Lavorare in UK dopo la Brexit

Dal pre-settlement alla necessità di una sponsorship: lavorare in UK non è impossibile, ma bisogna conoscere le regole

Andare a lavorare in UK è stato un sogno per gli italiani che dura da decenni. 

Ma un anno dopo l’applicazione effettiva della Brexit lo scenario è decisamente cambiato. 

Trasferirsi in UK non è impossibile, ma è necessario rispettare regole precise, ed è importante non commettere errori che potrebbero costare finanche l’espulsione dal Paese.

Con il pre-settlement cambia tutto

C’è una data che ha deciso i destini di tante persone: il 31 dicembre 2020.

Chi infatti era presente nel paese prima di questa data e aveva fatto richiesta del pre-settlement status, non è stato espulso dal paese ma ha il diritto di rimanere per cinque anni, al termine dei quali, su dimostrazione di un contratto di lavoro, è possibile richiedere la cittadinanza.

“Vivo a Londra stabilmente da un anno” racconta Miriam “Ma già dall’anno precedente venivo spesso in quanto il mio compagno lavora a Londra.

Sono riuscita quindi a fare richiesta del pre-settlement status prima del 31 dicembre 2020. Andavo e venivo dall’Italia per motivi di lavoro e potevi quindi fare riferimento all’indirizzo di residenza del mio compagno.

Da quella data in poi infatti, non è più possibile venire a studiare per qualche mese e o cercare il classico lavoretto per imparare la lingua. 

Prima invece, restare in Inghilterra era molto semplice, bastava un indirizzo per fare richiesta del pre-settlement status, che offre l’accesso ai servizi base. Successivamente, dopo 5 anni continuativi, e con un’assenza massima di sei mesi nel corso del periodo, era possibile ottenere la residenza permanente (PR), e successivamente la cittadinanza”

Cercare un lavoro: la sponsorship

Oggi, non esiste più il pre-settlement, ma è necessario avere un contratto di lavoro regolare. 

“Dopo più di un anno di vita a Londra lavorando in remote working per un’agenzia di comunicazione italiana, ho deciso di cercare un impiego qui.

Abbiamo in programma di vivere a Londra almeno per qualche anno: coltivavo da tempo l’esigenza di sperimentare un’esperienza lavorativa con una realtà inglese, oltre al fatto che ovviamente i salari percepiti qui sono più adeguati al tenore di vita londinese rispetto a quelli italiani. 

In generale la ricerca del lavoro avviene quasi esclusivamente online, attraverso i siti più conosciuti, come indeed, linkedin, career, read o infojob.

E’ possibile attraverso questi siti creare il profilo riassuntivo di titoli ed esperienze, per essere contattati. O contattare direttamente aziende oppure recruiters che cercano personale per conto di aziende. 

La maggior parte delle offerte di lavoro sono aperte a britannici oppure a stranieri in possesso del pre-settlement o della residenza. 

Se un’azienda ha bisogno di personale da fuori infatti, deve finanziare le pratiche di sporsorship per far entrare il lavoratore nel paese, spese che includono anche il visto per Salute e Assistenza e l’esame di lingua livello B1, necessario per ottenere il permesso di lavoro.  

Un investimento che può aggirarsi intorno alle 7000 sterline, e che quindi difficilmente le aziende scelgono di sostenere a meno che non si tratti di figure professionali particolarmente richieste.

Esistono liste di aziende che ricercano personale qualificato che hanno bisogno di coprire posizioni vacanti, e che sono quindi disposte a fornire una sponsorship a chi desidera applicare da fuori UK”.

Il lavoro digitale che compensa la carenza di personale

La difficoltà di ottenere il permesso di lavoro ha portato a una carenza di personale in parecchi ambiti: manovali, stagionali, camerieri, trasportatori, sono tra le figure più richieste, in quanto mestieri che prima erano affidati spesso a stranieri. 

“Oggi trovare un lavoro in Inghilterra non è difficile. Personalmente ho ricevuto diverse offerte di lavoro che non corrispondevano al mio profilo.

Soprattutto per quanto riguarda il settore della ristorazione, molti ristoranti si sono trovati privi di personale, ma anche supermercati”spiega Miriam.

Quello che sto notando, è che si sta procedendo verso una velocissima ‘digitalizzazione’ del lavoro. Sono sempre di più infatti, i supermercati che hanno quasi eliminato i commessi in cui è possibile solo utilizzare le casse autonome. 

Ma l’esempio più interessante è rappresentato dagli Amazon Fresh, che si stanno diffondendo sempre di più e che presto arriveranno anche in Italia. 

In questi luoghi, negozi in cui è possibile acquistare frutta e verdura e alimenti confezionati, al cliente basta scansionare con il proprio smartphone il codice QR con l’app Amazon, mettere nella shopper ciò che si desidera acquistare e poi uscire senza pagare: lo scontrino comparirà sul proprio account dell’app Amazon”.

Un nuovo contratto

Dopo alcuni mesi di ricerca, anche Miriam è riuscita a trovare un impiego in linea con le proprie competenze.

“Ho sempre lavorato come ufficio stampa per eventi culturali ma questa volta ho deciso di accettare una buona proposta per il settore tech, uno dei preponderanti in questo periodo da queste parti. 

In Italia, molte persone che come me lavorano nell’ambito della comunicazione lo fanno come freelance.

Qui il freelance non è ben visto e moto meno diffuso: è più facile firmare più contratti e prendere quindi ‘incarico di più collaborazioni. 

Una particolarità del mio contratto? 

Si tratta di un impiego in modalità hybrid working: anche se il remote working non è più obbligatorio, la modalità hybrid estende la possibilità di lavorare a casa, con una richiesta di presenza in ufficio solo una volta al mese per le riunioni di staff. 

Inoltre, un altro aspetto che ho notato con molto interesse, è il fatto che venga specificato la possibilità dello shared parental leave: il congedo di maternità o paternità, i quanto in UK il congedo può essere utilizzato da entrambi i genitori in egual misura”.

di Silvia Trisolino