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L’ombra dello tsunami. Dare asilo al dolore

Giornata Mondiale del Rifugiato 2021

Rifugiati, richiedenti asilo et similia sono parole che non amo. Stabiliscono bizzarre geografie del diritto a migrare che, se sanciscono la possibilità per alcuni di trovare rifugio, portano con sé anche l’esclusione di altri. 

Le persone che migrano verso l’Europa per motivi economici, per esempio. Coloro che scappano non certo per migliorare la propria condizione patrimoniale, ma per garantirsi almeno la sopravvivenza. Persone che non scappano da guerre, persecuzioni e disastri ambientali, ma uomini in cerca di una possibilità di vivere dignitosamente. 

Non intendo certo sminuire il valore delle leggi che garantiscono l’asilo o dire che la giornata che celebra i rifugiati è una ricorrenza vuota. Tutt’altro. 

Se di vuoto si parla, in effetti, mi piace pensare che si tratti di uno spazio pronto ad accogliere, un rifugio vero e proprio. Scrivendo ho subito pensato a uno spazio capace di ospitare in maniera più appropriata la complessità dei movimenti migratori attuali

La Convenzione ONU relativa allo status dei rifugiati è del 1951, ma il diritto d’asilo affonda le sue radici nell’antichità. In quel caso, asilo era offerto ai fuggitivi in luoghi specifici, in genere consacrati ad alcune divinità. Non ne erano esclusi gli schiavi e l’asilo era offerto a ladri, assassini e persone accusate di adulterio. Un principio che suscita qualche perplessità perché la normativa italiana e internazionale escludono in genere le persone colpevoli di crimini da qualsiasi forma di protezione. Nell’antichità, del resto, l’asilo era necessario a proteggere il reo dalla violenza della vendetta dei familiari della vittima. 

Nel 1951, poi, la Convenzione di Ginevra ed il Protocollo di New York del 1967 sono stati siglati con finalità essenzialmente umanitaria. All’indomani della Seconda guerra mondiale e nel pieno della Guerra fredda, hanno voluto offrire una tutela giuridica a stranieri, apolidi e sfollati. Per molti di loro, infatti, rientrare nel loro paese di provenienza avrebbe potuto comportare un pericolo. 

Senza neppure soffermarsi sul peso diverso che il mio passaporto europeo ha rispetto a passaporti altri, mi chiedo cosa resti oggi di quel clima. 

Equivale a chiedersi quanto le situazioni contemplate dalla Convenzione siano ancora le uniche a richiedere tutela. In altre parole, ancora, credo che l’instabilità globale e la condizione generale di disuguaglianza e violazione dei diritti fondamentali rendano necessaria una sorta di upgrade. Non tanto della Convenzione, che rappresenta una preziosa cornice di protezione internazionale, quanto delle normative nazionali ed europee, troppo legate alla protezione di frontiere-privilegi. 

 

Non so di sapere di esili e rifugi

Ho realizzato che il padre fondatore della mia professione, Sigmund Freud, era un rifugiato solo quando ho cominciato ad occuparmi di immigrazione. Certamente sapevo che era dovuto fuggire dall’Austria a seguito dell’annessione alla Germania di Hitler, rendendo quel paese insicuro per gli ebrei come lui. Non avevo però compreso che Freud aveva cercato rifugio in Inghilterra. È difficile, credo, spiegare la sottile differenza tra il sapere una cosa e sentirla e comprenderla

Prima di essere un rifugiato, Freud era stato un immigrato. Oggi, se le frontiere europee fossero chiuse ai cittadini europei come lo sono agli altri, si sarebbe parlato di un migrante economico. Figlio di un commerciante di tessuti, la sua famiglia si era spostata da Köln in Moldavia, in Galizia e poi a Freiberg. A causa del declino del commercio della lana nella zona orientale dell’impero asburgico, Freud aveva seguito la sua famiglia a Lipsia e poi a Vienna. Qui visse dal 1860 al 1938. Dopo un fermo di polizia che colpì la figlia Anna, si decise a lasciare l’Austria cercando rifugio a Londra. Intanto, nel 1934, i suoi libri erano stati dati alle fiamme a Berlino. A Londra Freud visse solo un anno. Forse troppo poco per sentirla come casa

Quando penso al tema della casa mi viene subito in mente la parola rifugio. La propria casa è sempre il primo rifugio, un luogo in cui ci si sente al sicuro. Ma anche il posto dove sta il cuore, come recita un adagio fin troppo ripetuto. Casa, insomma, è qualcosa di molto diverso dal semplice sentirsi al sicuro. È rete di affetti, memorie incarnate, carezze, desideri e progetti

Il perché abbia realizzato che Freud sia stato un rifugiato solo attraverso il mio lavoro con i migranti come lui passa per il cuore e i posti dove è rimasto il mio. 

Una geografia di infiniti angoli della cura di dolori così tanto lontani dai miei. Ogni tanto, troppo vicini. Mattoncini con cui costruire infinite case per il dolore. Case in cui il dolore può sentirsi accolto e trovare asilo, posti che in primo luogo devono poter essere sicuri per lui. 

Sembra un controsenso voler dare asilo al dolore. Ma credo che sia un po’ la premessa per occuparsi di storie che sono spesso così frammentanti che ti portano in terre dove chiunque si sente straniero. Territori dove è l’umanità ad aver perso ogni possibilità di cittadinanza. Geografie della de-umanizzazione che costringono a interrogarsi in maniera profonda su cosa sia veramente l’umano

Non sempre fare un lavoro psicologico con chi migra comporta percorsi di questo genere. Muoversi su paesaggi desertici sconsolati è una delle opzioni possibili. Forse, quella in cui il rischio maggiore è di perdersi perché non si hanno punti di riferimento. Talvolta, invece, ci si muove su territori fin troppo conosciuti. Spesso la nostalgia di casa è così simile alle nostre da essere un paesaggio noto. Anche là ci si può perdere, per troppa sicurezza. O perché la nostalgia di casa può essere così forte da risuonarci dentro come uno tsunami

 

Fuor di metafora

È di qualche mese fa la notizia del ritorno ad Augusta di quella che è conosciuta da molti come la “nave sacrario”. La sua sacralità è connessa al suo essere tomba

 

World Refugee Day

 

Era il 18 aprile del 2015 e un peschereccio con più di mille persone a bordo si inabissava nel Canale di Sicilia. Ancora oggi non si conosce il numero esatto delle vittime e sarà impossibile avere la certezza di quante persone hanno perso la vita in quella tragica circostanza. Temo, più di quelle stimate, se io stessa ho ascoltato un numero troppo alto di amici e familiari di persone che viaggiavano su quel barcone. 

La nave sacrario torna ad Augusta da Venezia, dopo un’esposizione alla biennale e una battaglia legale intorno alla sua collocazione definitiva. Ad Augusta diventerà un’installazione permanente del cosiddetto Giardino della memoria, voluto dal Comitato 18 aprile e dal Comune. L’obiettivo è quello di tutelare il ricordo di uno dei naufragi più tragici di sempre.

Un anno dopo la tragedia, il peschereccio era stato recuperato e collocato nel porto di Augusta all’interno di una tensostruttura refrigerata dove i Vigili del fuoco hanno recuperato i resti umani che conteneva. I resti sono stati esaminati da esperti sanitari coordinati dal Labanof dell’Università di Milano. Un recupero effettuato per dare alcune certezze alle famiglie dei dispersi attraverso una meticolosa ricostruzione di storie e un complesso confronto genetico. Un’operazione che ho sempre pensato nei termini di un’azione atta a riparare e a ri-umanizzarci. Un atto di pietas, di profondo rispetto per le biografie custodite dalla nave, forse anche per le nostre. 

Intorno al recupero del peschereccio e alla sua trasformazione in installazione c’è infatti la volontà di consegnare ai posteri un brandello della nostra umanità annegata. Un tentativo riparativo, forse poco efficace se la gente sta continuando a morire in fondo al mare anche adesso, mentre scrivo

La cosa che mi fa più male di questa nave sacrario è il dolore che devono aver provato i Vigili del fuoco recuperando i resti delle vittime. Raccontano infatti di operazioni dolorosissime perché la pietas umana impone loro una legge non scritta, quella di non calpestare mai i cadaveri. È per questo che hanno recuperato i resti delle persone morte restando in ginocchio su strati di materiale umano. Un dolore sprecato, se qualcosa di sacro viene giornalmente svilito e dissacrato nei fatti.

 

Diritto d'asilo

 

 

Dove diremo che eravamo?

Nell’estate del 2016 lavoravo troppo vicino ad Augusta per non cominciare a sentirla un po’ come casa. 

Adesso che sto provando a ricordare meglio i giorni e gli incontri di quel tempo, mi sorprendo a pensare al pittore Jacques Cesa. Per qualche giorno ha affiancato l’équipe nella quale lavoravo, proponendo ai migranti che supportavamo un bellissimo lavoro sul villaggio ideale in cui avrebbero voluto vivere. Ricordo la consegna che ha portato alla costruzione di un enorme collage con la casa di ognuno di noi. Una bomba, una terribile guerra ha distrutto il vostro villaggio e tutti insieme dovete ricostruirlo. Ricordo chiaramente di aver disegnato, ritagliato e incollato l’albero delle parole del nostro villaggio. Qualcuno aveva disegnato anche me e lo stesso Monsieur Jacques, un pittore settantenne barbuto che ci ha purtroppo lasciati da qualche tempo. Anche lui era un migrante, non solo perché aveva intrapreso un viaggio al contrario dalla Svizzera a Lampedusa. Aveva infatti origini italiane, ma la sua famiglia si era trasferita da qualche generazione a Fribourg. 

Il dolore sprecato dei Vigili del fuoco e le case del villaggio di Jacques Cesa evocano altri ricordi che lego strettamente alle vicende di asilo e rifugio di questi anni. 

Ricordi di diverse covisioni e/o supervisioni dove puntualmente qualcuno ha fatto agli altri una domanda inquietante

Cosa diremo ai nostri figli quando leggeranno sui libri di storia delle stragi del Mediterraneo? Dove diremo che eravamo?

 

Asilo

 

Quella di non aver lottato e protestato abbastanza è uno dei crucci più comuni tra gli operatori dell’accoglienza. Anche mia, in effetti, perché mi chiedo sempre se avrei potuto e potrei fare di più. Sicuramente fa molto male il pensiero della testimonianza muta. Eravamo lì, ma non abbiamo fatto nulla. Talvolta, non abbiamo nemmeno detto ciò che succedeva. 

Anche per questo ho voluto celebrare la giornata dei rifugiati attraverso una testimonianza molto intima, portando chi legge nella mia personale geografia del dolore e nel villaggio che ci abbiamo costruito intorno.

 

di Gandolfa Cascio

 

Per approfondire

 

 

Per i lettori

Cattaneo C. (2018). Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo. Milano: Raffaello Cortina.

Per i lettori più visivi

Francesco Malavolta | Fotografo Freelance | Fotoreporter | Fotogiornalista

La Gruyère | A contre-courant vers l’Afrique pour raconter la migration (lagruyere.ch)

 

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