È vero che migrare fa ingrassare?

Come cambia il corpo nel percorso di espatrio? I migranti rappresentano un gruppo a rischio?

migrare fa ingrassare

Quando si viaggia in aereo, una delle questioni  a cui si presta maggiore attenzione è il peso dei bagagli che le compagnie aeree consentono di portare a bordo. Meticolose misurazioni e contrappesi preoccupano anche il più navigato dei commessi viaggiatori. Raramente, però, il bagaglio che ci si porta appresso riceve le stesse attenzioni al rientro dal viaggio. La valigia, lo zaino, la borsa, si trasformano un po’ lungo il tragitto, se non nella forma certamente nel contenuto. E altrettanto facciamo noi, portandoci dietro le tracce della nostra storia.

Questioni di viaggi e di pesi

Abbiamo approfondito l’associazione tra sport e corpi “in forma” e come la società in cui viviamo eserciti delle pressioni per il raggiungimento di standard estetici irrealizzabili, che rendono il rapporto con i nostri corpi non sempre semplice nelle differenti fasi evolutive che attraversiamo. 

La relazione con la propria immagine corporea può essere una questione complessa per chi espatria. 

Il confronto con differenti culture porta a interagire in maniera peculiare con la dimensione corporea: si percepisce, si immagina e si desidera corpi con forme diverse.  

Al contempo, la propria stessa fisicità può modificarsi a seguito di uno spostamento. Viaggiando all’estero sia per brevi che per medi-lunghi periodi è possibile fare esperienza di specifici cambiamenti del proprio corpo

A partire dal jet-lag o dal gonfiore alle gambe in aereo (un problema da non sottovalutare!) viaggiamo, prima che con qualsiasi altro mezzo di trasporto, nel nostro corpo, e i cambiamenti ambientali che deve affrontare impattano su di esso in diversi modi. Tra questi, può verificarsi una variazione ponderale che, come abbiamo visto, preoccupa soprattutto quando si tratta di un aumento di peso.

Migrare e ingrassare

Nel corso degli ultimi quarant’anni sono state svolte numerose ricerche per studiare il rapporto tra migrazione, sovrappeso e obesità. 

Alcune hanno analizzato il fenomeno dell’aumento di peso in specifici gruppi migratori, come la ricerca risalente agli anni ‘80 (Pawson & Janes, 1981) sugli abitanti di Samoa, popolazione delle isole del Pacifico, in cui emergeva che, una volta emigrati negli Stati Uniti, i samoani tendevano ad aumentare di peso in maniera considerevole, aggravando i problemi della sanità pubblica locale. 

Dalle indagini, risultava che alcune comunità samoane presenti negli Stati Uniti d’America erano drammaticamente in sovrappeso sia rispetto alla media della popolazione presente nella medesima area geografica che rispetto alla media della popolazione nel paese d’origine.

Non solo la cultura ma anche il contesto sociale

Le constatazioni sull’aumento di peso della popolazione migrante sembrano valere, tuttavia, anche per il migrare nel paese

In molti paesi del mondo gli spostamenti da aree rurali a urbane hanno spesso rappresentato una linea di demarcazione importante nello stile di vita della popolazione. I cambiamenti nei ritmi quotidiani, nelle abitudini e nelle dinamiche sociali degli individui che si inseriscono in nuovi contesti comportano, infatti, un’elevata quantità di stress a cui far fronte

Un’approfondita ricerca del 2010 (Ebrahim et al., 2010) ha analizzato la relazione tra il migrare da zone rurali a zone industrializzate e obesità nella popolazione indiana, evidenziando come persone provenienti da contesti extra-urbani mostrassero un aumento di obesità e di casi di diabete. Questo stesso aumento, però, non si discostava dalla media della popolazione già residente nella medesima area urbanizzata. 

Ciò suggerisce che, piuttosto che migrare in sé, la causa dell’aumento di peso e diabete possa essere riconducibile allo stile di vita prevalente nella zona di migrazione. In quel caso specifico, l’adattamento ha giocato, dal punto di vista della salute, a svantaggio dei migranti rurali indiani i quali, adeguandosi allo stile di vita urbano che non favorisce l’attività fisica e una corretta alimentazione, hanno visto aumentare i rischi per la propria salute. 

In linea con questi risultati, un’indagine del 2005 condotta in Canada ha evidenziato come per gli immigrati canadesi risulti meno probabile essere sovrappeso o obesi a seguito dell’arrivo nel paese. Con il passare degli anni dalla migrazione, però, essi tendono ad allinearsi con la media della popolazione canadese aumentando di peso, fatte salve alcune eccezioni. Infatti, lo studio mostra come nelle minoranze etniche l’influenza della rete sociale abbia molto “peso” sulle scelte di stile di vita del singolo. Questo impatto riguarda anche scelte e preferenze di stile di vita, intervenendo sul processo di adattamento alle abitudini del paese di immigrazione. 

Il gruppo sociale di riferimento nel paese in cui si espatria, in alcuni casi, può avere un’influenza maggiore delle abitudini del paese stesso

Si tratta di un fattore da prendere in considerazione. Se alcune modalità e stili di vita del proprio gruppo sociale talvolta possono risultare protettivi, in altri casi possono favorire comportamenti non salutari, orientando negativamente sane abitudini precedenti alla migrazione.

Migranti sanissimi e salmoni

In termini di ricerca e raccolta di dati, quando si parla di salute e migrazioni, è necessario prendere in considerazione più variabili di quante ci si potrebbe aspettare. Per questo le risposte risultano spesso complesse e articolate, e confluiscono facilmente in nuove, ulteriori domande. Esistono, inoltre, dei fenomeni peculiari legati a questo binomio. 

Comparati con le persone native, tutti gli immigrati presentano un minore tasso di mortalità generale, nonostante il loro minore status socio-economico medio. 

Si tratta di un paradosso epidemiologico, generalmente spiegato attraverso l’healthy migrant effect (effetto migrante in salute). All’interno della comunità scientifica si discute da tempo di questo effetto (Di Napoli et al., 2021) derivante dalla constatazione che le popolazioni migranti sono in media più sane sia di quelle del paese da cui provengono, sia di quelle del paese ospitante. Una delle ipotesi maggiormente accreditate per spiegare tale effetto è che siano soprattutto le persone più in salute a migrare e che questo si rifletta sul gruppo degli immigrati come caratteristica generale. 

Più di recente (Stanek et al., 2020), questo effetto è stato analizzato maggiormente da vicino, dimostrando come sia necessario tenere in considerazione sottogruppi di migranti per i quali valgono generalizzazioni via via differenti. 

La rivista Lancet, nel 2018, ha pubblicato un articolo in cui spiega come l’healthy migrant effect porti con sé un importante risvolto sociale. Nonostante la popolazione migrante sia infatti a prevalenza più sana della popolazione generale, si riscontra un maggior numero di morti dovute a cause esterne e infezioni. Sono elementi che suggeriscono condizioni e contesti di vita maggiormente precari, in grado di modificare la traiettoria della speranza di vita. 

La speranza di vita (concetto diverso da quelli di aspettativa di vita e di vita media) è utilizzata come indicatore di benessere di una popolazione, indica quanti anni ci si può aspettare che una certa popolazione viva a partire da una specifica età. Nella popolazione migrante emerge un fenomeno che ne rende particolarmente complicata la misurazione. 

Il Salmon bias (Di Napoli et al., 2021) è un fenomeno derivante dal fatto che la gran parte della popolazione migrante tende a rientrare nel proprio paese d’origine qualora emergano gravi problemi di salute o comunque prima della propria morte, sia per motivazioni legate alla fine del proprio progetto d’espatrio – nel caso di espatriati economici -, sia per questioni legate all’età, per cui le persone preferiscono trascorrere la vecchiaia nel proprio paese d’origine. Ciò fa sì che risulti estremamente difficile tenere traccia della traiettoria che permette di rendere l’aspettativa di vita un indice affidabile per valutare la salute di una popolazione. 

Trasferirsi e migrare, quindi, fa ingrassare o no?

Pare che, un po’, sì, faccia ingrassare (Goulão, B., Santos, O., & do Carmo, I., 2015), quantomeno nel primo periodo o nel caso in cui ci si trasferisca in una zona in cui non è diffuso uno stile di vita sano. 

I fattori specifici e le ricerche in merito non sono ancora del tutto chiari. Tuttavia, posto che l’obesità è una patologia complessa che comporta grandi rischi per la salute individuale, forse, come spesso avviene nella ricerca scientifica, è possibile porsi ulteriori domande: in quale misura è davvero un problema ingrassare? In che modo sto aumentando di peso? E per quali ragioni? La mia salute, fisica e psichica, è in pericolo? E in che periodo della mia vita mi trovo? Qual è la storia del mio corpo? 

Ogni corpo è differente e si muove in luoghi e lungo una storia specifica. 

Per questo è essenziale ascoltarsi, osservarsi e imparare a conoscere il proprio corpo oltre che acquisire consapevolezza rispetto allo sguardo stigmatizzante che possiamo posare su di esso (link articolo precedente) per poterlo muovere, nutrire e scoprire. 

A maggior ragione se ci troviamo a vivere un’esperienza complessa come quella dell’espatrio, in cui adattarsi è la priorità e sembra difficile porre attenzione al proprio benessere fisico e mentale a fronte delle molteplici sfide da affrontare.

 

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Bibliografia

Chivers, E. A., Yogeeswaran, K., Zubielevitch, E., & Sibley, C. G. (2022). Change in weight-based bias over a decade: A longitudinal nationally representative survey. The Lancet Regional Health – Western Pacific, 23, 100450. https://doi.org/10.1016/J.LANWPC.2022.100450 

Di Napoli, A., Rossi, A., Alicandro, G., Ventura, M., Frova, L., & Petrelli, A. (2021). Salmon bias effect as hypothesis of the lower mortality rates among immigrants in Italy. Scientific Reports 2021 11:1, 11(1), 1–7. https://doi.org/10.1038/s41598-021-87522-2 

Ebrahim, S., Kinra, S., Bowen, L., Andersen, E., Ben-Shlomo, Y., Lyngdoh, T., Ramakrishnan, L., Ahuja, R. C., Joshi, P., Das, S. M., Mohan, M., Smith, G. D., Prabhakaran, D., & Srinath Reddy, K. (2010). The Effect of Rural-to-Urban Migration on Obesity and Diabetes in India: A Cross-Sectional Study. PLOS Medicine, 7(4), e1000268. https://doi.org/10.1371/JOURNAL.PMED.1000268 

Goulão, B., Santos, O., & do Carmo, I. (2015). The impact of migration on body weight: a review. Cadernos de Saúde Pública, 31(2), 229–245. https://doi.org/10.1590/0102-311X00211913

Hruby, A., & Hu, F. B. (2015). The Epidemiology of Obesity: A Big Picture. PharmacoEconomics, 33(7), 673–689. https://doi.org/10.1007/s40273-014-0243-x 

Khan, L. K., Sobal, J., & Martorell, R. (1997). Acculturation, socioeconomic status, and obesity in Mexican Americans, Cuban Americans, and Puerto Ricans. International Journal of Obesity, 21(2), 91–96. https://doi.org/10.1038/sj.ijo.0800367 

Pawson, I. G., & Janes, C. (1981). Massive obesity in a migrant Samoan population. American Journal of Public Health, 71(5), 508–513. https://doi.org/10.2105/AJPH.71.5.508 

Stanek, M., Requena, M., Del Rey, A., & García-Gómez, J. (2020). Beyond the healthy immigrant paradox: decomposing differences in birthweight among immigrants in Spain. Globalization and Health, 16(1), 87. https://doi.org/10.1186/S12992-020-00612-0/TABLES/3