Thich Nhat Hanh & Jep Gambardella. Dare ritmo alla lentezza

Per me pensare alla lentezza significa evocare riferimenti culturali e appigli narrativi diversi.

Dare ritmo alla lentezza

Thich Nhat Hanh & Jep Gambardella, monaco buddista e poeta e il protagonista della mondanità romana ne La Grande Bellezza, per un insegnamento: dare ritmo alla lentezza.

Compare, intanto, il profilo del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie che ripete il suo mantra: “É tardi, è tardi, ho fretta, è tardi!”. Ma compare anche il bradipo che campeggia sul libro di C. Chapelle, Slow Life. La chiocciola, da sempre emblema della lentezza insieme alla tartaruga, spunta tra le pagine di L. Sepùlveda. Nel suo Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza racconta il valore rivoluzionario dell’essere lenti. Un gesto coraggioso che ci permette di riappropriarci del nostro tempo. È quanto ricorda anche G. Zavalloni nella sua Pedagogia della lumaca. Oggi, ci dice, la maniera per essere rivoluzionari è oziare e rallentare, far da sé e produrre localmente, perdere tempo.

In questo panorama animale, come se la lentezza non fosse degli uomini, la mia mente ritrova poche figure umane. 

Da una parte, compare il viso sereno di Thich Nhat Hanh con una bibliografia immane che invita a scoprire la lentezza sulla strada verso la capacità di stare nel momento presente. In modo particolare, penso al suo Camminare in consapevolezza, testo raccomandato a chi, come me, è insofferente alla meditazione da fermi. Secondo l’insegnamento di Tich Nhat Hanh, camminare con lentezza e consapevolmente permette di esprimere gratitudine, entrare in contatto ed essere pienamente presenti a sé stessi

Dall’altra, visualizzo Jep Gambardella che parla della sua più consistente scoperta, quella di non poter più perdere tempo a fare cose di cui non ha voglia.

Mi chiedo quale sia l’associazione possibile tra la figura serafica di Tich Nhat Hanh e quella inquieta e macinata di Gambardella, protagonista de La grande bellezza. Il film, odiato ed amato per le atmosfere oniriche e la lentezza di una trama che non sembra portarci da nessuna parte, parla di tempo, fugacità e lentezza. La dimensione del tempo è evocata dal compleanno di Gambardella, una sorta di spartiacque nella sua parabola esistenziale. Di fronte al tempo finito di una vita individuale, il tempo eterno di Roma

E che dire dell’enigmatica Suor Maria, la Santa? In una delle scene più dense del film, la vediamo salire con il passo lento di una vita giunta quasi alla fine la Scala Santa. In una delle scene finali, la ritroviamo immersa in una nuvola di fenicotteri che riposano e di cui dice di conoscere tutti i nomi di battesimo. Per dirci, infine, che mangia solo radici perché la radici sono importanti. Per scoprire la grande bellezza e per ridare un senso alla vita che trova la sua naturale conclusione nella morte

Tutti questi riferimenti culturali vengono dall’era pre-pandemica, se la pandemia può essere uno spartiacque esistenziale alla Gambardella, opzione suggestiva, ma di cui non sono convinta. Un’era in cui la lentezza era ciò che sembrava mancare più in assoluto alla vita di ciascuno.

È sorprendente notare come siamo stati impegnati nella riscoperta della lentezza negli ultimi decenni. Dai portali ad essa dedicati al fenomeno Slow Food, dallo Slow Reading allo Slow Cooking, l’invito alla lentezza è stato un leit motiv costante

 

Dare ritmo alla lentezza

Thich Nhat Hanh & Jep Gambardella. Dare ritmo alla lentezza

 

 

Spesso l’impegno a rallentare ha portato all’adozione di pratiche e filosofie di vita di contesti altri, ben rappresentati dalla saggezza buddista di Tich Nhat Hanh. Decisamente distante dalla necessità di essere sempre sul pezzo e multitasking e dalla richiesta di vivere a velocità supersoniche. Una modalità di stare al mondo che, dettata dal capitalismo finanziario e ipertecnologico, ha persino finito per ridurre le nostre possibilità di essere pienamente umani. L’ansia del fare, di produrre e consumare, infatti, ha fagocitato il tempo e i luoghi delle relazioni umane, della convivialità, del desiderio, del sogno. 

Sono le dimensioni salienti di quello che F. Cassano, sociologo e filosofo del Sud Italia, ha definito pensiero meridiano. Si tratta di un pensiero che elogia la lentezza tipicamente meridionale che potrebbe accomunare tutti i sud del mondo. Luogo transnazionale che, per molti, rappresenta la patria dell’indolenza ma che, per Cassano, è la terra di un pensiero riflessivo e del tempo umano. Significativamente, un luogo in cui a non avere né patria né ospitalità è la fretta

Questa, più che la velocità, sembra essere la vera antitesi della lentezza. 

È così che la pensa M. Piazza, invitando a riconoscere nella quotidianità l’alternanza necessaria di velocità e lentezza, eliminando fretta e inerzia. Operazione complessa che, dal suo punto di vista, comporta addestrare la mente a contenere ed elaborare la gamma emozionale che percorre le esperienze quotidiane. Raccontandola in immagini attraverso le parole dello psicoanalista M. Khan, la capacità di essere un campo a maggese, un modo di essere consapevolmente recettivi e sensibili. 

Ma torniamo alla pandemia come spartiacque. In un certo senso, la pandemia ci ha costretti senza dubbio a rallentare. Numerosi sono stati quelli tra noi che hanno riscoperto ritmi più lenti ed umani che avevano dimenticato. Non a caso, un’immagine emblematica della prima ondata Covid è rappresentata dallo scaffale vuoto dei lieviti. La riscoperta della cucina, per molti versi, è stata necessaria. Per altri, è stata un riempitivo di tempi dilatati perché deprivati di attività consuete. Certo è, comunque, che cucinare in casa dei lievitati, nel tempo ordinario della quotidianità, è un lusso. O un vezzo da casalinghe disperate. Dipende dai punti di vista. In ogni caso, i lievitati richiedono tempo, merce difficile da trovare nella gestione ordinaria della casa e del lavoro dei più. 

La pandemia, insomma, sembra aver ridato tempo a molti. Il problema, però, è forse stato che la lentezza non è stata una scelta, ma un’imposizione. Accanto a questo, inevitabile pensare che si è trattato di una lentezza solitaria: relazioni umane e convivialità sono state interdette. Temo, anche i desideri e i sogni, in genere abitanti di lande meno desolate.

Non a caso, nei mesi, si è diffusamente parlato delle svariate figure del disagio da Covid che hanno caratterizzato le diverse fasi di questa pandemia. Ansia da limbo, sindrome della capanna, più recentemente il cosiddetto languishing, l’emozione di chi non è depresso, ma non gioisce. Nelle parole dello psicologo A. Grant, l’indifferenza al proprio essere indifferenti. Una condizione che, secondo il sociologo C. Keyes, potrebbe rendere conto dello sviluppo di disturbi d’ansia o di depressione sul lungo periodo. 

Privati dei tragitti casa-lavoro-palestra, delle chiacchiere da ufficio, delle ore dedicate agli svaghi, molti si sono dovuti confrontare con un generale rallentamento dei propri ritmi. Ciò ha significato, spesso, trovarsi di fronte a una dimensione potenzialmente angosciante, quella del vuoto

Una delle reazioni più comuni rispetto alla scarsa tolleranza al vuoto è quella di riempirlo. In merito, mi chiedo se non sia stata proprio l’incapacità di tollerarlo a spingere la maggior parte di noi a saturare le proprie giornate.  Perché riunioni di lavoro fino a tarda sera? Perché spazi di didattica a distanza dilatati fino all’inverosimile? Perché, ancora, la corsa senza sosta al webinar o ai training online?

Sicuramente ha pesato una scarsa capacità di riprogrammare e organizzare il lavoro in emergenza. In parte, poi, c’è forse stata l’illusione che “da remoto” è più easy e veloce, con una programmazione ancora più serrata della propria agenda. Fatto sta che, se il problema è stata una scarsa tolleranza dei vuoti, bisogna sul serio chiedersi quanto siamo stati capaci di farci maggese. E, se non lo siamo stati, quanto sia stato dovuto alla perdita di un’attitudine al riposo fertile oppure al fatto di non averlo scelto.

Forse tollerare il vuoto di un tempo dilatato e non richiesto è stato più semplice per chi ha potuto fare affidamento su una condizione economica solida. Meno semplice è stato per chi, oltre alle inevitabili fatiche finanziarie, ha dovuto fronteggiare perdite concrete. Non solo la morte o la malattia dei cari, ma anche la mancanza di lavoro e, talvolta, la perdita della casa. 

Si è trattato di circostanze connesse a vissuti depressivi importanti, disturbi del sonno-veglia, somatizzazioni, problemi di ansia, disordini alimentari. Molti ragazzi alle soglie dell’età adulta, spesso neo-laureati, hanno vissuto una brusca battuta d’arresto della loro voglia di progettare. Come se, per citarne un verbalizzato frequente, il Covid avesse improvvisamente stroncato la loro vita adulta sul nascere. Come se avesse cancellato qualcosa che avevano costruito con fatica, una sorta di tornado che abbatte tutto alle fondamenta.  

Provare ad uscire da una pandemia con questi vissuti non è certo semplice. Non lo è per nessuno, se è vero che, nella migliore delle ipotesi, c’è stata un’esposizione globale ad uno stress cronico di natura potenzialmente traumatica

Proprio per questo il messaggio che è giunta l’ora di chiudere questa pandemia, particolarmente sentito alle soglie di questa primavera, può sembrare particolarmente pressante. Un po’ come lo è stata la necessità di rallentare improvvisamente, di seppellire agende e impegni e chiudersi dentro casa.

L’invito a chiudere questa pandemia ricorda immediatamente il Bianconiglio. E, ancora una volta, si avverte il tentativo che qualcuno sia costretto o voglia dettare il ritmo, avendo deciso che siamo ormai in epoca post-pandemica. 

Stavolta si tratta di fretta carica di ansia, non della lentezza di un tempo dilatato e vuoto. 

L’effetto, però, verosimilmente, è il medesimo. Sentire che dobbiamo seguire il passo di altri, forse il richiamo delle sirene di chi spera o è sicuro che tutto tornerà presto come prima. Di chi auspica una riapertura veloce, per salvare un’economia al collasso. Di chi si è stancato e, come diceva già un anno fa il filosofo B. Andrieu, uscendo dalla fase rigida delle restrizioni, vivrà un fenomeno di decompensazione. Una sorta di liberazione pulsionale e una ricerca assoluta di contatto che, sfidando il virus, potrebbe portare a pratiche di rischio accettato o persino desiderato. 

Il problema non è stabilire se realmente ci sarà un prima e un dopo. E nemmeno decretare quale sarà il tempo giusto per chiudere la pandemia e perché.  Tanto meno, quale sarà la reazione più funzionale al permanere nel pandemico o al venirne fuori. 

Che valore ha stabilire qual è il passo normale, a maggior ragione in uno scenario così incerto? Forse un ritmo è più appropriato di un altro? 

E quanto conta avere delle solide certezze quando tutto intorno è sfumato?

Sono domande che invitano a fissare lo sguardo su altri livelli delle questioni ricordate. In primo luogo, su quelli che chiamano in causa la nostra capacità di essere autonomi

Mi piace ricordare, con G. Guerra, che l’autonomia si riferisce alle possibilità degli organismi di darsi proprie norme di vita. Nulla di più diverso, però, dall’autosufficienza e dal controllo onnipotente. Autonomia è la capacità che ci permette di adattarci ai cambiamenti del nostro contesto di vita, stabilendo continuamente nuove norme di funzionamento all’interno di vincoli. Quella capacità, cioè, di stabilire all’interno dei vincoli della pandemia e delle sue peculiarità, il proprio ritmo. 

Qualcosa che, se ripenso a Tich Nhat Hanh e a Jep Gambardella, può essere benissimo una camminata mindful o un trenino dal ritmo isterico che non va da nessuna parte. 

Forse siamo nella sfera degli apprendimenti pandemici che invitano a rileggere il concetto di lentezza a partire dal nostro ritmo. 

Sullo sfondo, una sottile insofferenza per gli spartiacque. Come a dire che siamo sul registro del fluire e della permeabilità incerta delle sfumature. 

 

di Gandolfa Cascio

 

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Riferimenti bibliografici

Cassano F. (1996). Il pensiero meridiano. Bari: Laterza. 

Guerra G. (2006). Contesti di vita e salute. In A. Mauri e C. Tinti (a cura di). Psicologia della salute. Torino: UTET.

Lazzari D. (2021). Cos’è il “languishing” e perché ce ne dobbiamo occupare. Consultato il 4 Maggio 2021 su Cos’è il “languishing” e perché ce ne dobbiamo occupare | L’HuffPost (huffingtonpost.it)

Leportois D. (2020). Comment le coronavirus bouleverse notre rapport au corps. Consultato il 4 Maggio 2021 su Comment le coronavirus bouleverse notre rapport au corps | Slate.fr

Piazza M. (2006). Velocità/lentezza. Incertezze, 55, 177-186.

Zavalloni G. (2015). La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e non violenta. Buri (Vr): Emi.

 

Per approfondire

Per i naviganti di lentezza

Slow Food – Buono, Pulito e Giusto

Vivere con Lentezza

https://youtu.be/arkGyHQmc-A

 

Da leggere lentamente

Carrol L. (1865). Alice nel paese delle meraviglie [Alice’s adventures in wonderland]. Trad. it. a cura di M. D’Amico, 2015. Milano: Bur Rizzoli. 

Chapelle C. (2017). Slow Life. L’arte di rallentare per vivere meglio. Vicenza: Edizioni Il punto d’incontro. 

Sepùlveda L. (2013). Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza. Milano: Guanda.

Thich Nhat Hanh (2017). Camminare in consapevolezza. Firenze: Terra Nuova Edizioni.

 

Per conoscere chi ha ideato la giornata della lentezza

Il podcast Vivere con lentezza dove Bruno Contigiani parla del significato della lentezza.