Cronache dalla D-stanza. Aurora: prendere la decisione di iniziare un percorso di psicoterapia

Aurora, personaggio appositamente creato per questo scopo, dà voce alle incertezze ai dubbi che precedono la scelta di iniziare un percorso di psicoterapia online.

Guardo incredula il mio indice tremante: ha appena premuto il tasto “invia”. Mi stupisce quanto possa essere profondo l’abisso tra il tempo speso a prendere la decisione di inviare e quello necessario all’invio effettivo. Tempi sproporzionatamente disuguali. Mi sembra assurdo che basti un tap sul touchpad del mio computer: un attimo, ed è fatta. Una frazione temporale che non rende conto della complessità, del rimuginio, del pensiero che ha portato a quel gesto. Magari fosse davvero così semplice. 

Invece, ogni decisione riguardante la mia vita mi sfinisce. Non è sempre stato così. Ricordo periodi in cui scegliere era un atto leggero: sceglievo, e nemmeno me ne accorgevo. La risolutezza era tale da non lasciare spazio al dubbio che la direzione da prendere fosse diversa da quella. Ricordo la fermezza con cui ho deciso, ormai anni fa, che avrei fatto la ricercatrice. Deciso e poi realizzato. Punto. Non c’erano opzioni pensabili. Così come non c’erano alternative al mio funzionare perfettamente.

Fatto sta che non è più così. Prendere decisioni, ora, è l’attività più faticosa del mondo. Nel cervello si assiepano pensieri contrastanti o convergenti, ingombranti o microscopici, inafferrabili, intrecciati, sfilacciati o compiuti, affastellati, che premono, insistono per riordinarsi oppure per cercare l’uscita di emergenza da quel gran casino che ho in testa. Invece, rimangono tutti lì, compressi e sgomitanti. E io? Ugualmente compressa e immobile. Perché qualsiasi cosa decida di fare ho la certezza che sarà sbagliata: è questo l’unico pensiero limpido che, fra gli altri mille, ronza nella mia testa sovraffollata.

Pensavo che 29 anni di vita sarebbero stati un arco di tempo sufficientemente lungo per imparare a scegliere. Che un dottorato bastasse per consentirmi di prendere decisioni sensate, coerenti. Salutari, per lo meno. Pensavo che una volta vicina ai trent’anni sarei stata in grado di prendermi cura di me stessa. 

Partenza ed emancipazione

Un Erasmus e altre numerose esperienze all’estero, una carriera universitaria brillante a rincorrere una borsa da ricercatrice in Regno Unito, poi ottenuta dopo una severa selezione. Da un’anonima provincia del Friuli a un’altrettanto anonima cittadina inglese, ambitissima, però, dai cervelli in fuga, centro nevralgico che raccoglie la crema dei dottorandi del settore. La costruzione di una vita qui, il raggiungimento dell’indipendenza e della stabilità economica. Da una famiglia modesta all’ammissione in una ristretta cerchia di intellettuali. Le premesse per una buona capacità decisionale e per una vita appagante, le prove dell’aver fatto le scelte giuste, fin qui nella vita, ci sono tutte. Eppure.  

Eppure no, che non so scegliere. No che non so stare bene.

Disorientamento

Da qualche tempo mi trovo completamente disorientata, tremendamente insicura. Non più convinta delle scelte compiute in passato, titubante rispetto a qualsiasi movimento futuro. Me ne vorrei andare. O forse no. Vorrei cambiare vita. Oppure no, non è vero. Non mi piace più come si vive qui, ma credo di non saper stare al mondo in un altro modo. Soffro, voglio cambiare, ma non ho la forza né il coraggio per farlo. 

Amo il mio lavoro. L’ho desiderato, l’ho realizzato. Ma ora sento che tutto quello che c’è attorno mi sta stretto. Tira da tutte le parti come una maglietta della taglia sbagliata, che si tende su un corpo troppo cresciuto. Tesa, tesissima come me: sempre stressata, schiacciata dalla pressione a performare, prosciugata dalla continua e implicita richiesta di eccellere.

Ho questa fantasia di abbandonare tutto. Lo lascio, il lavoro. Parto, me ne vado (d’altronde, l’ho già fatto in passato), interrompo il dottorato, torno in Italia, a casa, dai miei. Sono tutte possibilità su cui ho fantasticato, soppesandone attentamente pro e contro. 

Che cosa significherebbe ripartire, dopo tutta questa fatica fatta per approdare? Che cosa penserebbero i colleghi? Quanto farebbe male a mamma e papà, dopo i loro sforzi per permettermi di ottenere questa vita?

Perché non riesco a muovermi da questa impasse? So che sono stata fortunata. E brava. Mi sono insinuata in questa nicchia: non è da tutti. Il gruppo degli “scelti”, degli “speciali”, è diventato il mio gruppo: mi ci riconoscevo. Mi è stato di grande aiuto quando, due anni fa, mi sono trasferita qui. La comunità di expat, di dottorandi italiani e di tutto il mondo, è stata per me fonte di grande sostegno. Ora, però, mi pesa immensamente restare al livello collettivamente autoimposto, mantenere questi standard elevati, quest’immagine di me che, a dirla tutta, mi schiaccia e non mi appartiene (più). Qui si vive immersi in una tensione strisciante e ostinata, frutto di una competitività tossica. Tra noi dottorandi serpeggia sottotraccia, pronta a svelarsi quando qualcuno ottiene un riconoscimento lavorativo. Si condivide tutto, come pari, tranne che i traguardi. E le debolezze. Su queste, le proprie e quelle degli altri, si è candidamente feroci. Qualche settimana fa, in pausa pranzo con i miei colleghi, ho detto che ero stanca. “Andiamo bene, non siamo nemmeno a metà giornata!”, è quello che mi ha detto uno di loro. “Sei stanca? Allora forse non meriti di essere qui. Oppure resta, basta che ti sposti un po’ più in là, ad ammuffire nella mediocrità”, è quello che hanno sentenziato gli occhi di tutti. 

Silenzio

Che sto male, non lo dico. Della decisione sofferta di andare in terapia non ne ho parlato con nessuno. In questa piccola realtà conosco tutti: non sopporterei il peso dello sguardo dei colleghi. La psicoterapia è normalizzata, è accettata, è per gli intellettuali “come noi”. Ma non “per noi”. Va bene, ma solo ed esclusivamente se riguarda gli altri.

E i miei genitori, poi, come la prenderebbero? Per loro dallo psicologo ci vanno i matti. Oppure i malati. Quelli che, qualunque sia la ragione, stanno male sul serio. In me, in fondo, cosa c’è che non va? “Hai tutto, eppure soffri, ingrata”: non me lo direbbero mai, ma ho il terrore che lo penserebbero. Non voglio che si sentano traditi da me.

Perché rimane, comunque, un pregiudizio di fondo. Nonostante la mentalità aperta, c’è ancora bisogno di essere rassicurati sulla propria “normalità”. Ci sono alcuni miei colleghi che hanno fatto dei percorsi psicologici; lavorare sulla crescita e sul miglioramento personale, a breve termine, focalizzandosi sulle proprie risorse, questo sì, è considerato normale, addirittura auspicabile. Ho pensato di passare anch’io da questa strada. Ma, per me, sarebbe una scelta di compromesso, più accettabile e dicibile a me stessa e agli altri, forse, ma non risolutiva. No, non sarebbe adatta a me, significherebbe mentire a me stessa: la vivrei come un’ulteriore spinta a essere eccellente. Voglio sporgermi di più, affacciarmi sul mio mondo interiore per andare alla radice di quello che sento, per comprendere perché non “funziono”, e soprattutto perché è diventato così insopportabile non funzionare.

Esitazione

Ma ho paura di quel che potrei scoprire: forse parti di me che non conosco o che ho sempre represso. Nel tentativo di riparare a questo senso di smarrimento attraverso la terapia, ho paura di perdermi ancora di più. Temo che, dalla questione circoscritta che mi porta a chiedere di iniziare un percorso, il malessere finora celato emerga, cresca e si estenda a macchia d’olio contaminando anche tutto quello che della mia vita continua a sembrarmi a posto. Non so bene da dove venga la paura che questo percorso sia un pozzo senza fondo, un buco nero in cui sai quando entri ma dal quale non sai se e quando uscirai, con quante ossa rotte e dopo quanti anni. Come se invece di aggiustarmi, ci fosse il rischio di smontarmi ancora di più. Come se, una volta che mi ci immergo, in questo torrente inarrestabile, fosse inevitabile uscirne solo dopo un tempo lunghissimo. Magari dopo aver imbarcato molta acqua. 

Ho già così tanti pensieri negativi, così tanti dubbi, passo così tanto tempo a rimuginare, cercando di capire che cosa fare… Mi sarà utile fare un percorso in cui guardarmi dentro concentrandomi così tanto sui miei problemi, sulle mie questioni irrisolte? Ogni volta che mi sembra di aver individuato la soluzione per tutte queste scelte complesse, mi assale un senso di confusione, un cocktail di sentimenti conflittuali che mi stordisce. E poi mi paralizza. Lo sento anche fisicamente: nelle gambe che formicolano e nello stomaco che si blocca. Credo proprio che questa roba che sto vivendo si chiami crisi. Non voglio certo che tutto questo si protragga o che si intensifichi. Non è che invece di aiutarmi a stare bene la terapia mi farà stare peggio?

Lingua

Come se non bastasse, c’è la questione della lingua. Ho cercato dappertutto qualcuno con cui poter fare le sedute in italiano, ma niente da fare. Ho pensato che il mio ottimo inglese sarebbe stato sufficiente, ma a quanto pare non è detto. Da brava ricercatrice mi sono documentata, ho cercato degli studi a tal proposito, e ho scoperto che fare terapia in una lingua che non sia la propria potrebbe costituire una “barriera emotiva”. Allora ho provato a cercare qualcuno che proponesse un servizio in italiano, online. Ne ho trovati tantissimi: non me l’aspettavo. Quella serie infinita di risultati elencati su Google non ha fatto che darmi il solito senso di vertigine che provo quando devo scegliere.

Ero e sono ancora molto scettica sulla terapia online, ma anche in questo caso ho fatto delle ricerche e pare che possa funzionare. Che, se ci sono le giuste premesse, l’efficacia sia uguale alla terapia in presenza. Ma in mezzo a questo oceano di proposte, come faccio a capire che cosa è meglio per me? Come posso essere sicura che il servizio che ho scelto è affidabile? Siamo certi che non si tratti di una terapia di serie B? E se anche dovesse essere efficace, funzionerà con me? Riuscirò a parlare o mi sentirò sempre a disagio, impacciata? Riuscirò a trasmettere come mi sento anche attraverso lo schermo? E la persona dall’altra parte, riuscirò a sentirla “presente”? O sarà solo un’immagine piatta e silenziosa su cui riversare le mie miserie?

Ma poi, che gli dovrò mai dire? Forse non ne ho così bisogno se non so nemmeno da che parte iniziare a raccontarmi. Forse sto ingigantendo tutto quello che mi accade, in realtà si tratta semplicemente di difficoltà che, prima o poi, tutti sperimentano. Un momento di confusione che passerà. Questa storia della psicoterapia è solo un capriccio da radical chic.

“Invia”

Però il mio dolore è reale. Tanto concreto e persistente quanto un’emicrania. E quella di andare in terapia mi sembra l’unica decisione che sono riuscita a prendere nell’ultimo periodo, anche se mi è costata moltissimo. Ne sa qualcosa il mio indice, che ha appena premuto il tasto INVIA, resosi proprio ora responsabile di aver lanciato nel web (ma dove, precisamente?) la mia richiesta di sostenere un colloquio di orientamento nella prospettiva di iniziare un percorso psicologico. 

Il polpastrello è tutto indolenzito, spossato, come se vi si fosse addensato ogni sforzo muscolare. Come se ogni pensiero che ha affollato la mia testa e che, pensato e non digerito, mi si è rivoltato nello stomaco, avesse deciso di convergere lì, creando una tensione fortissima.

Ho fatto un passo verso una direzione: il primo dopo mesi. Non so dove mi porterà, ma è rassicurante pensare che, ora, tocca a qualcun altro venire verso di me. 

Mi sento già più leggera.

 

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