Partenze e Rientri, andarsene e tornare in Italia

Perché si parte e perché si torna in Italia? Guardiamo la migrazione italiana dalla prospettiva di chi parte attraverso aspettative, sorprese e -talvolta- delusioni.

immagine color sepia di una tartaruga, delle case e un albero

Ne ha parla con Anna Pisterzi assieme a Mario Bozzi Santieri, Consigliere del MEI – Museo dell’Emigrazione Italiana  e Luca Misculin, giornalista de Il Post a Genova lo scorso 21 febbraio alle ore 17:00


Partiamo da alcuni estratti del libro Traiettorie. Guida psicologica all’espatrio, in particolare dalla sezione “Tornare” per fare proprio come facciamo nel libro: stimolare domande, domande interessanti, domande curiose, talvolta domande difficili, altre volte mezze domande.
L’esercizio è un po’ questo: chiedersi, interrogarsi e continuare a farlo, giocando con le possibili risposte che cambiano nel tempo, come cambiamo noi, gli altri e come cambia il contesto tutto intorno.

Quando diciamo che torneremo lo facciamo con un filo di speranza, un po’ vaga e lontana. Quando poi accade che lo facciamo veramente, che torniamo allora la faccenda si complica perché il dove e il come torniamo non sono sempre così nitidi come ci si aspettava.

Tornare sì, ma dove?


“C’è chi non smette mai di sentirsi sempre a metà, un po’ qui e un po’ là. C’è chi il “là” non lo sente più come casa, e allora che senso ha tornare? Per altri ancora, “casa” rimarrà sempre “non qui”, ma magari nemmeno “lì”. Il tema del rientro si intreccia quindi con la questione del radicamento, nucleo caldo e pulsante per chi espatria.

Tornare significa sempre, un po’, anche partire”

cit. Traiettorie. Guida psicologica all’espatrio pag. 74

Nello sguardo di chi parte il pensiero del ritorno è spesso legato ad un desiderio di riscatto e di affermazione.
Ma cosa accade a chi parte anche spinto da catastrofi naturali o umane quando pensa al ritorno? Cosa significa tornare in Italia dove anche i luoghi  sono cambiati radicalmente o che talvolta sono addirittura -violentemente- scomparsi?
E le italiane e gli italiani che emigravano un secolo fà avevano l’idea di tornare? Cos’è il ritorno transgenerazionale e chissà se i migranti di oggi pensano ad una qualche forma di ritorno?


Non si torna mai sui propri passi


“Si torna anche per restare, come decisione che ha carattere definitivo e perentorio. E’ una possibilità che può rimanere lì, sullo sfondo, e che può fare molta paura.

Tornare è collegato ad un pregiudizio diffuso: quello di aver fallito. Il pensiero fallace è quello di “essere tornati sui propri passi”, di essersi ricreduti. Ma questa ruminazione ha un costo.
E’ il costo del mettere in discussione se stessi e le proprie scelte di vita.

La decisione di rientrare e il rientro stesso possono essere momenti molto attesi, desiderati, fantasticati nella propria mente. Alcune persone possono vivere questi momenti come una più o meno serena presa di consapevolezza, riconoscendo all’esperienza di espatrio il valore che ha avuto all’interno della propria storia personale; per altri può essere più semplicemente la naturale conclusione, messa in conto fin dall’inizio di un percorso, di un transito, di una parentesi all’interno della propria esistenza.

Quando tornare significa ristabilirsi definitivamente, può anche capitare, per svariati motivi, di non realizzare di essere davvero tornati: ci vuole tempo (e i tempi sono sempre soggettivi) per ri-adattarsi, reintegrarsi in un contesto che forse non conosciamo più così bene o che non siamo più abituati a chiamare “casa”; questioni pratiche e stress potrebbero assorbire molte energie e concentrazione, rendendo quello del rientro un tempo interiore a maturazione tardiva. “

cit. Traiettorie. Guida psicologica all’espatrio pag. 76

L’emigrante continua a essere visto da chi è rimasto attraverso una lente di riscatto e successo. Oggi i post sui social, le foto, le videochiamate mostrano spesso un solo lato dell’esperienza dell’emigrazione e contribuiscono ad una narrazione appiattita, idealizzata, nella quale è difficile immedesimarsi in modo realistico da parte chi chi è rimasto e la osserva. Cosa accade quindi quando il rientro in Italia è “ordinario” o comunque non glorioso?
Spesso gli stessi ricordi di chi è emigrato e poi è rientrato mascherano insuccessi e difficoltà, attribuite per lo più a fattori contestuali e a differenze culturali.


Se rientrare è impossibile

“Cosa accade se rientrare è impossibile, per ragioni politiche, emergenziali, economiche, per una difficoltà personale? Se noi non possiamo tornare “lì”, possiamo far venire gli altri “qui”? Per quanto tempo sarà impossibile tornare? Ecco allora che si ripresenta quel vissuto così peculiare dell’espatrio…… la nostalgia è quella “dolce” sofferenza che scaturisce dal desiderio di tornare in un luogo significativo, dove “luogo” può voler dire davvero molte cose. Non sempre la possibilità di rientrare è scontata: è in quei casi che il malessere può essere più profondo e la nostalgia più acuta.” cit Traiettorie pag.

Non si torna nello stesso luogo in cui si è partiti o perché non è più accessibile oppure perchè il tempo l’ha fortemente modificato, come si gestiscono i sentimenti di nostalgia in questi casi?


Qualcuno che ci aspetta
“Tornare implica delle richieste e delle sfide che coinvolgono anche gli altri, come quelle di confrontarsi con delle premesse e delle previsioni da parte di amici, conoscenti e familiari che hanno accompagnato la nostra partenza e con cui dobbiamo fare i conti al rientro.”

ibid pag.79

Nel tornare ci si riavvicina a qualcuno ma si lascia anche (e di nuovo) qualcun altro, si torna per accudire parenti anziani, per far crescere i figli in un ambiente familiare, si lascia perché qualcuno ha intrapreso un percorso diverso. Come possiamo gestire il nostro rapporto con gli affetti? Che forma ha un non ricongiungimento?


“Dopotutto, siamo tornati per un motivo. Per ritrovare qualcuno o qualcosa; per ritrovare noi stessi, una parte della nostra identità e della nostra storia; forse, un po’ per tutto questo e molto altro”.

ibid pag.80


FOCUS: Lo shock culturale inverso


Si parla di shock culturale fin dal 1929, riferendosi alla reazione traumatica che molti migranti europei dell’epoca avevano all’arrivo nelle americhe. Molte persone infatti si mostravano estremamente sorprese dal nuovo ambiente sentendosi disorientate, avendo difficoltà di integrazione e di comprensione delle regole sociali e di funzionamento del contesto nel quale si trovavano. Nonostante la componente di shock dell’epoca fosse probabilmente legata più alle condizioni di vita precarie che ad una reale e profonda differenza culturale, ciò ha dato avvio ad un intenso filone di riflessioni circa l’adattamento ad una diversa cultura.


Lo shock culturale è una reazione immediata al nuovo contesto. Spesso è accompagnata da emozioni negative e pensieri confusi. Si tratta di un’esperienza inaspettata che viene accelerata dall’ansia che deriva dalla perdita di buona parte dei nostri segni familiari e simboli sociali che conosciamo e usiamo abitualmente. Questi “indizi” comprendono i moltissimi modi con cui ci orientiamo nelle situazioni della vita quotidiana: quando stringere la mano e cosa dire quando incontriamo persone, quando e come dare mance, come richiedere un servizio, come fare acquisti, quando accettare e quando rifiutare inviti, quando prendere sul serio le affermazioni e quando no. Questi segnali che possono essere parole, gesti, espressioni facciali, usanze o norme vengono acquisiti da tutti noi nel corso della crescita e fanno parte della nostra cultura tanto quanto la lingua che parliamo o le convenzioni che accettiamo. Tutti noi dipendiamo per la nostra stabilità e la nostra efficienza da centinaia di questi segnali, della maggior parte dei quali non siamo consapevoli.


Il modo in cui ci muoviamo nei contesti è legato in maniera profonda con la nostra identità e anche per questo ciascuno esperisce lo shock culturale soggettivamente e su piani diversi. Si potrebbe intuitivamente pensare che lo shock sia tanto maggiore quanto distante è la cultura con cui si viene in contatto; in realtà, nell’ambito della ricerca psicologica si è concordi sul fatto che si tratti di una fase ubiqua e normale in qualsiasi processo adattivo ad una nuova cultura. Il pericolo per la salute mentale non dipende, infatti, dal numero o dal grado di differenze culturali, né dal fatto che lo shock avvenga o meno, quanto piuttosto dalla sua intensità e durata nel tempo.


Il termine non ha però soltanto un accezione legata alla cultura nazionale, può riferirsi infatti anche a uno shock di cultura aziendale o all’esperienza di trasferimento da un’area rurale ad una zona urbana in uno stesso paese.
Cultura è, in effetti, un termine molto vasto all’interno del quale possono ricadere moltissimi aspetti differenti. Per questo, recentemente, alcuni approcci hanno iniziato a proporre di sostituire il termine “cultura” dello shock culturale con quello di “contesto“. Riferendosi al contesto risulta infatti anche più coerente la presenza di uno “shock culturale inverso” che avviene quando una persona, dopo una lunga permanenza all’estero durante la quale ha assorbito e integrato parti di un diverso ambiente, fa ritorno al luogo delle origini nel quale si possono innescare gli stessi meccanismi che causano lo shock culturale.