Ridare respiro al vivente. Lezioni da apprendere a 51 anni dal primo Earth Day

Oggi sono 51 anni dalla prima Giornata Internazionale della Terra: cosa abbiamo imparato alla luce dell’ultimo anno

 

Quest’anno l’Earth day festeggia il suo cinquantunesimo compleanno. Il 22 aprile 1970, infatti, la celebrazione di una giornata della terra dava vita al movimento ambientalista moderno. Nasceva un appuntamento annuale che, vent’anni dopo, avrebbe varcato i confini degli States, dove era nato, per coinvolgere tutto il pianeta.

A favorire la nascita della giornata della terra, l’impegno del senatore statunitense Gaylord Nelson. A seguito di un massiccio sversamento di petrolio a Santa Barbara, California, il senatore aveva promosso l’attivazione studentesca sulle tematiche ambientaliste. Il suo desiderio era quello di promuovere un movimento forte come quello che si era mobilitato contro la guerra in Vietnam. L’obiettivo, favorire la consapevolezza sulla necessità di proteggere l’ambiente mettendo a fuoco le relazioni inestricabili tra inquinamento e salute pubblica

Dalla prima giornata della terra ad oggi, molta strada è stata fatta. Un numero crescente di persone è diventato consapevole dell’impatto ambientale di certi modelli produttivi e stili di vita e di consumo

 

51 anni di Giornata Internazionale della Terra51 anni di Giornata Internazionale della Terra

 

Considerando solo un piccolo aspetto della questione ambientalista, nel secolo compreso tra il 1910 e il 2010, la temperatura della terra è cresciuta di circa 1°C. Secondo alcune stime, il surriscaldamento del pianeta potrebbe concretizzarsi in un aumento di ben 4°C entro la fine di questo secolo. Le conseguenze potrebbero avere un impatto globale imponente, sconvolgendo assetti geopolitici già precari a causa di fattori diversi ma correlati. Solo per citarne alcuni, instabilità climatica ed eventi meteorologici estremi; alterazione degli ecosistemi marini e terrestri; diminuzione dei terreni coltivabili; riduzione delle riserve d’acqua dolce; scomparsa delle città costiere. Principali imputati per la determinazione di questo scenario catastrofico, l’anidride carbonica e gli altri gas serra che ostacolano la normale dispersione del calore terrestre. 

Per citare Greta Thunberg, la nostra casa è in fiamme. Nonostante ciò, però, non sembriamo capaci di spegnere l’incendio. Forse, in effetti, non sentiamo che a bruciare sia la nostra casa. In fondo, contribuire alla riduzione dell’inquinamento ambientale comporta spesso un cambiamento delle proprie abitudini nell’immediato. Il rischio di desertificazione del pianeta o di alterazione degli ecosistemi, invece, potrebbe non riguardare né noi, né i nostri figli. Le conseguenze negative delle nostre condotte di sfruttamento delle risorse naturali, di relazione con le altre specie e con il pianeta, cioè, sono qualcosa che viene percepito come una probabilità remota. Sentiamo che non ci riguarda direttamente e, forse, che non riguarderà nemmeno chi ci è caro. Quanto basta per giustificare una motivazione debole o non sempre costante all’adozione di stili di vita più rispettosi degli equilibri ambientali. A livello macro, del resto, lo stato di salute precario del pianeta è collegato ad interessi economici e a modelli produttivi e di consumo dominanti

 

Manifestazione per il clima promossa da Greta Thunberg — Fonte: Getty-Images

 

Non a caso, il blocco dell’industria cinese nel mese di marzo del 2020 ha determinato la riduzione del 25% delle emissioni di anidride carbonica rispetto all’anno precedente. Complessivamente, è stata registrata una diminuzione del 6% delle emissioni globali nello stesso periodo. A distanza di un anno circa, però, questo trend non è stato confermato. Dati più recenti, infatti, hanno messo in evidenza il ritorno dei livelli di anidride carbonica alla condizione pre-pandemica. Come se nulla fosse successo, intanto, in termini di consapevolezza. Come se non avessimo messo a fuoco i legami complessi tra modelli produttivi e di consumo e la diffusione del covid-19. Forse, non sentendo fino in fondo che rispetto del globo significa anche salute. 

È ormai noto che l’esposizione agli inquinanti atmosferici è un fattore di rischio per la salute umana. Oltre a favorire l’insorgenza di malattie croniche, infatti, può aumentare la vulnerabilità alle altre patologie. Meno noto è che l’infezione da SARS-CoV-2 è una malattia zoonotica che deriva da un virus che ha fatto un salto di specie dagli animali all’uomo. Una simile circostanza ha maggiori probabilità di verificarsi quando vengono soddisfatte alcune condizioni. In primo luogo,  le attività umane devono estendersi al punto da invadere le nicchie ecologiche di altre specie. In secondo luogo, il rischio aumenta se le specie selvatiche sono utilizzate per il consumo umano. Infine, una ulteriore condizione facilitante si verifica nel caso di interazioni tra uomini e animali negli stabilimenti di produzione intensiva di carne

Tutti questi processi si sono verificati nel caso specifico della pandemia da Covid-19. Numerosi  esperti, tra l’altro, stanno sottolineando il rischio di ulteriori salti di specie negli anni a venire, suggerendo di modificare consumi e modalità produttive. In effetti, per comprendere come sia avvenuto il cosiddetto spillover tra specie nel caso del coronavirus, è utile guardare agli stili alimentari diffusi in Cina.  

Se negli anni Settanta il consumo pro-capite di carne dei cinesi era uguale ad otto chilogrammi l’anno, oggi si attesta sui quaranta. Consumare carne è infatti diventato un indicatore di status. Per questo, i vecchi allevamenti familiari sono stati sostituiti da allevamenti di carattere intensivo capaci di rispondere a una richiesta alimentare in costante espansione. 

Questo processo di diffusione della produzione intensiva di carne ad uso alimentare, ha distrutto un modello di allevamento gestito a livello familiare. Inoltre, ha spinto i piccoli allevatori verso zone non adatte alla costruzione di stabili in grado di ospitare grandi concentrazioni di animali. Costretti a spostarsi in zone non appetibili per l’industria della carne, molti ex allevatori in difficoltà economica hanno cominciato a vivere in prossimità delle foreste. Per necessità, quindi, la loro principale attività ha cominciato ad essere la caccia di specie selvatiche ritenute prelibate o curative, alimentando i cosiddetti wet market. Del resto, l’aumento della presenza umana in ecosistemi dove specie selvatiche vivevano indisturbate ha aumentato in maniera consistente il rischio di spillover dagli animali all’uomo. A peggiorare la situazione, infine, il fatto che gli animali degli allevamenti intensivi sono in genere selezionati geneticamente per garantire alcune caratteristiche ricercate dai consumatori. Si tratta di un aspetto rende conto di come i virus possano diffondersi senza incontrare varianti genetiche resistenti

Il processo descritto dovrebbe essere sufficiente a far comprendere come tutela dell’ambiente non equivalga esclusivamente a salute a lungo termine, ma anche nell’immediato. Quanto basterebbe a motivare un cambiamento sostanziale dei modelli produttivi e delle abitudini di consumo. Almeno sulla carta, la prospettiva di una nuova pandemia potrebbe essere maggiormente motivante alla ricerca di modalità alternative di sfruttamento delle risorse, produzione e consumo. Non solo perché abbiamo toccato con mano una limitazione generale delle nostre abitudini, in sé funzionale a sostenere l’adozione di stili di vita meno dannosi. Anche i sistemi economico-produttivi, infatti, sono stati gravemente colpiti dal lockdown. E questo sarebbe un motivo per provare a costruire una modalità meno aggressiva e in grado di ridurre il proprio impatto distruttivo sull’ambiente. 

La pandemia, insomma, ci ha invitati ad abitare la terra in maniera più gentile  garantendo il diritto universale al respiro di cui parla Achille Mbembe. Secondo Mbembe, in effetti, il Covid-19 sarebbe l’espressione paradigmatica ed estrema di un’impasse planetaria capace di costringere l’uomo a ricostruire una nuova abitabilità del pianeta.  Si tratterebbe di una nuova modalità  capace di cancellare il brutalismo imperante e l’incapacità di sentire la propria appartenenza a un unico insieme del vivente. 

In effetti, Mbembe si chiede se saremo finalmente capaci di riscoprire il nostro legame con tutto ciò che abita la terra, umano o no. E nel farlo, è come se ci invitasse a riscoprire le cosmogonie che parlano dell’origine comune di tutti i viventi e degli altri elementi terrestri.

Penso che l’interrogarsi di Mbembe sia fondamentale. Da una parte, porsi la sua domanda significa richiamare ciascuno alle proprie responsabilità. Vengono messi in parentesi i processi di delega che, spesso, quando dobbiamo costruire cambiamento, tendiamo a riporre nelle mani altrui. Dall’altra, la forma dubitativa mi sembra importante perché è in grado di problematizzare ogni aspettativa di cambiamento salvifico. Il dubbio, insomma, permette di non dirsi un po’ ingenuamente che “andrà tutto bene”. 

Che andrà bene, non è sicuro per niente. E quasi sicuramente, se andrà bene, non sarà così per tutti. Lo stato imperante di disuguaglianza che caratterizza la situazione planetaria, i molteplici punti di vista implicati, gli interessi spesso contrastanti, lo escludono

Il dubbio e l’incertezza, parenti stretti del cambiamento, in genere non piacciono a nessuno. Per navigarli è necessaria una certa capacità di tollerare il portato emotivo che li accompagna. 

In simili circostanze, a dire il vero molto comuni nell’esperienza quotidiana, ho imparato a spostare il focus dalla situazione a me stessa. Nelle situazioni che sembrano essere irrimediabilmente perse, negative sotto ogni fronte, mi dico che uno spiraglio potrebbe ricavarsi nella possibilità di cogliere opportunità di apprendimento. 

Anche nella peggiore delle circostanze, infatti, sarà sempre possibile imparare qualcosa di nuovo su di noi, sull’altro, sulla relazione tra noi e il contesto. Un buon modo per valorizzare il navigare, con la consapevolezza che qualcosa può essere maturato al di là del raggiungimento di un obiettivo. 

Giusto a ricordare che anche nelle situazioni meno facili ci sono sempre risorse, possibilità di apprendimento, elementi di sviluppo

E chissà che fantastica esperienza di apprendimento potrebbe essere quella costruita intorno a un progetto di cambiamento incentrato sul ridare respiro al vivente. Certo, a descriverlo così, sembra la più grande delle utopie. Una trama tutta da scrivere e riscrivere che, tra le righe, delinea la storia della specie umana come virus del pianeta. La speranza è di fare come i virus che diventano meno aggressivi per non uccidere il proprio ospite e garantirsi una lunga sopravvivenza.  La speranza è riuscire a impegnarsi in un analogo processo autoconservativo, anche se tentato in calcio d’angolo.

 

Di Gandolfa Cascio

 

 

 

Per approfondire

 

Per una traduzione fedele dal francese del pensiero di Achile Mbembe sul diritto a una vita respirabile

Il diritto universale al respiro -Mbembe sul Covid-19 – Clinica della Crisi (home.blog)

Per una lettura complessa dell’impatto della pandemia sull’ambiente

Gli impatti della pandemia sull’ambiente (cioè su tutti noi) | Rivistamicron

 

Per ricordarsi che non siamo gli unici animali al mondo 

Il nostro pianeta (2019), serie Netflix in 8 episodi realizzata in collaborazione con WWF e Silverback Films e doppiata dal naturalista e documentarista Sir David Attenborough.

Per gli amanti della poesia e della narrazione a tema naturalistico

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