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Tollerando le infedeltà dell’ambiente. Riflessioni sparse sulla salute

Da quando la stragrande maggioranza di noi ha conosciuto la prima pandemia della propria storia, l’importanza della salute ha assunto connotati tridimensionali. La giornata internazionale della salute di quest’anno, quindi, ci ricorda l’importanza di un tema fondamentale con ancora più urgenza, al quadrato, direi. 

Diverso è per altre persone in altre parti del mondo, sicuramente per una buona percentuale di quelle che abitano molti dei nostri contesti di espatrio, i più poveri. 

Ricordo che quando ho iniziato a lavorare come psicologa con persone provenienti dall’Africa occidentale, di fronte alle narrazioni dei miei pazienti, ero colpita dalla frequenza con cui venivano condivise le notizie della perdita dei propri cari. Mi dicevo, un po’ etonnée, che in Africa le persone muoiono come le mosche. L’espressione è molto cruda, ma era capace di dare voce a un mix di sentimenti che comprendevano incapacità di comprendere, dolore, amarezza. Dare voce a qualcosa che sapevo esistesse da qualche parte, ma che adesso mi trovavo proprio di fronte. In certi posti, se le persone muoiono come le mosche è sicuramente a causa delle malattie, epidemiche e non. 

Come trascurare, però, il ruolo di altre variabili di contesto? Soprattutto, ha ancora senso pensare alla salute come a una condizione strettamente individuale che poco ha a che vedere con fattori socio-economici e politici?

 

Giornata della Salute

 

 

È quasi banale ricordare la minore aspettativa e qualità di vita di una persona nata e cresciuta a latitudini segnate da violenza strutturale, guerre e conflitti, povertà, disastri climatici, instabilità politico-sociale. Per non parlare della diversa accessibilità alle risorse ed agli strumenti di cura in caso di malattia. 

Come è noto, al di sopra di una certa soglia di reddito, mortalità, malattia e disabilità dipendono da fattori quali le condizioni di lavoro, il livello di educazione raggiunto, la serenità familiare e il clima sociale in cui si vive. Un americano e un cubano che hanno un reddito annuo rispettivamente di 43.000 e di 10.000 dollari/anno – al netto di inflazione e costo della vita – hanno una aspettativa di vita simile e pari, in media, a 79 anni. L’aspettativa è similare a dispetto del fatto che gli americani hanno i redditi pro-capite medi più alti del mondo e finanziano gli investimenti maggiori nel loro sistema sanitario, il più iniquo a livello globale. Al di sotto della soglia dei 10.000 dollari/anno le cose sembrano mutare radicalmente. L’aspettativa di vita cala in maniera drammatica, come nel caso della Sierra Leone e di altri paesi africani, dove si attesta sui 45-55 anni. 

In questi contesti, concetti come prevenzione o promozione della salute sono oggetti estranei e le persone sono ingaggiate in un tentativo quasi eroico di mantenersi almeno in vita. 

Se, accettando la definizione di salute di Canguilhem, la definiamo come il margine di tolleranza alle infedeltà dell’ambiente”, si potrebbe parlare di contesti altamente infedeli che richiedono a chi li popola capacità di tenuta importanti. Al netto dei privilegi legati allo status socio-economico, ciò vale sicuramente anche per gli expat provenienti da mondi diversi e meno infedeli, spesso poco attrezzati rispetto a condizioni climatiche estreme, alla presenza di patogeni aggressivi, allo stress cronico di lavori impegnativi che affaticano mente e corpo, alla non disponibilità di farmaci e presidi di cura per loro tradizionali. 

A proposito di malattia e di accesso alle cure, pensando alla condizione di chi espatria mi viene subito in mente il concetto di arena familiare di Kleinman, psichiatra e antropologo medico statunitense. Per lui, una percentuale compresa tra il 70 e il 90% dei disturbi viene gestita all’interno di cerchie inclusive delle reti familiari, sociali e comunitarie. È all’interno di queste reti che si decide quando è necessario cercare un aiuto specialistico, chi consultare, secondo quali modalità accettare le indicazioni terapeutiche e quando ritenerle efficaci. Dal punto di vista di Kleinman, cioè, in una percentuale elevata di situazioni, i problemi di salute vengono risolti senza ricorrere a guaritori non professionisti o a specialisti del campo che afferiscono rispettivamente a quelle che chiama folk e professional arena. Sono le nostre reti, sempre più spesso affiancate dal dottor Google, che ci aiutano a decidere se un problema di salute richiede l’intervento di un esperto, professionalmente riconosciuto o meno, o può essere gestito in autonomia e con rimedi in qualche misura casalinghi. Un processo che avviene nella complessa rete di significati che riguardano salute e malattia e che si tesse nelle relazioni sociali e comunitarie.

Per gli expat può non essere agevole rivolgersi alla propria arena familiare e convocarla sul tema della malattia. Senza ricordare il caso estremo dei lavoratori che non possono rivelare la propria destinazione o posizione ai congiunti, basterebbe pensare alle comunicazioni non sempre agevoli sul piano tecnico o alla generale difficoltà di parlare di malattia quando si è a distanza. Ansia e preoccupazioni possono amplificarsi nella condivisione e, per questo, spesso non si parla delle proprie sofferenze, venendo meno una occasione di costruzione di significati intorno all’esperienza dello stare male. 

Lavorando in Italia con molte persone straniere, utenti o colleghi, ho imparato come possa essere stressante non avere proprio quel farmaco, quel medico, il burro di karité o il tale amico a portata di mano. Ho imparato anche come, quando si diventa un nodo dell’arena familiare di qualcuno che viene da altri luoghi, alla fine, i rimedi per i piccoli malesseri si ibridano, come i pensieri sulla malattia e la salute. Dopo anni di conversazioni sulla cura, insomma, se ho un mal di pancia da indigestione prendo un’acqua e alloro rinforzata con zenzero e chiodi di garofano, perché ormai ho sperimentato le portentose capacità di sostanze estranee alla mia tradizione, ma ben conosciute in altre. Se ho più bisogno di comfort e contenimento, spesso al netto del mal di pancia, opto per un’acqua e alloro semplice, perché convoco le relazioni e le cure del mio passato. Insomma, convoco un universo di cui posso avere molta nostalgia, per provare a trovarne conforto. 

In effetti, credo che una delle infedeltà degli ambienti expat sia proprio questa non immediata convocabilità del proprio universo relazionale. Non a caso prima accennavo a questioni di arena familiare e nostalgia. E credo che non sia casuale nemmeno parlarne in questo momento pandemico, riflettendo su come sia stato importante vivere forme di socialità e relazionalità garantite da web e devices in tempi di distanziamento fisico. 

Quanto è doloroso non avere accanto le persone care? Quanto è faticoso trovare modalità alternative di relazione e costruirsi nuove reti? Quanto tutto ciò ha a che fare con la salute? 

Risponderei a tutte le domande allo stesso modo. Molto, moltissimo. Almeno se facciamo nostra una definizione della salute rispettosa della complessità di questo oggetto, definito svariate volte eppure sempre sfuggente. 

Accettare una definizione complessa della salute significa lanciarsi in territori non troppo familiari, seppure battuti da un po’.  Già sul finire degli anni Settanta, per esempio, Marmot aveva avuto sentore della necessità di trattare la salute come oggetto complesso. Si era occupato di expat sui generis, gruppi di giapponesi stabilitisi in California o alle Hawaii, conducendo uno studio sulla loro salute cardiovascolare e confrontandola con quella dei connazionali rimasti in patria. Attraverso il suo studio aveva riscontrato che il maggior tasso di mortalità cardiovascolare si registrava nei giapponesi californiani, seguiti dagli hawaiani e dai residenti nel paese di origine. Questi ultimi due gruppi mostravano indici assimilabili e, in maniera non troppo sorprendente, il risultato non era collegato semplicemente all’alimentazione o al livello di colesterolo nel sangue, ma al grado in cui era stato possibile mantenere un’aderenza alla cultura giapponese originaria rispetto all’assimilazione alla cultura americana. Rispetto a chi si era trasferito in California, chi risiedeva alle Hawaii, infatti, aveva potuto maggiormente custodire le proprie tradizioni e questo in qualche modo ne aveva preservato la salute. 

In merito, ci sarebbe da chiedersi quanto una variabile quale l’aderenza alla propria cultura di origine sia ancora così universalmente importante e determinante. In fondo, viviamo in un mondo meticcio e, per molti, il meticciato non è solo uno stile di vita, ma un valore. 

Probabilmente questo è particolarmente vero per chi sceglie la vita da expat e la propria destinazione. Forse lo è meno per chi “subisce” la necessità di emigrare oppure è esposto a continui spostamenti che rendono necessario mobilitare massicce risorse di adattamento, anche laddove questo non è un elemento stimolante per la persona. 

Studi più recenti di quello di Marmot, in effetti, hanno dimostrato che il lavoro è una fonte primaria di regolazione della bilancia salute-malattia. Due fattori strettamente correlati, la soddisfazione e la percezione di poter esercitare un certo controllo sulle condizioni di lavoro, fanno pendere la bilancia verso la salute. Viceversa, disoccupazione, precarietà, scarso controllo della propria attività, sono associati a un aumentato rischio di soffrire di disturbi mentali e fisici. Ad essere colpita è soprattutto la funzionalità cardiaca, come dimostrato da diverse decine di studi realizzati in Europa e negli Stati Uniti. 

Non sorprende né che il cuore sia al centro delle ricerche su queste tematiche, né che possa risentire così tanto delle fatiche della vita, anche e non solo professionale. Non sorprende, ma ci ricorda, forse, le infinite ragioni per cui, simbolicamente, il cuore è la casa di molte cose. 

 

di Gandolfa Cascio

 

 

Per approfondire

 

Più difficile leggere fluidamente il titolo che il resto

Bottaccioli F. & Bottaccioli A.G. (2018). Psiconeuroimmunoendocrinologia e scienza della cura integrata. Milano: EDRA.

 

Sul morire come mosche e su come sia possibile finire in una spirale di violenza per sfuggire alla morte per fame e a un matrimonio combinato. Finale étonnant.

Azali (2018) di Kwabena Gyansah

 

Una intervista di Kleinman che parla dell’anima della cura, raccontando la sua esperienza di caregiving con la moglie malata di Alzheimer e senza dimenticare la sua esperienza professionale con gli expat cinesi negli USA. Particolarmente interessante per chi si occupa di relazioni di cura e non teme la lentezza del ragionamento.

Arthur Kleinman, The Soul of Care – Bing video

 

Solo per gli amanti del genere e se non si ha troppa nostalgia di casa

Le svariate playlist Tango Nostalgìas su Spotify

 

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