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Social media e sharenting. Pubblicare o non pubblicare le foto dei figli su internet? Questo il (social) dilemma

 

Social media e sharenting. I genitori degli anni ’20 del XXI secolo, cresciuti con MySpace e Facebook, sono sempre più digital. La pratica dello sharentig, pubblicare foto dei figli sui social media, è ormai molto diffusa. Ma è un bene o un male? E quando si è lontani da casa, come nel caso degli expat, lo sharenting può servire per diminuire le distanze e rafforzare l’identità familiare? Una ricerca illustra quattro modalità diverse con cui i genitori fanno sharenting. 

 

Postare le foto dei figli sui social network. Un pratica piuttosto diffusa che a partire dal 2012 ha avuto il suo nome proprio: sharenting. Un anglicismo che tiene insieme la parola share, condividere, e parenting, l’essere genitori. Dunque, per semplificare, niente di più di un modo di raccontare il proprio essere genitori all’interno della rete. Per molto tempo ci si è accostati a questa pratica con toni negativi mettendo in luce soprattutto i pericoli, indubbiamente presenti. Ma negli ultimi anni qualcosa sta cambiando e pur senza dimenticare i rischi si sta tentando di allargare la prospettiva.

 

I genitori degli anni venti

I genitori degli anni ’20 del XXI secolo, cresciuti con MySpace e Facebook, sono sempre più digital. La stessa genitorialità ha trovato espressione online molto di più di quello che potremmo immaginare e per questo si parla ormai di digital parenting non solo per indicare i genitori più aperti all’uso delle tecnologie, ad esempio quelli che pubblicano le foto dei propri figli in rete o che permettono di interagire con lo smartphone fin dai primi mesi di vita, ma più in generale tutti i genitori che vivono nella società occidentale. Anche quelli che hanno un atteggiamento più restrittivo nei confronti delle nuove tecnologie.

 

La mediazione 

Essere digital comporta nuovi compiti di sviluppo per i genitori. Il primo ha a che fare con la mediazione. In che modo, cioè, i genitori accompagnano il bambino nell’uso delle tecnologie digitali. Un compito non certo nuovo, visto che questo filone di studi e di ricerche è partito quando nelle case delle famiglie è cominciato a entrare il televisore. Oggi però i media sono aumentati, per alcuni versi sono più pervasivi, e il compito di mediare il grado di interazione tra bambino e tecnologie, televisore compreso, diventa sempre più importante.

 

Le parenting pratices e i social media

Il secondo compito, invece, ha a che fare con le pratiche genitoriali. Si tratta cioè di andare a vedere in che modo un genitore ha integrato le nuove tecnologie nel suo modo di essere genitore. Quindi, come utilizza le tecnologie non solo nella sua quotidianità ma più nello specifico in quelle che alcuni ricercatori hanno chiamato parentig pratices, i compiti genitoriali.  Mi pare, questo, un punto essenziale perché è proprio da qui, ovvero dal modo in cui i genitori interpretano e utilizzano le tecnologie a loro disposizione per svolgere i compiti genitoriali richiesti che possono nascere nuove e importanti sfide per i genitori, per i bambini e, di conseguenza, per la nostra società. Il discorso sullo sharenting si inserisce proprio tra le  parenting practices. In che modo i genitori gestiscono l’immagine dei figli, di conseguenza anche la propria, sulla rete? E come possono essere sostenuti i genitori in questo percorso? 

 

Sharenting

 

 

Anche perché, come vedremo, i motivi che possono portare i genitori a condividere online le immagini dei figli sono diversi e non è giusto appiattire il discorso esclusivamente sui rischi presenti. Prendiamo ad esempio gli expat. Si condivide per poter arrivare a tutti, per poter mantenere vivi i rapporti con famiglia e amici, per annullare, se pur virtualmente, la distanza. Certo, il diritto alla privacy dei bambini deve sempre essere tenuto a mente. Ma proprio per questo penso sia corretto non chiudere gli occhi di fronte alle nuove parenting practices che il digitale ci ha consegnato. 

Una ricerca uscita su Digital parenting. The challenges for families in the digital age, (Mascheroni, Ponte, Jorge, 2018, Nordicom, Goteborg) può aiutarci ad andare oltre. Sono stati individuati 4 diversi orientamenti comunicativi con cui si può fare sharenting. 

 

  1. Orientato alla famiglia

Il primo è quello orientato alla famiglia. Sono quei genitori che usano lo sharenting su Facebook per creare la e rafforzare la loro storia familiare, per marcare e celebrare i legami integenerazionali, ad esempio con i nonni, per confermare i valori e i riti familiari, per raccontare la natura ciclica della vita di tutti i giorni e sentirsi parte della famiglia allargata. Vengono condivisi con gli amici piccoli e grandi eventi della vita di coppia come l’annuncio della gravidanza, la presentazione del neonato, tutte le sue prime volte…Sono dunque quei post, ma potrebbero essere anche delle storie su Instagram o più in generale dei video, in cui l’atto di condivisione pubblico di un evento privato, familiare, serve alla coppia per raccontarsi all’esterno. Questi post mettono spesso in accordo entrambi i genitori perché, come detto, sul social viene pubblicata la loro coppia, la loro famiglia, con lo scopo di rafforzarne l’identità. Non è raro quindi che i due genitori si commentino sotto le foto, di nuovo a consolidare l’importanza che quel contenuto ha per entrambi. Ma queste foto hanno anche l’obiettivo di rivolgersi più in generale alla famiglia allargata, parenti e amici, che ancora una volta, con i loro like e i commenti, rinforzano i confini della famiglia stessa. Infine sono contenuti di tipo monologico: l’intento non è mai, o quasi, quello di generare dibattito, condivisione, scambio.

La maggior parte dello sharenting che troviamo sui social si situa in questo orientamento comunicativo. Qui, pensiamoci, troviamo anche gli expat che possono sentire un bisogno molto forte di rafforzare i legami con le persone a cui tengono e che sono lontane da loro.

 

2. Orientato ai pari

Il secondo orientamento comunicativo è quello orientato ai pari. Il punto centrale in questo caso è quello di costruire e partecipare a gruppi eterogenei di pari, legati solo dall’essere genitori di bambini che stanno per nascere o che sono appena nati. I post delle madri e dei padri che si collocano in questo orientamento hanno spesso e volentieri al centro lo sharenting. I genitori partecipano a gruppi su Facebook, forum di discussione e nelle loro bolle digitali si incontrano altri genitori che come loro condividono e raccontano la loro esperienza. I post in questo caso sono maggiormente dialogici, volti ad esempio a cercare uno scambio di esperienze vissute, di difficoltà incontrate, di prospettive educative. Ma ci possono anche essere post meno impegnati, quelli in cui ad esempio un genitore chiede consigli sull’outfit di una figlia. Nell’approccio orientato ai peer, lo sharenting è spesso utilizzato anche per raccontare la propria dedizione alla genitorialità mediante foto dei figli accattivanti, divertenti e molto belle. Le relazioni che si vengono a formare su questi gruppi sono generalmente di supporto, di scambio tra le persone. 

 

3. Oppositivo

Il terzo orientamento comunicativo viene denominato dai ricercatori oppositivo. Qui troviamo quei genitori che mostrano per l’appunto opposizione e resistenza nei confronti dello sharenting. Nei loro post raramente parlano della loro esperienza genitoriale e possono diventare apertamente critici, online ma anche offline, nei confronti di chi invece lo fa. In particolare, con chi pubblica i bambini. Questo orientamento può essere ispirato da un generale atteggiamento di criticità nei confronti dei social network in generale e più nello specifico c’è un desiderio di dissociarsi dall’immagine della genitorialità che il social, ovviamente attraverso i post delle persone, veicola. Diversamente da quello che si potrebbe pensare, anche chi si trova nell’orientamento oppositivo si confronta con lo sharenting. Solo, si muove dalla parte opposta, e non vuole, ad esempio, che l’immagine del proprio figlio finisca nelle mani di persone sconosciute. Oppure, facendo riferimento al proprio essere genitori, desiderano che la loro identità resti maggiormente dinamica, che cioè non si cristallizzi attorno all’essere solo una madre o un padre. 

 

Non-uso 

Il quarto e ultimo orientamento comunicativo è chiamato non-uso. I genitori che non postano mai, neanche per sbaglio, aggiornamenti sul parenting si collocano in questo gruppo. In generale, possiamo dire che il loro utilizzo dei social media è piuttosto passivo anche su altri temi, finalizzato più all’esserci che non ala condivisione. Oppure possono essere genitori che hanno scelto in maniera consapevole di non portare il loro essere genitori online, simili da questo punto di vista ai genitori oppositivi. Ci troviamo dunque di fronte a quei genitori che fanno un passo a lato, che si spostano dal tema dello sharenting, che non gli danno più di tanto importanza.

 

Le motivazioni che spingono a pubblicare

Questa ricerca, più in generale questo nuovo approccio a tematiche complesse, ha a mio avviso un grande merito. Non punta il dito contro i genitori, non gli riempie la testa e la pancia di paure, non si limita a dire “non si fa”. Al contrario va oltre, andando a indagare le motivazioni che spingono una madre e un padre a postare le foto dei figli online. Soprattutto, parte dal presupposto che trovare il propio modo di stare online sia un compito che un genitore moderno deve affrontare, volente o nolente.

In questo quadro possiamo forse trovare anche le motivazioni legate al mondo expat. I social network rendono possibile ciò che fino a qualche anno fa era impossibile: stare in relazione. In questo modo, l’abbiamo visto, è la stessa identità familiare che può risultare avvantaggiata da un certo modo di condividere le storie della propria famiglia. Dunque, se penso a chi vive lontano da casa, non sono poi così certo che lo sharenting sia una pratica così negativa come a volte viene raccontata. 

 

Certo, ci sono i rischi. Non li ho volutamente inseriti in questo articolo. Vi basterà googlare sharenting per trovare elenchi dettagliati di pericoli a cui sottoponete i vostri figli. Ma non dobbiamo fermarci lì. Guardiamo oltre. 

 

 

di Alberto Rossetti

 

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