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Il Natale per gli expat: con i tuoi, o con chi puoi 

Tre storie di Natale da expat, tra tecnologia, tradizioni e cambiamento

Nell’esperienza quotidiana di lavoro con gli expat, Transiti ha effettivo riscontro delle fragilità che comporta il passare il Natale distanti dalla propria casa.

A dicembre, non possiamo che rivolgere ancora di più la nostra attenzione e la nostra cura alle persone che attraversano questo vissuto.

Suggerendo qualche idea, valida ogni anno, per provare a trascorrere le feste in serenità. Tra queste, come testimoniano alcune nostre lettrici, l’utilizzo delle tecnologie può essere una risorsa preziosa. 

Expat: gli orfani del Natale

Non ricordo più chi, parlando di expat, li ha definiti “i randagi orfani della magia del Natale”. Non so se si tratti di un’esagerazione. Ma certamente fatico, come molti e molte, a immaginare un Natale diverso da quello passato in famiglia, in Italia.

Anche durante il mio breve periodo all’estero, un semestre a Varsavia, mi sono presa una pausa dall’Erasmus per tornare a casa a trascorrere le vacanze. 

Per noi italiani e italiane, infatti, forse più che per altri, il Natale ha un sapore speciale, che sa inevitabilmente di casa. Un sapore che chi si trova a trascorrere le feste all’estero, per un motivo o per l’altro, tenta di ritrovare. Ma, al suo posto, è facile che rimanga un retrogusto dolceamaro. 

A causa del Covid19, l’anno scorso è stato un Natale “distanziato” un po’ per tutti e tutte. Anche per chi è rimasto nella propria terra d’origine. In molti casi, le famiglie abituate a riunirsi attorno a lunghe tavolate hanno dovuto spezzettarsi, rinunciando ai festeggiamenti in forma allargata.

Abbiamo vissuto, temporaneamente, quel senso di solitudine e disorientamento che potrebbe vivere un/una connazionale stabilitosi all’estero in circostanze normali, senza pandemie di mezzo.

Anche per gli expat, maggiormente abituati a situazioni di questo tipo, la lontananza del Natale 2020 è stata certamente percepita come più intensa, faticosa, dolorosa. Difficile da colmare. I confini devono essere sembrati davvero invalicabili. 

Abbiamo chiesto ad alcune di loro di raccontarci come hanno vissuto quest’esperienza e quali strategie hanno adottato per rendere queste distanze percorribili, questi confini attraversabili. Per tentare di viaggiare, se non fisicamente, almeno con il pensiero.

Per sentirsi vicine, psicologicamente, al Paese da cui si sono allontanate per mettere radici altrove, ma con cui rimane un legame affettivo indissolubile. “Casa” rimane un domicilio emotivo il cui richiamo, a Natale, si fa inevitabilmente più potente. 

Il Natale expat: per nulla convenzionale

Non per forza il Natale da expat corrisponde a un’esperienza traumatica. Psicologicamente impegnativa, lontana dal nostro immaginario e dalla tradizione, senza dubbio, ma non necessariamente tragica. Ce lo confermano i racconti delle tre giovani lavoratrici espatriate che abbiamo intervistato. 

Proviamo a raccontarvi i loro – i vostri – Natali, le solitudini, le gioie, i magoni, le nuove abitudini e quelle che si cerca di mantenere vive.

Natale da expat / M., Giappone

Avevo e ho proprio paura di sentirmi sola a Natale”, racconta M. 

Sia l’anno scorso che quest’anno ha deciso di passare le feste nel Paese in cui lavora, il Giappone. “​​Non ho voglia di affrontare tutta la trafila di viaggi, test e tamponi”, spiega. La prima grande differenza con l’Italia è che lì, il 25 dicembre è un giorno lavorativo.

Io l’anno scorso ho preso apposta un giorno di ferie. Ero depressa all’idea di non poter stare con la mia famiglia… di lavorare otto ore, quel giorno, non me la sarei sentita.

In Italia, quello natalizio è sempre un periodo pieno tra compere, visite a parenti che non vedi mai, amici che ‘dai facciamo una cena’. Qui nulla di tutto ciò viene sentito”. 

Natale da expat / S., Portogallo

Per S., che ha passato il Natale in una località vicino a Lisbona, il Natale è stato comunque molto sentito. Lei, la sua famiglia, i suoi amici e amiche si sono inventati degli stratagemmi per vivere assieme l’avvicinamento al Natale.

La cosa ‘positiva’ di quella difficile situazione è stata che non ero l’unica a essere bloccata all’estero. Anche altri amici e amiche sparsi/e si sono trovati in lockdown: io a Lisbona, altri due a Chambery e a Clermont.

Ci siamo organizzati per avere tutti e tre cioccolato e biscotti della stessa marca, per poterli consumare nello stesso momento anche se distanti. In Portogallo ci trovavamo in una situazione di lockdown interno: non ci si poteva spostare nemmeno per andare da amici. L’unica persona che potevo frequentare in quel periodo era la mia vicina di pianerottolo.

Una ragazza brasiliana con cui ho stretto un legame fortissimo proprio grazie a questa situazione. Ci siamo fatte dei regali reciproci prima di Natale. Lei mi ha regalato un albero in legno per addobbare casa. L’ho aggiunto alle decorazioni natalizie che mi hanno spedito i miei genitori. Io le ho preparato un calendario dell’avvento.

Le avevo scritto, per ogni giorno, una frase in italiano. Lei, poi, mi restituiva il biglietto tradotto in portoghese. Insomma, è stato uno scambio reciproco.

Con la mia famiglia, invece, abbiamo costruito un calendario dell’avvento condiviso: ogni giorno dovevamo affrontare una ‘challenge’ comune tra Portogallo e Italia.”. 

Natale da expat / C., Vietnam

Per C., è stato il primo Natale lontano dalla famiglia. “Inizialmente ho provato un sentimento di tristezza molto forte. È l’unico momento dell’anno in cui tutti ci siamo sempre impegnati ad essere presenti, fisicamente e con il cuore…  Mamma, papà, tre sorelle con rispettivi mariti o fidanzati e nipotini.

Cugini, zii, suoceri, rispettivi cani e gatti e chi più ne ha più ne metta. Tutti in casa mia. Volare all’estero per lavoro è stata un’opportunità, ma mai avrei creduto che non sarei riuscita a rientrare a casa per le feste. Il mondo intero è stato colto impreparato dall’arrivo della pandemia.

Ho avuto la fortuna, a Natale, di trovarmi in un Paese, il Vietnam, al tempo covid-free. Per cui ho organizzato, con la piccola famiglia internazionalissima costruita a Saigon, i miei amici, un viaggio su un’isola tropicale non troppo lontana dalla città

“Nuove tradizioni”

Fil rouge che accomuna i racconti di C., S., M., è l’aver tentato di creare delle “nuove tradizioni”. Un paradosso, se pensiamo che la tradizione ha solitamente poco a che fare con la novità.

Ma si sono sentite spinte a cercare modi innovativi per festeggiare, che potessero comunque dare un valore e un significato a quei giorni. 

Così, gli expat creano dei rituali personali nel Paese d’adozione. Spesso, risultano dall’assemblaggio di tradizioni provenienti da differenti Paesi. Decorazioni, sapori e usanze di casa si mescolano a quelli di quell’angolo di mondo e dei Paesi d’origine di amici e amiche. il Natale, attraverso confronto e scambio, ne esce arricchito.

La comunità expat fa da sostegno: assume il ruolo di famiglia quando si è lontani da quest’ultima. Non va a sostituirla, ma ad espanderla; in questo caso vale davvero la frase “gli amici sono la famiglia che ti scegli”. Spesso, a fare da collante e da protagonista delle nuove abitudini è il cibo. 

Un leitmotiv: cenoni e pranzi nella comunità expat

Diversamente da quanto fa in Italia, S. ha festeggiato anche la sera della Vigilia.

Una cena lunghissima in cui io e la mia vicina di casa abbiamo messo insieme varie cose. Abbiamo preparato insieme il bobò, un piatto tipico della tradizione brasiliana, e il pandoro italiano.

Al supermercato, a Lisbona, ho trovato per caso quello della marca che acquistiamo sempre in famiglia. Quando l’ho assaggiato, la sera della Vigilia, e ne ho riconosciuto il gusto, mi sono commossa” racconta.

Come italiana all’estero è inevitabile costruirsi una cerchia di amicizie strette italiane. L’anno scorso ho trascorso il 25 con una decina di amici, tra italiani e giapponesi, a casa di un mio amico. Abbiamo fatto un pranzo alla ‘ognuno porta qualcosa’. Al centro, ovviamente, c’erano i piatti italiani che abbiamo preparato noi. Diciamo che ho sostituito i miei familiari con la mia ‘famiglia’ di amici qua, con cui mi sento totalmente a mio agio.” 

È variopinto anche il ritratto che C. fa del suo Natale in Vietnam: “Inglesi, russi, tedeschi, spagnoli, francesi, filippini, americani, coreani e poi io, italiana. Ognuno di una nazionalità diversa, ci siamo seduti attorno a un tavolo gigante per il cenone della Vigilia. Ciascuno desiderava vivere questa esperienza come una vera occasione in famiglia.

Il 25, invece, abbiamo organizzato un pranzo a base di pesce grigliato. La coppia di signori presso cui soggiornavamo, in un hotel molto semplice a conduzione familiare, si è offerta di cucinare.

Probabilmente non sapevano cosa significasse quel giorno per noi. Non parlavano molto bene l’inglese, ma abbiamo percepito tutto l’amore che hanno voluto trasmetterci nel preparare quel pesce, al meglio delle loro possibilità.” 

Natale in rete

Occupandoci di psicologia del digitale, non possiamo che chiederci se la tecnologia possa nel concreto aiutare ad accorciare le distanze e a sentirsi circondati dai propri affetti lontani. Se possa essere cura, se si tratti di un placebo.

Se abbia effetti positivi su chi è dall’altro lato dello schermo, o se aumenti il senso di nostalgia. Se sia una toppa per coprire un buco. Se serva solo a tamponare la ferita o se aiuti a farla rimarginare. Se, invece, non abbia effetti collaterali avversi. 

Quale occasione migliore del Natale, evento simbolico, affettivamente carico, magico, a cui si attribuiscono significati, per testare questi aspetti? 

Abbiamo chiesto a M., S., e C. se la tecnologia si è rivelata utile nella loro esperienza di Natale all’estero.

A S. e alla sua famiglia di certo non mancano creatività e fantasia nell’utilizzo delle tecnologie. “Internet ha permesso a me e alla mia famiglia di festeggiare il Natale insieme, ma anche di fare dei giochi di società in asse Portogallo-Italia.

Abbiamo anche concordato un menù, identico per i nonni a Genova, i miei genitori e mio fratello ad Alessandria e per me a Lisbona. Il lato positivo del pranzo di Natale online è che, una volta terminata la chiamata, finisce lì.

Ti eviti le solite noiose discussioni natalizie e le domande imbarazzanti dei parenti. Su tutte: ‘e il fidanzato?’.”

M. ci offre una prospettiva differente. Nel suo giudizio, è più tiepida. Per lei Internet non è stata una risorsa influente, né in positivo né in negativo, sul suo vissuto di Natale da expat. “A livello di tecnologia, devo dire che a Natale non ho fatto nulla di che. Penso, forse, di avere chiamato i miei, e poi qualche altra chiamata con WhatsApp a parenti. Ma proprio niente di che. Non sono mai stata una da lunghe videochiamate su Skype.”

C. racconta di aver avuto prova di una sorta di “permeabilità” alle emozioni degli strumenti tecnologici.

Con 6 ore di fuso orario, ho partecipato in videochiamata a un pezzettino di pranzo di famiglia. Pensavo mi sarebbe mancata la vicinanza degli affetti, la condivisione, l’amore… beh, sono sicura che non lo sostituirei ogni anno al canonico appuntamento con la mia famiglia. Naturalmente mi sono mancati a livello fisico. Ma posso confermare che, non avendo alternative, ho ricevuto tutto il loro affetto tramite video. E ho vissuto un’esperienza di unione e condivisione veramente intensa ed emozionante. Probabilmente non avrei avuto l’opportunità, o addirittura non mi sarei mai concessa di sperimentare, se non ‘forzatamente’, una simile esperienza.”

S. aggiunge che la tecnologia le ha permesso di contattare parenti e amici che nemmeno prima del lockdown era abituata a incontrare a Natale.

Mi ha permesso di aggiungere virtualmente dei posti a tavola, e così per me è stato veramente Natale. Anche se da sola, fisicamente, non l’ho vissuto come un Natale ‘di ripiego’, di serie B. Non l’ho patito per niente. Internet in questo ha avuto un ruolo importante. Mi ha davvero permesso di ridurre le distanze e avvicinarmi emotivamente a chi avrei desiderato avere fisicamente con me”.

Un utilizzo “caldo” della tecnologia, dunque, è quello raccontato, in generale, dalle nostre interlocutrici. È in questa permeabilità allo scambio, alle sfumature emotive, in questa possibilità di utilizzo come strumento di comunicazione interpersonale che riconosciamo il “buono” di Internet. L’online è spazio per la relazione, per la sua cura e il suo nutrimento. Nelle storie di S., M. e C., si coglie come possa aver contribuito a restituire un senso di normalità, di contatto e calore. 

Il potenziale umano-relazionale delle tecnologie è ciò che dobbiamo tenere a mente e di cui dobbiamo occuparci se desideriamo che impattino positivamente sulle nostre vite. 

Non solo a Natale: la relazione è qualcosa da porre, sempre, al centro. 

di Gaia Figini

 

 

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