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Parigi-Dubai andata e ritorno: un trasloco in famiglia in piena pandemia

Tornare al punto di partenza non è sempre facile, soprattutto quando la famiglia raddoppia: la ricostruzione degli equilibri e il Covid in una città, Parigi, che ti mette a dura prova.

 

Valentina è italiana e Ahmed è francese: il loro primo incontro avviene nella Siria che non esiste più, poco prima del conflitto. Entrambi impegnati in un progetto umanitario con due diverse ONG, sono costretti presto ad abbandonare il paese e dopo poco si incontrano in Francia. 

 

Parigi non guarda in faccia nessuno

“Abbiamo scelto Parigi non perché fosse il luogo migliore per vivere, ma perché entrambi abbiamo trovato lavoro lì” racconta Valentina “Ahmed non conosceva bene la città perché è originario della provincia di Lione ma in quel momento ci offriva quello che stavamo cercando, cioè un lavoro. Mi sono subito resa conto che non è per nulla una città semplice per chi è straniero: il costo degli appartamenti è altissimo e una coppia come la nostra, con una salario discreto, poteva permettersi solo un bilocale microscopico. Le distanze sono enormi: anche se il tuo ufficio non è dall’altra parte della città, il tempo necessario per raggiungerlo supera quasi sempre i 45 minuti, e anche di più: questo rende tutto stretto ed estremamente frenetico. Si lavora tanto, e se non hai una rete sociale già consolidata conoscere qualcuno che non siano i tuoi colleghi di lavoro non è scontato. 

Prima della Siria avevo lavorato per diversi progetti in Africa, in luoghi dove è facile conoscere la comunità expat, fare amicizia e supportarsi. Parigi invece non offre questo a chi arriva da fuori, la vita frenetica può diventare quasi alienante e ti fa sentire incredibilmente solo. È una città che non ti guarda in faccia, e posso dire tranquillamente di non essere riuscita, in tre anni, a stringere nessun legame importante”.

 

Nuova città, nuova famiglia 

Dopo tre anni di “intensa” vita parigina, la coppia coglie un’opportunità di lavoro e si trasferisce a Dubai, con un contratto che prevede un soggiorno di 3 anni per poi rientrare in Francia. 

 

Trasloco

 

“A dire la verità siamo partiti con l’idea che non saremmo tornati a Parigi dopo 3 anni, perché eravamo decisamente saturi della città e del suo stile di vita, in un periodo di tensione dovuta agli attentati terroristici. Speravamo di trovare, con calma, il modo per andare altrove, in un terzo paese oppure in Francia ma in una città più piccola. Nel frattempo però, si stava aprendo per noi un’altra parentesi di vita: Dubai, con il suo sole cocente, i suoi grattacieli e le sue contraddizioni. Una fase nuova in tutto e per tutto: durante l’organizzazione del trasferimento ho scoperto di essere incinta, e alcuni mesi dopo il nostro arrivo è arrivato il piccolo Reda – che in arabo significa ‘grande soddisfazione’. 

La sanità negli Emirati Arabi è costosissima, quindi è importante avere un lavoro e una buona assicurazione sanitaria. La mia esperienza di gravidanza e parto sono stati molto positivi, puoi scegliere come partorire anche se in generale potenti epidurali e cesari programmati, anche non necessari, sono molto richiesti. Il personale del reparto di maternità è esclusivamente femminile perché le donne non si fanno visitare da uomini. Ricordo con piacere la dimensione internazionale: ero infatti seguita da una ginecologa italiana, un’ostetrica siriana, una indiana e un’infermiera giordana.

“Negli Emirati, una coppia per essere ufficialmente riconosciuta deve essere legalmente sposata. Se non fossimo stati sposati non ci saremmo potuti trasferire insieme ed io non avrei mai avuto il visto. Inoltre, avere figli al di fuori del matrimonio è proibito e la pena prevista (per la donna solamente) e’ la prigione. Le donne expat che rimangono incinta devono fuggire dal paese prima che qualcuno se ne possa accorgere”.

 

Ritorno alla base, in quattro

I tre anni previsti negli Emirati Arabi scadono proprio quando nasce il secondo bambino, Akim. Nonostante la speranza di vedere prolungato il soggiorno, l’unica prospettiva possibile a breve termine e quella di tornare in Francia, e per esigenze lavorative di Ahmed, proprio a Parigi. Rimettere la propria vita in fretta e furia subito dopo un evento che stravolge le dinamiche familiari come l’arrivo di un secondo figlio metterebbe a dura prova chiunque.

“Se penso agli equilibri che si sono rotti a causa del nostro trasferimento mi viene da dire che poco è rimasto in piedi. Una famiglia nuova, in un ambiente nuovo e nei primi mesi totalmente precario, in tutti gli ambiti: lavoro, casa, salute, scuola.  

 

Parigi Dubai

 

Anche se hai un nuovo lavoro, il limite più grande è la casa, missione impossibile se la tua destinazione è Parigi e dintorni. Conoscevamo bene il problema degli alloggi in questa parte del mondo. Non abbiamo neanche preso in considerazione l’idea di cercare casa in città, nel quartiere in cui vivevamo prima di trasferirci a Dubai: appartamenti troppo cari per noi e una città non proprio a misura di bambino. Se fuori Parigi con 1500 euro riesci a sistemarti in un appartamento di 60mq, in città non arrivi ai 50.

Per due mesi siamo stati un po’ dai miei genitori in Italia e un po dai genitori di Ahmed in Francia. Non ne potevamo più. Avevamo voglia di una casa nostra, di una nuova routine a quattro. Siamo arrivati a Parigi a fine settembre, in piena pandemia e picco di casi di covid. Avevamo, grazie al lavoro di Ahmed, una stanza in un residence per un mese, il tempo necessario per trovare casa e sistemarci. Ma la ricerca della casa è stata molto difficile. L’offerta era molto scarsa perché molti parigini hanno deciso di lasciare Parigi dopo il primo confinamento e le case erano state prese d’assalto durante l’estate. Inoltre, tornando dall’estero, il nostro ‘dossier’ era incompleto perché ci mancavano le dichiarazioni dei redditi degli anni precedenti e alcune agenzie rifiutavano addirittura di farci vedere le case. 

Per non farci mancare niente, abbiamo contratto il Covid e siamo stati chiusi nella stanza d’hotel tutti e quattro per dieci giorni. (Abbiamo parlato degli effetti sul benessere psicofisico della quarantena qui)

I giorni più acuti della malattia non sono stati semplici, non conoscevamo nessuno e quindi non potevamo contare in nessun appoggio, solo cercare di riprendere le forze il prima possibile per stare dietro ai nostri due bimbi.  Fortunatamente, passata anche questa avventura è arrivato il nostro colpo di fortuna: nonostante non avessimo un recente dossier francese, abbiamo trovato un appartamento in una zona carina vicino a una zona verde, ovviamente abbastanza piccola, ma su questo non avevamo alte aspettative! 

Trovata la casa, siamo passati agli altri problemi: salute e scuola. Per accedere di nuovo al sistema sanitario nazionale dopo l’espatrio è necessario riattivare la Carte Vitale, ovvero la carta di assicurazione sanitaria: per ottenerla bisogna seguire una lunga procedura e soprattutto avere un impiego e una residenza. Averla non è stato quindi immediato, e nel primo periodo, soprattutto per aver contratto il Covid, abbiamo dovuto pagare tutte le spese mediche. 

 

Cambiare paese con i figli, una diversa visione del futuro 

“Cambiare paese con un figlio è una scelta molto più difficile e complessa: se prima valutavi le opportunità per te, ora metti davanti solo il suo futuro. Come reagirà? Si ambienterà in fretta? Sarà la scelta giusta per lui a lungo termine? Quando abbiamo lasciato Dubai, l’anno scorso, Reda aveva 3 anni. Nato e cresciuto a Dubai, ha messo un maglione solo quando è venuto in Italia a trovare i nonni, e ha imparato a nuotare prima che a camminare. Dubai non è una città dove scegli facilmente di vivere tutta la vita: è una metropoli nel deserto, piena di contraddizioni e ostentazioni, ma è anche un luogo “facile” dove vivere con un bambino nei primi anni di vita, è sicura, e puoi lasciare la porta di casa aperta senza che nulla accada.  Ero sicura che Reda avrebbe sentito la mancanza del sole tutto l’anno e delle lunghe camminate in spiaggia. Oggi, anche se si è ambientato nella sua nuova école maternelle, ripete spesso che gli mancano i suoi amici di Dubai.  Io sorrido e nascondo una lacrima, perché so che le nostre scelte e i nostri traslochi hanno un nuovo impatto su di lui. Non mi manca il caldo soffocante di agosto, con l’umidità al 90% e la voglia di stare al chiuso con l’aria condizionata: ma mi mancano gli amici, coloro che, in quel mondo così diverso da ciò alla quale eravamo abituati, erano in fondo molto simili a noi; insieme abbiamo costruito, in poco tempo, una solida rete di sostegno. 

So benissimo che riambientarsi in un nuovo paese con tutta la famiglia non è immediato e ci vuole un po’ di tempo, nonostante questo sia il paese di Ahmed, dove vive tutta la sua famiglia che quindi possiamo visitare molto più spesso rispetto a prima. Purtroppo ci è toccata Parigi, la città francese più complicata da vivere per chi arriva da fuori, ma pian piano stiamo ricostruendo la nostra dimensione.  Guardiamo al passato con nostalgia, alle notti nel deserto con Reda, facendo campeggio libero sotto il cielo stellato e con i cammelli che passavano all’alba. Oggi però abbiamo ritrovato una natura più familiare, i prati, gli alberi e i boschi che offrono lunghe passeggiate al fresco. Sembra di essere ritornati alla “vita reale”, quella con i piedi per terra, e la “bolla di Dubai” è ormai un ricordo lontano.

Tra non molto riuscirò anche io a riprendere la mia attività lavorativa. Mentre la frequenza alla scuola materna pubblica per Reda è stata garantita da subito, trovare una creche – asilo nido – per Akim nel nostro comune è praticamente impossibile. Si tratta di una zona popolata prevalentemente da famiglie e la domanda supera di gran lunga l’offerta.                  Per fortuna ci sono le Assistantes Maternelles, ovvero delle signore che guardano 4/5 bambini in casa propria – quelli che conosciamo come micronidi – e quindi abbiamo trovato ugualmente una soluzione per il prossimo anno. Guardiamo al futuro con ottimismo e sappiamo che il peggio è passato: i giorni difficili in cui cercavamo casa sono lontani, così come il primo giorno di scuola di Reda, che ha saltato perché avevamo il Covid!

Spesso mi chiedono se è questa la nostra destinazione definitiva. La nostra risposta per il momento è no: entrambi non siamo ancora nell’ottica del ‘rientro per sempre’. Ci piacerebbe fare ancora qualche esperienza all’estero, per cui se arriverà, anche a breve, una buona opportunità lavorativa la valuteremo volentieri. In un futuro prossimo vediamo la nostra famiglia vivere in Francia, magari non a Parigi, ma per ora possiamo dire di non sentirci definitivamente a casa”.

 

di Silvia Trisolino

 

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