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Il senso psicologico della migrazione

Parlare al giorno d’oggi di migrazione porta quasi sempre la mente ad immagini stereotipate, legate da un lato alle difficoltà che i soggetti incontrano nel periodo di spostamento e dall’altro, alle difficoltà di relazione per la gestione delle risorse che sopraggiungono tra chi arriva e la popolazione autoctona. La colorazione affettiva e la valutazione di fronte a tali contesti tendono poi a variare a seconda della differente sensibilità di chi valuta.
Aldilà dei discorsi che si possono fare sulla migrazione è inevitabile assumere che questa di per sé rappresenti un problema per tutti gli individui che ne sono coinvolti.
Nell’ottica di guardare a questo fenomeno con uno sguardo interessato ad analizzare gli agenti e i processi coinvolti al fine di ridurre quanto più possibile gli elementi problematici, occorre innanzitutto cercare di definire cosa, in psicologia, può essere definito migrare.
La migrazione infatti è un fenomeno che ben si presta ad essere analizzato sotto molteplici punti di vista. Numerose sono le discipline che si occupano di questo processo e molte sono le definizioni possibili.
Nonostante non corrisponda alla definizione corrente, possiamo considerare la migrazione da un punto di vista psicologico anche il trasferimento da un piccolo paese a una città, dalla città alla campagna, dalla montagna alla pianura e, per certe persone, persino da una casa all’altra (Grinberg, Grinberg, 1990). Risulta evidente come riferirsi all’ambito normativo, geografico o temporale per poter definire cosa è migrare in ottica psicologica possa essere fuorviante. Il fenomeno migratorio è diventato una componente in più della forma di vita del nostro tempo e per quanto si cerchi di definirlo esclusivamente utilizzando connotazioni sociopolitiche o economiche, rimane pur sempre un problema personale per tutti coloro che vivono questa esperienza, tanto da legittimarne uno studio particolare all’interno della psicologia.
Nel cercare di evidenziare l’esperienza interna del soggetto si potrebbe pensare alla migrazione come lo spostamento, obbligato o volontario, compiuto da individui o gruppi da un territorio di partenza verso uno di arrivo, in cui questi ultimi si stabiliscono instaurando relazioni dotate di significato con l’ambiente circostante.
È proprio l’azione di costruzione e decostruzione dei significati che ogni persona opera quando cambia la propria vita, l’oggetto fondamentale su cui agisce la pratica psicologica in contesti migratori.
Recuperare significati persi nel processo, aiutare il paziente a crearne di nuovi e a farli dialogare recuperando un senso di progettualità e di continuità nello spazio e nel tempo.
Uno degli obiettivi del supporto psicologico in contesti migratori, aldilà delle problematiche specifiche e strettamente personali che caratterizzano ogni caso, rimarrà sempre il raggiungimento di una capacità espressiva da parte del paziente, di una soggettività autentica perché maggiormente integrata nella molteplicità dei suoi significati nati da relazioni diverse in diversi contesti ma tutti con eguale dignità d’espressione nella complessa esistenza del migrante.

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