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Tradurre la Migrazione: l’Importanza delle Lingue in Contesti d’Espatrio

La lingua ha una sorprendente forza costitutiva ed è densamente intrecciata ad aspetti basilari del mondo psichico dell’essere umano: basti pensare all’attaccamento, alle memorie e alla loro rievocazione, allo sviluppo. Il significato della lingua che parliamo non è mai isolato, ma sempre contestualizzato e il contesto include tra l’altro, aspetti legati agli affetti e allo stato del corpo.

La lingua ha una forte capacità di strutturare sia il senso di identità che la personalità dell’individuo che l’apprende. Apprendendo uno specifico codice linguistico alleniamo la nostra mente a pensare in quel determinato modo, e impariamo a raccontare le cose del mondo influenzati anche dall’interpretazione del nostro codice linguistico. La nostra visione del mondo è profondamente condizionata dal linguaggio che usiamo per esprimerci ed esso è frutto diretto della cultura entro la quale esso è nato e si è sviluppato. La nostra identità quindi nasce ed è costituita in parte come forma di storia personale. Il discorso e la nostra soggettività si costruiscono insieme in rapporto reciproco (Bruner, 1986, 1990).

Nel momento in cui un individuo sceglie di vivere in un paese diverso dal proprio, si troverà probabilmente a dover utilizzare un codice linguistico diverso da quello nativo. Parte del nostro modo di leggere il mondo sarà rimpiazzata dalla prospettiva della nuova lingua. Il linguaggio è profondamente collegato ai significato storici e culturali e, come tale, il suo apprendimento diventa un importante strumento di costruzione di identità (Akhtar, 2011; Suàrez Orozco et al., 2002). Quando si cambia codice linguistico, il modo di vedere la realtà e le nostre identità vengono trasformate. Mano a mano che il tempo passa ci abituiamo al nuovo codice. Lo utilizziamo per pensare, a volte anche per sognare. Ma tutto ciò non avviene in maniera automatica ma attraverso una continua negoziazione e interiorizzazione dei significati portati dalla nuova lingua e dalla cultura entro la quale si è sviluppata. Si ha il bisogno di diventare nuovi Sé per parlare una lingua che spesso non riflette le profonde connessioni con la propria cultura (Imberti, 2007). In contesti di psicoterapia con pazienti migranti può capitare che si riesca a trattare adeguatamente un argomento solo utilizzando il codice linguistico entro cui le vicende sono avvenute. Si riesce magari a tradurre il linguaggio di tutti i giorni ma non sempre si riesce a tradurre il linguaggio delle emozioni.

Kris Yi (2014) sostiene che in contesti di psicoterapia, i pazienti migranti, portatori di esperienze affettive particolari, abbiano particolari difficoltà nel tradurre la totalità dell’esperienza. Allo stesso modo i terapeuti parlanti la lingua adottiva potrebbero non disporre di un vocabolario completo per aiutare i loro pazienti a simbolizzare l’esperienza nella lingua madre. Alla luce di ciò sembrerebbe che per pazienti migranti e multilingue, un’esperienza terapeutica nella madrelingua sia determinante sotto certi aspetti, soprattutto in presenza di situazioni irrisolte appartenenti al contesto di partenza.

L’uso della lingua madre in terapia faciliterebbe rielaborazione di esperienze traumatiche che non necessariamente nascono dal percorso migratorio ma che comunque lo influenzano (Hill, 2008). Riuscire a rielaborare le proprie esperienze traducendo la propria storia in tutte le lingue che conosciamo, o meglio che ci appartengono, è parte di quel processo che viene finito adattamento e che permette di percepirci in continuità con la propria esistenza nonostante i cambiamenti che spesso ci troviamo ad affrontare.

 

Akhtar, S. (2011). Immigration and acculturation: Mourning, adaptation, and the next generation. New York, NY: Jason Aronson.

Bruner, J. (1986). Actual minds, possible worlds. Cambridge, MA: Harvard University Press.

Bruner, J. (1990). Acts of meaning . Cambridge, MA: Harvard University Press

Imberti, P. (2007). Who resides behind the words? Exploring and understanding the language experience of the non-English-speaking immigrant. Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services88(1), 67-73.

SuàrezOrozco, C., Todorova, I. L., & Louie, J. (2002). Making up for lost time: The experience of separation and reunification among immigrant families. Family process41(4), 625-643.

Yi, K. (2014a). From No Name Woman to Birth of Integrated Identity: Trauma-Based Cultural Dissociation in Immigrant Women and Creative Integration. Psychoanalytic Dialogues24(1). 37–45.

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