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“Papà, mamma, voglio tornare a casa”: il trasloco dei bambini expat

“Papà, mamma, voglio tornare a casa”. Spesso sono queste le parole del popolo dei piccoli italiani all’estero quando gli viene chiesto, per l’ennesima volta, di cambiare casa e paese, anche se non tutti reagiscono allo stesso modo. 

Da cosa dipende, e soprattutto, come vive l’intera famiglia questa centrifuga di emozioni?

 

Mettere la propria vita negli scatoloni, organizzare lo spostamento, staccarsi dai ricordi e poi, dopo settimane di lavoro stremante sia fisicamente che emotivamente, ritrovare le energie per un nuovo inizio. 

Se il trasloco è considerato uno degli eventi più stressanti nel corso della vita di una persona, in particolare quando si cambia paese, quando si aggiunge l’aggravante ‘figli a seguito’ lo è ancora di più.  

Lasciare un luogo familiare per entrare in uno completamente nuovo può trasformarsi in un’esperienza traumatica.

I dubbi sono tanti, la paura di non fare la scelta giusta e di non riuscire a stare sufficientemente accanto ai figli nella delicata fase del cambiamento. 

Ansia, stress, euforia, sentimenti negativi e positivi: tutto ciò che i genitori provano si ripercuote sui figli. Non esiste un manuale di istruzioni e non tutti reagiscono allo stesso modo, in balia di tante variabili dettate dal temperamento, dall’età oppure semplicemente dall’esperienza vissuta e dall’intensità dei legami costruiti.

 

bambina expat

 

Lasciare la casa: dire addio ai ricordi

 

Dire addio alla propria casa e chiudere per l’ultima volta la porta genera sempre una forte emozione: non si tratta di attaccamento alle cose materiali, ma bensì è l’abbandono dei ricordi e il confronto con la pesante sensazione del “mai più” a creare gran parte delle difficoltà.

“Scegliere cosa portare e cosa no, e chiudere la propria vita in qualche decina di scatole è la difficoltà minore” racconta Antonella, in procinto di trasferirsi dal Giappone all’Italia. “La mia famiglia è cresciuta qui, qui nati i miei bambini e ogni angolo è pieno di ricordi. Pensare di non tornarci mai più mi rattrista tantissimo. Insomma, piango da quando abbiamo deciso di partire”

Abbandonare il proprio spazio intensamente vissuto è sempre un momento fortemente malinconico, qualsiasi sia la circostanza, anche quando prevale la voglia di cambiamento.

“Forse il trasferimento più difficile è quello in cui lasci la casa dove è nato un figlio” aggiunge Eleonora, UK “Ho fatto dieci traslochi, e dopo il terzo ho smesso di piangere. Credo che si pianga anche quando si è felici di cambiare, è normale.   

Alla fine ci si fa l’abitudine e ormai è diventato l’occasione per sbarazzarsi delle cose superflue. Certo, devo ammettere che un po’ di malinconia c’è sempre, tanto che prima di uscire di casa faccio un video e delle foto per non dimenticarla, anche se poi è l’essenza che ti porti dentro che rimane infissa nella memoria.

In spagnolo si dice desapego (staccamento) e trovo sia un termine davvero azzeccato.  

E sulla capacità di distacco dalle cose e dagli affetti bisogna lavorarci: è un’attitudine che non si impara dall’oggi al domani, ci vuole tempo ”.

 

Grandi e piccoli: ci sono differenze?

Se per gli adulti lasciare il nido rappresenta un momento malinconico, non può che non esserlo anche per i piccoli, anche se con modi o tempi diversi. 

Spesso si ha la tendenza a sminuire i sentimenti sulla base dell’età (se sono piccoli) oppure a essere convinti che gli adolescenti abbiano le radici. 

Contesto, facilità di adattamento, intensità dei legami costruiti: sono tanti gli aspetti che rendono un’esperienza differente da un’altra. 

Per Angela (Svizzera) la sensazione di sentirsi a casa è ancora lontana. “Ho sradicato mio figlio dalla sua casa e città quando aveva 12 anni. Per lui è stato un vero e proprio trauma, tant’è che mi chiedo ogni giorno se ho fatto la scelta giusta e mi capita di piangere insieme a lui. Non credo per nulla alla credenza che sostiene che ‘i bambini si abituano in fretta’. Non sempre è così e bisogna stargli tanto vicino in questa difficile fase di transizione”.  

Lo stesso accade per Cristina, che ha lasciato il Belgio con al sua famiglia: “Ci siamo trasferiti sei mesi fa con bimba di due anni e mezzo. Continua a chiederci di tornare nella sua vecchia scuola e di rivedere suoi amichetti. Non ha dimenticato nulla, ha pianto tanto e il suo ‘libro’ preferito è l’album di ricordi con la nostra vecchia vita”.

Al contrario, l’opinione diffusa che i bambini più grandicelli riscontrino più difficoltà dei piccoli non è una regola universale, anzi.  “Ho portato le mie figlie dall’Inghilterra all’Australia quando avevano 9 e 12” è l’esperienza di Gianfranco. “Non so dire quanto sia stato vantaggioso il fatto che parlassero già la lingua, ma si sono adattate molto velocemente rispetto alle nostre aspettative. Nel giro di qualche mese avevano nuovi amici ed erano felici di vivere nella nuova casa. Secondo me e mia moglie, parlare con loro del trasferimento con largo anticipo, usando un linguaggio appropriato a seconda dell’età, e coinvolgerle attivamente, è stata la nostra carta vincente”.

E i fratelli? Stessa casa, stessa famiglia, stesso paese, eppure capita a tante famiglie di assistere a una reazione diversa, come nel caso della famiglia di Cecilia (Spagna). 

“Mentre mia figlia di 7 anni ha avuto poche difficoltà, suo fratello che ha un anno in più ha vissuto il cambiamento in modo molto più drammatico, opponendosi inizialmente a qualsiasi tipo di nuovo legame o agli stimoli positivi che cercavamo di trasmettergli. É stato molto difficile per noi. Eppure hanno vissuto la stessa situazione e non hanno solo un anno di differenza. Forse davvero hanno una diversa attitudine davanti alle difficoltà o al cambiamento, o semplicemente un modo diverso di esternare il disagio e una tendenza a creare legami più o meno velocemente?”

 

A scuola di resilienza

 

Una cosa è certa: imparare a staccarsi dai luoghi e dalle cose in realtà è un esercizio utile per prepararsi a quel susseguirsi di cambiamenti che è la vita e renderci più forti davanti agli imprevisti e ai cambi di direzione. 

“Ci siamo trasferiti dall’Italia al Giappone e poi dal Giappone allo stato di Washington” racconta Luana “In occasione del primo trasferimento erano piccoli, ma il secondo è avvenuto un anno fa, quando i bimbi avevano 7 e 10 anni. 

Abbiamo iniziato a dirgli un anno prima che ci saremmo spostati ed è comunque stato difficile, sostenendo sempre l’idea che se non ci fossimo mai spostati non avremmo mai incontrato le persone che conosciamo oggi, e che sicuramente ne incontreremo altre magnifiche da aggiungere alla lista dei nostri amici nel mondo. 

È stato facile? No, per nulla, ma il nostro lavoro ci chiedeva di nuovo di spostarci e non avevamo alternative. Abbiamo compreso la loro tristezza, l’abbiamo condivisa ma abbiamo sempre cercato di farlo con un’attitudine positiva. Abbiamo pianto, riso e accettato: in fondo, questa è la vita. Si tratta di esperienze che insegnano a essere resilienti anche nelle situazioni non ideali, ad adattarci a nuovi ambienti e a imparare a stare con persone diverse da loro. Di sicuro questo trasferimento li ha resi più forti e in grado di affrontare i cambiamenti della vista con una prospettiva diversa”. 

 

I bambini vivono il presente

 

Se un trasferimento significa voltare pagina, per molti piccoli è proprio così, davanti allo stupore, e a volte tristezza, dei propri genitori.

“Io ho portato via dall’Ecuador mio figlio a quasi cinque anni, con una vita ben avviata. Era molto triste perchè non avrebbe più rivisto i compagni e le maestre” racconta Elli.  

“Ma già dopo un anno quasi non ricordava più i nomi, era come se avesse rimosso la sua vita precedente. Non me ne capacito e questa cosa mi fa un po’ male, ma forse è la normalità. I bambini sanno vivere il presente, molto più di noi, che ci perdiamo tra i ricordi e le preoccupazioni per il futuro”.

 

cambiare casa

 

 

 

“Emozioni” di famiglia

 

“Venerdì ci trasferiremo dal Lussemburgo a Istanbul” dice Laura, stanca ma emozionata “Non so cosa ci aspetterà. Per ora salutare la nostra città e la nostra casa non è stato semplicissimo per nostra figlia che ha 5 anni ed è nata qui. Da subito non l’ha presa per nulla bene e  non voleva lasciare gli amichetti e la scuola che è stata la sua comfort zone fino ad oggi. 

Ma noi siamo molto positivi e carichi per questa novità: andrà bene perché siamo convinti che la reazione dei bimbi non dipenda esclusivamente dall’evento del trasferimento ma soprattutto da come noi genitori la viviamo e dalle emozioni che trasmettiamo loro.

 

trasloco di famiglia

 

Insomma, accettare il distacco, rispettare la malinconia, coltivare l’entusiasmo e la curiosità: forse sono questi gli ingredienti che ci permettono di girare pagina con più serenità e aggiungere un tassello importante alla nostra vita, che rende più solida la nostra capacità di affrontare le difficoltà e i cambiamenti come singoli e come famiglia”.

In una fase di transizione come quella del trasferimento i genitori  possono cogliere l’occasione per rafforzare l’unità della famiglia, e preparare, nel modo giusto i figli alle molteplici situazione che la vita metterà loro davanti.

Perchè la “casa”, che lasciamo e poi ritroviamo, è un’entità astratta che ha due braccia in grado di accoglierci ma anche due gambe. Perchè la casa si può muovere, laddove ci sono le opportunità, la famiglia, e le amicizie vere, e noi camminiamo con lei. 

 

Consigli di lettura per bambini

 

“La casa delle meraviglie” di Anna Vivarelli è una fiaba moderna su una bambina e un papà alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ventidue case, una misteriosa scatola di latta, una pineta fatata e un telescopio da puntare verso il cielo stellato, per raggiungere un sogno che può diventare realtà. 

Per i più piccolini c’è la bellissima storia (con testo bilingue) di Elena Bertocco The Broccoli Family meets the Kangaroo / La famiglia broccoli incontra il canguro”, che narra le avventure di una famiglia di broccoli che deve trasferirsi in Australia per il lavoro del papà’.

Infine “La mia nuova casa” di Marta Altes affronta i grandi cambiamenti nella vita dei bambini, senza perdere di vista il fatto che davanti a questi cambiamenti non siamo soli, e insieme a tutta la famiglia ne usciamo più forti di prima. 

 

di Silvia Trisolino

 

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