L’Abitare tra Natura e Cultura: un compromesso ancora possibile?

“Non si può pensare all’architettura senza pensare alla gente” (Richard Rogers, architetto).

Per chi come noi di Transiti si occupa di espatrio, quello dell’abitare è un concetto versatile e ricco di spunti, crocevia di discipline in cui architettura, antropologia, psicologia, cultura, tradizione, urbanistica, ambiente etc. si combinano e, in maniera caleidoscopica, compongono le molteplici forme dell’ ”abitare nel mondo”. 

Dal latino habitare, ovvero «tenere» e da habere, «avere», il termine abitare rimanda quindi a quanto di più intrinsecamente ci appartiene, in senso metaforico e letterale. L’espressione “avere dimora” rinvia ad una dimensione strettamente legata all’intimità e alla connessione, restituendo un senso a categorie fortemente radicate nell’anthropos, sedimentate attraverso il tempo vissuto dalle civiltà nei secoli.

In medicina, il termine habitus fa riferimento all’aspetto del corpo come espressione esterna di uno stato fisiologico o patologico.

È quanto meno interessante il fatto che, nella nostra lingua madre, il rimando all’espressione di una entità dalla natura che potremmo dire incarnata, rimanga sempre una costante trasversale all’uso che si fa del termine, nelle sue varie forme e possibili declinazioni. È l’abitazione ad essere espressione dell’uomo, o piuttosto è quest’ultimo che si esprime attraverso le forme abitative che ha generato nei secoli?

 

Natura e cultura

 

Nel tentativo di rispondere, non possiamo intanto non notare che, in un’era in cui sembra tornare forte il richiamo al radicamento – e qui si ripresenta il binomio inscindibile tra l’uomo, humus, e la terra fertile (in grado di generare vita) a cui il termine latino rimanda – non sarà un caso se più che mai si sta assistendo ad un progressivo mutamento dei parametri legati all’abitare, andando sempre più verso un’architettura concepita attraverso canoni fortemente identitari e discostandosi da ogni tendenza mainstream di standardizzazione degli spazi abitativi.

Si sta tornando insomma ad una rivalorizzazione di quella che in gergo è conosciuta come architettura vernacolare. Gli architetti hanno sviluppato un rinnovato interesse per questo genere di disciplina come modello di design sostenibile, in quanto originariamente ritenuta in grado di sintetizzare le competenze dei costruttori locali con le competenze professionali degli architetti formati accademicamente.

Il termine vernacolare, probabilmente derivante dall’etrusco, significa “domestico, nativo, indigeno” e rimanda in ambito architettonico a quelle abitazioni, edificate ad opera dei legittimi proprietari o della comunità allargata, in stretta connessione con i contesti e le risorse presenti in quello specifico territorio di appartenenza, utilizzando tecnologie tradizionali in grado di soddisfare le esigenze ed esprimendo i valori delle culture dalle quali sono prodotte.

 

natura e abitare

 

Il rimando a saperi radicati nelle società tradizionali, patrimonio tramesso nei secoli che resiste all’incedere dell’omogenizzazione architettonica e culturale tipica dell’era industrializzata, rappresenta un’occasione per rispondere in maniera resiliente alle esigenze tipiche del vivere contemporaneo, la cui cifra è sempre più quella dell’instabilità globale e della crisi in tutte le sue forme, da quella ambientale alla crisi sanitaria indotta dall’attuale pandemia da Covid19.

In tal senso, l’architettura vernacolare può rappresentare oggi un processo virtuoso di riappropriazione di un più sano e rispettoso rapporto tra uomo e ambiente, in grado di declinarsi attraverso i mutamenti necessari ed un adattamento virtuoso e rispondente alle esigenze delle varie società. Esempi di soluzioni creative in tal senso, come suggerito da Andrea Staid in un articolo sulla rivista Left dal titolo “La casa come visione del mondo”*, sono rappresentati dalla costruzione di abitazioni transitorie in risposta immediata a disastri di vario genere, e quindi come possibilità maggiormente in grado di fornire rassicurazione e conforto in situazioni potenzialmente traumatiche attraverso l’edificazione di alloggi rispettosi del legame esistente con l’ecosistema di riferimento e in cui i fruitori possano riconoscersi e prendersi cura delle ferite inferte alla propria comunità.

Ancora, come riportato nell’articolo sopra citato e richiamando alla mente un’esperienza a tutti noi fin troppo familiare, quella dell’attuale crisi pandemica, in cui stiamo tutti vivendo una “limitazione drastica delle esperienze sensoriali”, il ricorso all’architettura vernacolare potrebbe rappresentare una possibilità di coniugare la tecnologia di cui disponiamo con il sapere facente parte dei nostri sedimenti antropo-culturali, attingendo così a conoscenze pragmatiche in grado di modificarsi nel tempo e di adeguarsi alle nostre più autentiche necessità abitative nel rispetto dei nostri ormai fragili ecosistemi.

“Generare un legame profondo tra i costruttori, l’ambiente, i materiali impiegati e l’intera comunità” potrebbe così non rappresentare più un’eventualità utopistica, ma una concreta e reale possibilità per noi tutti di onorare l’ancestrale patto esistente tra la Terra e l’Uomo.

 

Di Serena Vitulo