Etica e tecnologia: perfetti sconosciuti?

Etica e tecnologia,  è arrivato il momento di interrogarsi su come le innovazioni vadano gestite dal punto di vista etico le regole e le buone pratiche Floridi

etica e tecnologia

“Presto, che è tardi!”: sviluppo tecnologico iper-veloce, da un lato, ritardo rispetto alla sua regolamentazione, dall’altro. Etica e tecnologia possono andare di pari passo? Qualcosa suggerisce che è arrivato il momento di interrogarsi su come le innovazioni vadano gestite dal punto di vista etico. E su come tradurre l’etica nella tecnologia in pratiche concrete di utilizzo delle tecnologie.

Su più livelli: da quello di società globale a quello di singole persone. Perché se il ritardo è già molto rispetto alla teoria, l’urgenza si fa ancora maggiore sul piano pratico

É cruciale che regole e leggi, rispetto a sviluppo e utilizzo di tecnologie digitali, vengano pensate, formulate, condivise. Scelte. Conosciute. Applicate nella pratica e fatte rispettare in un orizzonte di senso comune. Altrimenti, rischiamo di trovarci catapultati in un “Far Web”, per citare un titolo del giornalista Matteo Grandi. 

Sì, perché, nell’ambito del digitale, “i paletti” vengono sempre collocati a posteriori. Ce ne aveva parlato la Dottoressa Sara Capecchi: abbiamo le tecnologie, e talvolta anche le regole per utilizzarle. Ma ancora non conosciamo né le une né le altre. Ci torna utile la sua metafora: è un po’ come guidare l’auto senza patente, oppure senza saper leggere le indicazioni stradali, gestire etica e tecnologia assieme non è un tema secondario. 

Glossario dell’etica digitale

É chiaro come, poste al servizio degli esseri umani, le tecnologie ne migliorino le condizioni di vita, portando benessere ed emancipazione. Ma si prestano, anche e facilmente, ad abusi. Che a propria volta possono alimentare disuguaglianze e ingiustizie

Il rischio zero non esiste. Lo abbiamo ben imparato rispetto al contagio, in questi due anni di pandemia. Anche nel campo dell’innovazione tecnologica, ci sono sempre dei rischi connessi. Fra questi, Luciano Floridi, in un articolo del 2019, analizza 5 possibilità di essere e agire in modo non etico nel digitale, per comprendere quanto la etica e tecnologia possano distanziarsi.

Citando il lavoro del collega Josh Cowls, Floridi utilizza 5 gerundi etici per etichettare 5 – poco conosciute – modalità scorrette di muoversi nel digitale e 5 cattive traduzioni, dalla teoria alla pratica.

Ma procediamo con ordine. 

I cinque “gerundi etici”

  1. Digital ethics shopping. Potremmo rudimentalmente tradurlo come “shopping etico”. Se non avere regole è un problema, anche averne troppe può alimentare alcuni rischi. La proliferazione di principi etici, codici, linee guida, regolamenti e raccomandazioni genera confusione, contraddizione, libertà interpretativa. Il troppo stroppia. Quali principi, tra il ventaglio di possibilità, sono i migliori? La risposta è semplice: il “più giusto” è ciò che più conviene. Iperattività e ridondanza generano una piazza mercatale in cui, pubblici e privati, possono “acquistare” i principi che meglio giustificano il loro comportamento. La faccia è salva, e non c’è necessità di cambiare la propria modalità di agire. 
  2. Ethics bluewashing. É la versione digitale di ciò che, nell’ambito dell’etica ambientale, è il greenwashing. In pratica, una strategia di comunicazione o marketing messa in atto per presentare come etiche le proprie attività di azienda/ente/istituzione. E, contemporaneamente, per distogliere l’attenzione dall’impatto negativo delle proprie azioni nell’area dell’innovazione tecnologica. Un gioco (sporco) ancora più facile se c’è incertezza o confusione dal punto di vista delle norme (vedi punto 1.)
  3. Digital ethics lobbying. Con questa etichetta intraducibile, Floridi intende un insieme di pratiche scorrette finalizzate a esercitare pressioni per sfruttare e/o aggirare principi di etica digitale. Per esempio: premere per ritardare, modificare, rimpiazzare, evitare forme di legislazione più severe riguardo a design, sviluppo, distribuzione e implementazione di processi, prodotti, servizi digitali. 
  4. Digital ethics dumping. Dal verbo inglese “to dump”, scaricare, o dal sostantivo “dump”, discarica. L’etichetta lascia poco spazio all’immaginazione. Due pratiche scorrette in un unico, comodo e invitante pacchetto. Due facce d’una stessa medaglia. Lato A: delocalizzare attività di ricerca su processi/prodotti/servizi digitali in contesti diversi da quelli di origine, in cui non sarebbero ammesse. Chiaramente per ragioni di inaccettabilità etica. Lato B: importare i risultati delle summenzionate attività di ricerca non etiche. Talvolta, all’interno dello stesso territorio, A e B entrano in conflitto. Floridi riporta l’esempio delle tecnologie di riconoscimento facciale. Una compagnia può fare ricerca e sviluppare queste tecnologie al di fuori dell’UE, dove gli standard etici non lo permetterebbero per via della normativa più stringente sulla protezione dei dati personali. Gli esiti non etici della ricerca, sviluppati altrove, possono però essere re-importati e implementati in UE. 
  5. Ethics shirking. Un termine preso in prestito dal settore finanziario. “La tendenza a operare in maniera progressivamente meno etica in relazione alla percezione che si avrà un minor ritorno per il lavoro etico svolto”. Una tendenza più pronunciata nei contesti in cui dilagano corruzione, incertezza legale, disuguaglianze, istituzioni deboli. Contesti che Floridi classifica come “Dcontexts” in cui la responsabilità individuale è percepita come Distante, Diminuita, Delegata o Distribuita. L’ethics shirking è dunque “un costo etico” del meccanismo di deresponsabilizzazione. 

Queste 5 categorie di rischio vanno a formare una sorta di “glossario del malcostume nel digitale”. Queste cattive pratiche che allontanano etica e tecnologia possono sovrapporsi e combinarsi secondo un meccanismo di mix and match. Perché i mali non vengono mai da soli.

Strategie per combattere i rischi etici nel digitale

Dopo l’elenco delle più diffuse e poco conosciute cattive pratiche, Floridi stila una lista delle strategie adottabili per contrastarle. Non soluzioni ma strumenti. Così come le cattive pratiche spesso viaggiano insieme, allo stesso modo le strategie pensate per combattere un singolo problema sono ben adattabili anche agli altri. 

Ecco i punti principali di questa specie di “galateo etico della tecnologia” applicata al mondo digitale.

  1. Stabilire standard etici chiari, condivisi, pubblicamente accettati; 
  2. dare massima priorità alla trasparenza e all’educazione, unici strumenti per rendere le cattive prassi visibili e deplorevoli. Bisogna scoprire il marcio: il cadavere c’è, e inizia a puzzare. Tocca scovarlo, e lo si può fare solo incentivando la coscienza critica sulle tematiche, individuando e ricollocando le responsabilità e, con esse, ricompense, punizioni, meriti e colpe;
  3. sviluppare sistemi per certificare la provenienza etica dei prodotti digitali e l’agire etico di un attore pubblico/privato e individuare modalità per ricompensarlo;
  4. sviluppare forme di legislazione robuste e rafforzare quelle esistenti, depotenziando o limitando l’influenza e il potere dei lobbisti. Anche l’opinione pubblica può giocare un ruolo importante nell’esercitare “pressione etica”;
  5. essere coerenti nella regolamentazione etica A) della ricerca e della produzione B) del consumo di prodotti e servizi digitali.

Risposte della filosofia ai dilemmi della tecnologia

Il succo, è che il dibattito sull’etica della tecnologia e del digitale in generale va ampliato e fatto nostro. Ciò significa che dobbiamo iniziare a pensare al digitale non solo come luogo in cui si sviluppano tecnologie in quanto macchine ed elementi tecnici.

Secondo Simone Arcagni, docente universitario ed esperto di nuovi media, dobbiamo occuparcene in termini filosofici. Dobbiamo occuparci di tecnologie in quanto cultura e pensiero. Come ambito in cui siamo chiamati/e ad agire secondo responsabilità. Riflettendo sul fatto che non esiste una tecnologia totalmente neutrale e oggettiva: trattandosi di un prodotto umano, ne riflette inevitabilmente i valori. E le brutture. 

Ma quali valori dovrebbero incorporare le tecnologie? Umanità, responsabilità, dignità umana sono buoni punti da cui iniziare. Ma su questi valori va trovato un accordo: va ricercata una convergenza globale sull’etica digitale, definendo principi democratici e standard etici entro cui muoversi. 

Il posizionamento dell’UE

E’ la direzione in cui si sta muovendo l’Unione Europea. Nell’aprile 2021 la Commissione Europea ha rilasciato il  “Regolamento sull’approccio europeo per l’intelligenza artificiale. Delinea la cornice normativa per lo sviluppo, la mercificazione e l’uso di prodotti, servizi e sistemi d’IA nei settori pubblico e privato nel territorio dell’Unione. Una proposta che ha effetti anche extraterritoriali. Costringe compagnie cinesi e statunitensi a conformarsi agli standard di valori (più elevati) stabiliti per l’accesso dei loro prodotti al mercato europeo. 

Coltivare un pensiero critico

Generare confronto e dialogo sulle tematiche legate al digitale è un’urgenza del nostro tempo. Ma perché si creino e siano costruttivi, e non si tratti di un gareggiare per imporre la propria opinione, il punto è sempre lo stesso. È necessario conoscere ciò di cui si parla. E la creazione di conoscenza, su argomenti di tale portata, non può essere delegata unicamente alla volontà (e ai mezzi!) del/della singolo/a cittadino/a. 

Sono necessarie più informazione, più formazione, più educazione sulle tematiche legate al digitale. E prima. Con anticipo. Bisogna fornire strumenti per capire il mondo “onlife” fin da subito. Fin da piccoli/e con belle idee nate in UNITO dall’idea del Professor Ruggero Prensa e cofinanziato da Fondazione CRT. Bisogna che a farsene carico siano le istituzioni, nazionali e sovranazionali. Che lo facciano in una cornice di valori condivisi: umanità, responsabilità, dignità umana. Se mancano questi presupposti fondamentali, le strategie per combattere i rischi etici nella tecnologia non possono funzionare. 

Per approfondire: 

Luciano Floridi, “Translating Principles into Practices of Digital Ethics: Five Risks of Being Unethical