Empowerment femminile: lavorare in un progetto di microfinanza in India

Con i progetti di microfinanza vengono finanziate le attività di generazione di reddito individuale: tuttavia si tratta di progetti più ampi, che mirano all’integrazione tra i diversi gruppi sociali e all’empowerment delle donne nella società di appartenenza

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La microfinanza, concepita dal premio Nobel per la pace Yunus, è stato a lungo considerato uno degli strumenti più efficaci per potenziare le capacità e favorire lo sviluppo di soggetti che provengono da comunità svantaggiate, in particolare nei paesi in via di sviluppo.

I beneficiari dei progetti di microfinanza sono spesso donne: costituiscono infatti, il 75% dei beneficiari delle concessioni di microcredito in tutto il mondo. Oltre a essere considerate la fascia più vulnerabile, le donne registrano tassi di rimborso più elevati e tendono ad accettare prestiti più piccoli rispetto agli uomini.

Ma come funziona, nella pratica, un progetto di microcredito femminile? Quali sono gli obiettivi e quali i ruoli di responsabili e coordinatori di progetto?

Diana Cossi, ci racconta la sua esperienza di referente del progetto di microfinanza solidale a base comunitaria in India, nelle comunità rurali dei distretti di Khammam e Bhadradri-Kothagudem, dove ha lavorato, prima della pandemia, come unica cooperante europea in tutta la zona. 

Il progetto è sostenuto da S.E.M.I. Onlus, associazione no profit attiva nel campo dello sviluppo umano e dell’approccio costruttivo alla soluzione di problemi sociali, in collaborazione con la Fondazione Arbor – ONG svizzera. Da S.E.M.I. è nato anche in Italia il movimento Mezzopieno, la rete italiana della positività.

Empowerment femminile e microfinanza vanno di pari passo

Programma finanziario, empowerment femminile e organizzazione comunitaria sono tutti alla base del progetto di microfinanza” spiega Diana Cossi. 

L’area di azione una regione estremamente povera che si trova nello stato del Telangana, lo stato più giovane del paese, dove vivono da diversi gruppi etnici, culturali e religiosi. 

Il progetto si rivolge a tutte le donne che scelgono di iniziare un percorso che le porterà al finanziamento di un’attività propria di sostentamento. 

Le donne sono segnalate dalle animatrici e vengono poi integrate nel progetto dalle coordinatrici territoriali, per iniziare un percorso che prevede una serie di incontri su diverse tematiche che ruotano intorno al concetto di empowerment femminile, come ruolo della donna, parità di genere o prevenzione dalle malattie come dengue, malaria, colera e tubercolosi”.

Prima formazione, poi prestito

Agli incontri più generali segue una formazione mirata alla realizzazione del progetto imprenditoriale o  quella che oggi viene chiamata ‘attività generatrice di reddito’. 

Il programma di microfinanza comprende anche attività di microrisparmio, micro-assicurazione e, dopo aver seguito l’intero percorso che dura circa un anno, si ha accesso al primo prestito utile per acquistare materiale per far partire l’attività. Generalmente si tratta di attrezzi agricoli e semi per nuove coltivazioni, bestiame e mangime per chi alleva animali, pentole per cucinare o materiale adatto alla vendita, oppure macchine da cucire per avviare un’attività di sartoria. 

Il prestito, che va dalle 4000 a 15000 rupie, ovvero dai 50 ai 180 euro, viene in genere restituito dopo 12 mesi. La proroga concessa è di tre mesi e il tasso di restituzione è molto alto: si aggira intorno al 98%.

Ovviamente esistono dei casi in cui il prestito viene sospeso, che sono morte o malattia del beneficiario o di un parente stretto, anche se spesso è la comunità che decide in questi casi di farmi carico del debito”. 

Le tribù in India: lavorare a favore dell’integrazione

Della popolazione dei distretti di Khammam e Bhadradri-Kothagudem nello stato del Telagandara fanno parte anche diverse “tribù” –  come i Lambadu o i Koya. Si tratta di gruppi etnici non hindu che vivevano precedentemente in aree occupate da foreste e che sono state trasferite a forza dal governo in nuovi territori, meno fertili, a loro assegnati.

Questi gruppi vivono vivono in situazioni di estrema povertà e l’assenza di un vero programma di integrazione con la società li rende ancora più vulnerabili.

Sono considerati “schedule tribes”, ovvero fuori dal sistema, nella gerarchia della caste bel al di sotto dei fuori casta. 

Il governo indiano non è favorevole e non apprezza i progetti di cooperazione in generale” spiega Diana “e lo è ancora meno quando i beneficiari sono tribù indigene. 

Uno degli obbiettivi del progetto è quindi l’integrazione della tribù al resto della comunità e per questo motivo gruppi femminili di mutuo aiuto che seguono il percorso verso il microcredito sono il più possibile eterogenei: dalla casta più alta ai fuori casta e ai membri delle tribù. 

Per fortuna stiamo iniziando a vedere i primi risultati dal punto di vista dell’integrazione: molti di loro sono integrati in villaggi e anche la situazione economica è migliorata”.

Animatrici e coordinatrici: figure importanti sul territorio

Non solo formazione, per far funzionare il progetto è necessaria la presenza in loco di referenti in grado di seguire “concretamente” le donne nei loro progetti ma anche nella difficoltà. 

Il ruolo della animatrici presenti nei villaggi, che fanno capo alle coordinatrici, è fondamentale” spiega Diana. 

Loro supportano le donne affinché tutte le nozioni apprese durante i meeting vengano applicate nella vita quotidiana quindi nella reale realizzazione del progetto imprenditoriale. Hanno un contatto diretto e costante con le donne e conoscono bene il loro percorso e la loro situazione. Intervengono anche nei casi, purtroppo numerosi, di violenza coniugale. 

L’intervento non prevede quasi mai una denuncia come nostra concezione, che potrebbe rivelarsi inutile ed efficace: generalmente si fa leva sul sentimento di “vergogna” dell’accusato chiedendo un confronto con i capi del villaggio o le personalità di rilievo.

Nella maggior parte dei casi è sufficiente affinché l’episodio si ripeta più all’interno della coppia: una pratica riparativa interna che funziona molto bene”.

Quale critica al microcredito?

Oggi i progetti di microcredito e microfinanza stanno diminuendo a favore di microprogetti a cascata, tecnica che permette un rafforzamento delle associazioni locali ma perde di vista l’individuo.

A mio parere il microcredito è utile per le comunità, rappresenta un supporto per l’economia femminile e rivitalizza l’economia.

Ovviamente si tratta di un finanziamento individuale e non ha come obbiettivo lo sviluppo della comunità o del territorio. 

Inoltre, spesso il prestito viene rinnovato anche oltre il primo ciclo (che dura 7-8 anni): un periodo sufficientemente lungo per gettare le basi di un’attività di generazione di reddito solida ed autonoma.

Se il prestito viene prolungato, il rischio è quello di creare una sorta di ‘dipendenza’ da una somma esterna sulla quale i beneficiari fanno affidamento.

Ovviamente la restituzione è flessibile quando sorgono eventi esterni che penalizzano l’economia (come carestie o epidemie, che qui sono frequenti): spesso però si tratta di eventi ciclici e prevedibili, e ai beneficiari è richiesto di imparare a essere previdenti nella pianificazione economica”. 

Contesto locale al 100%: la solitudine del cooperante

Dopo aver seguito il progetto come unica referente italiana nei primi mesi del 2020, dopo l’inizio della pandemia Diana è tornata in Italia e segue, ancora oggi, il progetto a distanza. A brevissimo tornerà in India, non appena il paese lo permetterà.

Gli animatori e i coordinatori del progetto sono tutti locali e questo è stato un grande vantaggio; le attività sono proseguite molto bene anche senza la mia presenza”. 

L’India è ancora chiusa ed entrare nel paese non è semplice; i voli sono pochi ed è necessario, all’ingresso, fare una quarantena in strutture riconosciute, il che è molto costoso. 

Entro dicembre tornerò sicuramente. La missione prevede che io stia lì fino ad aprile, per poi rientrare e tornare di nuovo in India da giugno a dicembre. 

Nonostante arrivassi da un’esperienza di cooperazione ad Haiti, un paese che attraversava una situazione politica molto complicata, devo ammettere che il periodo trascorso in india non è stato per nulla facile. 

Mentre ad Haiti avevo contatti con persone che avevo conosciuto in altre esperienze di cooperazione e che vedevo appena possibile, in India ero l’unica ‘non indiana’ dell’area. Essere donna europea significa ovviamente non passare inosservata. 

Tuttavia non mi sono mai sentita in pericolo: ovviamente non si esce di sera ma solo di giorno (quando, vista la quantità di gente, riesci a confonderti tra la folla). 

Inoltre non è previsto che una donna dorma in casa da sola, e i primi tempi i miei colleghi facevano i turni per farmi compagnia, finché ho fatto capire loro, in tutti i modi possibili, che non era necessario. 

Il contatto umano con persone che parlano la tua lingua e condividono il tuo stesso approccio verso il tempo libero, ad esempio, mi mancava molto.

Me ne sono resa conto durante le settimane di presenza di due fisioterapisti che erano venuti dall’Italia per sostenere un progetto con bambini disabili: avevo assolutamente bisogno di trascorrere il tempo libero con qualcuno a cui piaceva fare, in linea generale, le cose che facciamo nel mio paese.

Nella prossima esperienza so già cosa mi attende, so che non sarà facile ma sono carica per affrontare questa nuova avventura”.