Cosa possiamo imparare dal modello del Buen Vivir

Cosa possiamo imparare dal modello del Buen Vivir? Buen Vivir non significa rinunciare alla crescita, ma lavorare affinché tutti gli aspetti della vita siano in armonia tra loro. E il benessere comune, e non individuale, è l’obiettivo

Parlare oggi di Buen Vivir significa fare riferimento a un “modello alternativo di sviluppo” in opposizione al capitalismo, che vuole mettere al centro la difesa dei diritti delle popolazioni indigene dell’area andina in relazione all’identità e al possesso della terra. 

Un modello che mette anche in luce la resistenza, lenta e costante, nei confronti della colonizzazione e del neocolonialismo, per difendere il territorio dall’invasione delle multinazionali che mirano al saccheggio incontrollato delle risorse.

Ma più che un’ideologia, il Buen Vivir è un immaginario collettivo. Alcuni degli elementi riconducibili alla sua “cosmovisione” sono stati inseriti all’interno delle nuove costituzioni di Ecuador e Bolivia vigenti rispettivamente dal 2008 e dal 2009.

Buen vivir non corrisponde però a un modello fisso, ma è in continua trasformazione e costruzione

Letteralmente significa «vivere una vita piena e dignitosa, un’esistenza armonica che include la dimensione cognitiva, sociale, ambientale, economica, politica e culturale al pari interrelate e interdipendenti». 

Una “cosmovisione” che cerca di riportare sempre una perfetta armonia spazio-temporale tra uomo e mondo circostante.

Ma dove possiamo scorgere l’anima del Buen Vivir nella vita quotidiana delle popolazioni andine? E cosa potremmo imparare, in un momento storico in cui l’Europa si ritrova a riscoprire il valore della lentezza e del contatto con la natura?

Bolivia: ridistribuire e lavorare per la comunità 

Visto dall’ottica dello sviluppo economico, Buen Vivir non è sinonimo di ozio o decrescita. Molti progetti di cooperazione che mirano a sostenere economicamente le fasce più deboli oggi cercano di non perdere di vista le linee guida del Buen Vivir, cercando di rafforzare quelli che sono i metodi di produzione e i saperi della tradizione. 

É il caso di “Tessendo la Solidarietà”, un progetto di Progettomondo MLAL, per valorizzare il lavoro tessile in Perù e Bolivia con un approccio basato sull’economia solidale, la sostenibilità ambientale e l’equità di genere.

“Il modello legato alla ‘lentezza’ così come lo intendiamo oggi in Europa non corrisponde al pensiero che la popolazione che vive sulla Ande ha di sviluppo economico” spiega Anna Alliod, da 30 anni referente di progetti di sviluppo in area andina e amazzonica. 

Buen Vivir non significa rallentare la produzione o ridurre l’impegno lavorativo, e neanche le prospettive di guadagno.

Se da un lato il prodotto tessile ha la funzione di valorizzare i metodi tradizionali e la scelta di disegni e colori, dall’altra le donne che portano avanti questo tipo di impresa vogliono il loro prodotto rientri in una logica di mercato in grado di garantire loro un salario dignitoso”.

Buen vivir non riguarda solamente produzione e rispetto per la natura che ci circonda, ma include tutto gli aspetti della vita dell’uomo e della comunità che devono essere in armonia tra di loro.

Non esiste armonia senza un ruolo attivo all’interno della propria comunità (per comunità intendiamo villaggio o agglomerati di case sparse che hanno un sentimento di appartenenza allo stesso territorio).

 

 

Buen vivir

Cayambe, Ecuador

 

Anche se le popolazioni indigene hanno un vissuto diverso dal nostro, c’è un aspetto dell’ideologia del Buen Vivir alla quale dovremmo guardare come modello ispiratore e ed il ruolo attivo che l’individuo ha nella propria comunità” continua Anna Alliod. 

Le comunità rurali che vivono sulle Ande, generalmente Quechua e Aymara, fino a pochi decenni fa non rientravano all’interno dei meccanismi dell’organizzazione statale

Era considerato normale che tutta la comunità si adoperasse nella costruzione di una strada e di una scuola, e il salario del maestro era il risultato di una raccolta di denaro tra famiglie.  

Ora le cose sono diverse: il governo si occupa di tutti questi aspetti, eppure molte abitudini sono rimaste radicate.
Il maestro è pagato dallo stato ma la collettività continua a occuparsi del vitto e dell’alloggio, perché si tratta di una persona che viene a prestare un importante servizio ai giovani,
considerati figli di tutta la comunità

In generale il senso di appartenenza alla comunità è molto forte; è importante supportare concretamente la comunità stessa ma anche ridistribuire, in alcuni casi, la propria ricchezza. C’è una pratica ancora molto diffusa che si ripropone ogni anno durante la festa annuale – una festa simile al Santo Patrono – : la famiglia che durante quell’anno ha accumulato più ricchezza si incarica normalmente di pagare le spese della festa, dalla musica alle bevande. 

Si tratta di un momento di ridistribuzione del guadagno, perché l’intera comunità è considerata al pari della propria famiglia”.

Cosa possiamo imparare dal modello del Buen Vivir: dalla minga colombiana alla giustizia comunitaria

Le pratiche collettive di organizzazione comunitaria sono parte integrante e fondamentale del grande “equilibrio” che chiamiamo Buen vivir, ovvero quella cosmovisione che unisce uomo, natura, e tutti gli attori presenti sul territorio. 

“In Colombia, la pratica di sostegno collettivo ha un nome ben preciso: viene chiamata ‘la minga’, termine che trova tradizione nella nostra lingua” spiega Anna Avidano, referente Ricerca e Sviluppo del CISV Torino.

Minga significa ‘unione di varie comunità per un bene comune’, in poche parole ‘mettersi insieme per ottenere un obiettivo’. Se un contadino si ammala e non può sostenere il periodo del raccolto, è dovere della comunità organizzarsi per far in modo che il suo raccolto non venga perduto. 

Si tratta di una forma di welfare sociale organizzato a livello locale, che porta coesione e unisce le persone. Anche nell’ultimo anno sono state tantissime le comunità che si sono auto-organizzate a livello territoriale per limitare la diffusione dell’epidemia”.

In Colombia gli ideali legati al Buen vivir sono diventati anche un punto di riferimento per resistere al passaggio dei gruppi armati, trasformandosi in un sentimento di resistenza, lento e collettivo. 

Ma non solo: come abbiamo già detto, il Buen Vivir tocca tutti gli “assi portanti” della vita dell’individuo e della sua comunità, dall’amministrazione al lavoro, dall’istruzione alla giustizia.

Nonostante in alcune zone, soprattutto nel sud del paese, molte famiglie abbiano deciso di riconvertire le proprie terre a coltivazioni di coca o marijuana, la comunità non le ha isolate. Anzi, è compito di tutti continuare a includerli e agire affinché ritornino sui passi originari e convertano nuovamente le proprie terre. 

La dimensione comunitaria può intervenire anche a livello di giustizia, laddove le carte costituzionali lo permettono. La ‘giustizia comunitaria’ mira sempre ad essere riparativa e mai punitiva, proprio perché l’obiettivo principale è quello di ristabilire l’armonia tra le persone.

E’ il caso del ministro dell’ex-ministro dell’istruzione del governo di Evo Morales, Félix Patzi, che dopo essere stato fermato per guida in stato di ubriachezza, ha scelto di scontare la pena scelta dalla sua comunità indigena di appartenenza:
la costruzione di mille mattoni per la nuova scuola, un servizio utile e concreto per tutta la comunità.

 

Comunità

Samaipata, Bolivia

 

In armonia con la natura sì, ma insieme

L’approccio del Buen vivir mette al centro la relazione tra uomo e natura, ma questo non significa escludere a priori la direzione dello sviluppo economico. 

L’immaginario che vede le popolazioni indigene come “guardiani della natura” non sempre corrisponde alla realtà: si può infatti essere parte di una comunità indigena, senza per forza vivere a contatto con la terra e sono tantissimi i giovani che scelgono di trasferirsi, per gli studi, in realtà urbane. 

Anche le popolazioni indigene sfruttano le risorse, ma con un approccio differente, che è quello di ricercare un modello di sviluppo diverso, più equo e sostenibile e meno distruttivo, in grado di garantire l’armonia con la natura:
oggi esistono infatti molti punti in comune tra la produzione agricola secondo i principi del Buen Vivir e le
linee guida del nuovo filone dell’agro-ecologia

In conclusione, Buen Vivir può voler dire “lentezza” ma non nei termini che oggi questa parola ha acquisito in Europa dopo un anno di pandemia e di riduzione della vita sociale.

Buen Vivir non significa ridurre il lavoro e la produttività, significa trovare la giusta armonia per ogni individuo ma soprattutto all’interno della collettività; non ridurre le relazioni sociali, anzi, fare esattamente l’opposto.

La ricerca nostra disperata di ricostruire il rapporto perduto con la natura è spesso ancora troppo individualistica: non si agisce per gli altri e per la natura, ma per se stessi. Guardare al modello del Buen Vivir potrebbe aiutarci a capire che quello che cerchiamo è solo il primo di tanti tasselli mancanti. 

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