento, una pratica lunga e costosa”.

Un nuovo percorso di formazione

Con il riconoscimento della laurea, Barbara avrebbe potuto provato continuare come psicologa indipendente. 

“Negli ultimi anni di lunga esperienza nelle scuole con i ragazzi, mi ero resa conto di voler seguire il percorso filo-educativo, più vicino ai miei interessi e alla mia attitudine. 

Tuttavia, trovare un impiego in quell’ambito non era semplice. 

Mi sono rivolta al centro per l’impiego per seguire un percorso di orientamento. Mi hanno proposto alcuni incontri con un’esperta, per capire quali erano davvero i miei interessi e come potevo sfruttare al meglio le mie competenze. 

E’ stato molto utile, e ha aperto la strada all’idea di seguire un corso di formazione finanziato.

Sembrava una buona soluzione, in un periodo in cui, a sei mesi dal mio arrivo, non avevo ancora un lavoro, stavo dando fondo ai risparmi e iniziavo a perdermi d’animo. Ero convinta della mia scelta di vita, più personale, e iniziavo ad esserlo un po’ meno per quella professionale.

Da sempre interessata alla cultura, avevo scritto un progetto per creare percorsi ad hoc per disabili nei musei. 

E così, ecco trovato il corso che faceva per me, dedicato all’organizzazione e alla progettazione di eventi culturali. 

Accedervi non era facile: il mio titolo di studio non era riconosciuto e ho dovuto sostenere un esame per certificare le mie competenze, che andava dalla conoscenza della lingua alla matematica. Ho studiato tantissimo ma alla fine ce l’ho fatta”

Un altro ostacolo però stava prendendo forma: la pandemia, che ha portato alla sospensione di qualsiasi corso di formazioni.

“Il corso è stato subito sospeso le lezioni rimandate” spiega Barbara “A maggio abbiamo finalmente iniziato, ma con incontri attraverso piattaforme online, inclusi quelli pratici e i lavori in gruppo”. 

Valorizzare le esperienze trasversali

In un mondo che all’improvviso si trasferisce sull’online, Barbara si rende conto che anche la distanza con l’Italia è cambiata. L’Italia è più vicina. E nei periodi di difficoltà emergono anche nuove opportunità.

“Un giorno ho contattato i miei ex allievi e mi sono subito resa conto della difficile situazione che stavano vivendo a causa della DAD, uno strumento assolutamente controverso per i giovani con handicap, BES o ritardi di apprendimento. 

Ho così iniziato a rendermi disponibile per dare sostegno scolastico, a distanza, a tutti i ragazzi che conoscevo e che ne avevano un gran bisogno. 

A distanza abbiamo fatto di tutto: non solo italiano e matematica, ma anche cucinato, ballato, inventato lavori creativi con materiale riciclato, chiacchierato, riflettuto insieme.

La ripresa della relazione con loro per me è stata una grande forza in quel periodo: mi ha dato lo slancio per rendermi conto che tutto quello che avevo costruito in quegli anni non era andato perduto.

Dovevo acquisire nuove competenze sì, ma anche saper valorizzare quelle che possedevo già, incluso ciò che avevo imparato da numerosi anni di volontariato in Italia ed esperienze di cooperazione in Africa.

Si tratta di competenze che vanno ben oltre i titoli di studio e che hanno un grande valore anche se non retribuite”.

L’approdo nella cooperazione

E poi finalmente, quando ci si convince che le cose possono andare bene, i miracoli arrivano. 

“Se ci penso ora mi sembra incredibile. Era luglio 2020, tutto era ancora fermo a causa della pandemia, ma sono riuscita ad ottenere un colloquio per la Fondazione che sostiene il progetto Barrios Orquestados. Avevo conosciuto la loro attività durante il mio corso e avevo trovato il loro approccio estremamente innovativo e interessante. 

Inizialmente mi è stato chiesto di iniziare come volontaria: non era quello che cercavo, ma la mia esperienza passata nel volontariato mi ha spinto ad accettare. 

Buttarsi, collaborare anche senza retribuzione per un progetto in cui credi, può portare solo buoni frutti.

E così è stato: dopo un mese avevo un contratto e oggi, sono felicissima della mia vita qui e del mio lavoro, che mi dà grandi soddisfazioni e mi ha permesso di conoscere un nuovo mondo e imparare cose del tutto nuove”. 

La cooperazione attraverso la musica

Barrios orquestados è un progetto senza scopo di lucro, nato alle Canarie ma oggi esportato come progetto di cooperazione anche in Honduras, Cile e Uruguay. 

La cooperazione è anche interna, in quanto il progetto collabora con molte associazioni locali che seguono le tantissime famiglie di migranti che ogni anno approdano sull’isola dal vicino continente africano. 

Altri paesi, come l’India, collaborano a scambi di buone pratiche, formazione e preparazione degli insegnanti di musica.

Violino, viola, violoncello, contrabbasso, flauti, ottoni, coro per bambini e famiglie, movimento e danza, sono gli strumenti di cooperazione utilizzati dal progetto, che porta la musica nei quartieri più marginali, laddove le persone non hanno accesso alla cultura. 

Attraverso gli incontri musicali, assolutamente gratuiti, i bambini frequentano la scuola con gioia e il progetto coinvolge anche le loro famiglie chiedendo la cooperazione tra tutti gli autori sociali.

“Non si tratta solo di un intervento musicale, ma soprattutto sociale” spiega Barbara “Il coinvolgimento delle famiglie è fondamentale e al centro del progetto. 

Ma la musica non è il fine, è lo strumento per raggiungere benessere, inclusione sociale e per fare comunità.

La metodologia utilizzata è originale e particolare: include il rilassamento, i movimenti del corpo, la voce. 

Un metodo speciale che sta viaggiando attraverso molti paesi e che il progetto contribuisce a diffondere mediante la formazione ad insegnanti che arrivano da tutto il mondo e la cooperazione tra paesi.

Oltre ai corsi, organizziamo anche eventi e concerti in cui si esibiscono le diverse orchestre formate da bambini e ragazzi. 

Dopo essere stati invitati diverse volte a Madrid, a inizio dicembre saremo a Ginevra, invitati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.  

Un traguardo importante che emoziona tanto i ragazzi, gli insegnanti e anche noi, che abbiamo lavorato assiduamente affinché tutto questo diventasse possibile”.

 

di Silvia Trisolino 

 

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