La scelta di partire: appunti di psicologia d’espatrio

Perché decidiamo di andare a vivere in un altro luogo? La psicologia d’espatrio ci insegna che dietro alla scelta di partire c’è spesso il desiderio di rispondere a dei bisogni psicologici. E che ogni decisione implica sempre delle importanti trasformazioni interne.

voglia di partire

Cosa ci spinge a partire (o a restare)

La scelta di partire può senza dubbio essere motivato da cause esterne e oggettive.

In alcuni casi, questi elementi di oggettività possono essere giustificazioni razionali per spiegare a noi stessi l’emergere di bisogni che hanno un’origine più profonda, interna. Per esempio, la necessità di andare alla ricerca di nuovi orizzonti ed esperienze che accrescano il nostro bagaglio. Nel nuovo paradigma migratorio partire può rappresentare una più mitigata “scelta” piuttosto che una necessità. 

In altre situazioni, la voglia di partire può rappresentare l’esito di un vissuto persecutorio dal quale si cerca di fuggire (Grinberg, Grinberg; 1990).

In ogni caso, non sempre questi desideri si concretizzano in esperienze migratorie reali. D’altronde, andare a vivere in un altro luogo implica delle difficoltà oggettive di natura pratica. Inoltre, questi slanci spesso si scontrano con la naturale tendenza a rimanere vicino a ciò che per noi è sicuro, familiare e rassicurante.   

Infatti, scegliere di partire ci costringe a rapportarci con il vissuto di separazione. E’ inevitabile che avvenga, nella vita della persona che decide di emigrare, una rottura dell’equilibrio preesistente, e questa fase può costituire un momento di sofferenza.

Il cambiamento, in quanto viaggio verso un ignoto difficilmente tollerabile, può indurre ad abbandonare il progetto migratorio.

Le difficoltà nell’affrontare il viaggio

Chi sceglie di partire si trova a confrontarsi con la paura della perdita della propria rete sociale, conosciuta e prevedibile. Ciò alimenta un vissuto di ansia rispetto ai rischi di isolamento e solitudine, che contribuisce a erodere il senso di appartenenza a un determinato contesto (Altman, 2010; Bodnar, 2004).

Partenza e separazione sono eventi di vita che vengono elaborati come un lutto. Quello dovuto al distacco dal proprio gruppo originario, dai legami costruiti durante l’infanzia, dalla famiglia, dagli amici e amiche. Ma anche da aspetti meno visibili, come le abitudini, la propria lingua madre, la cultura di appartenenza.

Chi “resta” (amici, amiche, familiari ecc.) continuerà a interagire; le relazioni tra loro evolveranno, si rafforzeranno. Le questioni di casa continueranno a tenere impegnati i nostri familiari. Ma noi non saremo testimoni (almeno fisicamente) di queste trasformazioni. 

La negoziazione della partenza con le persone di riferimento è un elemento importante. Chi emigra ha bisogno di sostegno esterno per realizzare il proprio progetto e per affrontare i pareri contrari.

Infatti, non è inconsueto che chi sta valutando la possibilità di partire si trovi di fronte a differenti schieramenti rispetto alla sua scelta. I membri dei propri gruppi di riferimento tenderanno a prendere una posizione, che sia a favore o contro il progetto di espatrio.

Queste dinamiche possono essere pervasive, fino ad arrivare a tingere l’ambiente circostante e le relazioni di differenti colori a seconda di queste polarizzazioni.

Sarà normale sentirsi in bilico, divisi tra situazioni che favoriscono la partenza e voci che la sconsigliano. Ci si troverà a svalutare o esaltare l’una o l’altra prospettiva con emozioni e fantasie che mutano rapidamente. 

 

L’importanza del comprendere la propria voglia di partire da un punto di vista psicologico

“La voglia di partire e conseguentemente la scelta è il punto di partenza emotivo del migrante. Può essere una scelta più o meno maturata nel tempo o frutto di eventi contingenti gravi che spingono la persona a decidere di allontanarsi in poco tempo. La partenza e le condizioni nelle quali avviene, i motivi stessi della scelta intrapresa, sono importanti perché condizionano tutta la traiettoria dell’esperienza migratoria. Traiettoria che non è solo geografica, ma anche mentale ed emotiva”.
(Bellodi, 2016)

Anche se spesso l’impellenza delle questioni pratiche e burocratiche si impone come urgenza, è importante tenere a mente che partire significa anche soffrire. Talvolta, il dolore è silenziato da alcuni meccanismi: non sempre si è in grado di riconoscerlo.

Avere la possibilità di elaborare questo tipo di sofferenza dovuto alla separazione permetterà a chi parte di crescere quanto basta per sopportare il dolore.

Ma è pur sempre vero che maturare è diverso dall’essere consapevoli della propria crescita. Allo stesso modo, essere migrante è un concetto molto diverso dall’essere consci di ciò che l’emigrare stesso comporta.

Sentire di essere migrante implica assumere fino in fondo le verità e le responsabilità relative a questa condizione. Comprese le paure e le aspettative, proprie e altrui, che sottostanno a un evento così importante.

Non esistono storie di migrazione che siano uguali le une alle altre. Ma ciò non significa che non si debba riconoscere l’importanza di specifiche problematiche psicologiche comuni a tutte.

Sono, queste, criticità che interessano sia il soggetto che emigra che il suo ambiente. E che si riferiscono tanto alle motivazioni che sottendono la voglia di partire quanto le conseguenze del viaggio intrapreso.

 

Per approfondire

Altman, N. (20102). The analyst in the inner city: Race, class, and culture through a psychoanalytic lens. Taylor & Francis

Bellodi, I. (2016) La psicologia del migrante: il supporto psicologico, Psico-Pratika (132, 1-6) Consultato il 30/03/2018 su humantrainer.com

Bodnar, S. (2004). Remember Where You Come From: Dissociative Process in Multicultural Individuals. Psychoanalytic Dialogues, 14(5). 581–603.

Grinberg, L., & Grinberg, R. (1989). Psychoanalytic perspectives on migration and exile. Yale University Press.

 

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