Salute mentale in UK: il benessere psicologico è un affare pubblico

Il Regno Unito è stato il primo paese ad aumentare l’accesso a terapie psicologiche per l’ansia e la depressione: perchè la salute mentale in UK è un valore in sé, ma la sua cura ha anche un valore monetizzabile

Il Sistema Sanitario Nazionale (National Health System – NHS) del Regno Unito è stato a lungo considerato il fiore all’occhiello dello stato assistenziale. Primo datore di lavoro – a esclusione del settore militare – in Europa, conta più di un milione di dipendenti e garantisce a 68 milioni di persone l’accesso quasi gratuito alle cure e un servizio abbastanza omogeneo in tutto il territorio.

Negli ultimi anni, anche i cittadini del Regno Unito hanno assistito ai ‘tagli’ evidenti ai servizi ospedalieri, a discapito dei programmi di prevenzione, e alla sospensione dei servizi non essenziali durante l’emergenza Covid. 

Tuttavia, tra i paesi – prevalentemente europei  – che riescono a garantire l’accesso alle cure alla totalità della popolazione, il Sistema Sanitario Nazionale britannico si differenza per i progetti all’avanguardia nell’ambito della tutela della salute mentale, non solo per quanto riguarda l’intervento per patologie psichiatriche ma anche per i disturbi minori. 

Una grande attenzione alla salute mentale

Nel complesso, in UK le risorse destinate alla salute mentale nel settore pubblico sono ingenti e accessibili. Prima di tutto, l’attenzione è rivolta alle categorie svantaggiate, in particolare per quanto riguarda problematiche relazionali intrafamiliari come la violenza e l’abuso, la negligenza infantile e, in generale, l’area del trauma psicologico (safeguarding and risk assessment).

Ma il sostegno psicologico gratuito è accessibile anche alle neomamme e, in generale, a tutti i cittadini ai quali vengono diagnosticati disturbi come depressione e ricorrenti stati d’ansia. 

L’idea di offrire un’assistenza psicologica fornita dal NHS e diffusa su tutto il territorio fu di David Clark, docente di psicologia della Oxford University che, nel 2005, grazie all’economista e parlamentare Richard Layard, dimostrò che il suo progetto era economicamente sostenibile. 

La sua proposta ebbe un finanziamento di circa 34 milioni di euro e si trasformò in un primo programma sperimentale: IAPT – Improving Access to Psychological Therapies, il cui obiettivo era quello di aumentare l’accesso a terapie psicologiche per l’ansia e la depressione, nell’ipotesi che la salute mentale è un valore in sé e che la sua cura ha un valore monetizzabile in termini di occupazione e costi per malattie anche fisiche”. 

Da allora, il programma continuò a essere finanziato dai governi successivi, fino a raggiungere un budget di circa 430 milioni di euro nel 2017. 

Lo scopo era quello di superare problemi simili che affliggono molti dei sistemi sanitari pubblici: la scarsa accessibilità e i lunghi tempi di attesa a causa di uno scarso numero di terapeuti nel servizio pubblico, e la difficoltà economica per molti di potersi permettere visite private. 

Ma oltre ai benefici per il cittadino, il programma mirava, appunto, a evidenziare i vantaggi per lo  Stato: “I problemi di salute mentale sono concentrati tra le persone in età lavorativa”, sosteneva Layard. “La malattia mentale rappresenta il 40% di tutte le disabilità (richiedenti di indennità di occupazione e sostegno) ed è responsabile del 40% dell’assenteismo. Il suo costo complessivo per l’economia è di circa 70 miliardi di sterline, di cui circa la metà è a carico dei contribuenti”.

Insomma, il benessere del cittadino è al centro, ma anche quello delle casse dello Stato. 

Dal medico di base all’ausilio delle charities

Oggi, la prima figura con cui ci si confronta rispetto alla propria salute mentale e a cui ci si rivolge in caso di necessità è il GP, General Practitioner (medico di base).

I GP hanno il compito di dare ai pazienti informazioni sulla salute mentale e sulla prevenzione attraverso pamphlets (materiale informativo).

Per quanto riguarda le donne che affrontano una gravidanza, la presenza della midwife ha anche una funzione di supporto morale. Sarà lei, infatti, a mettere in contatto, in caso di disagio psicologico o depressione post-parto, la donna con un professionista

In generale, una volta avviato il percorso di sostegno psicologico, viene data molta importanza all’assetto integrato tra i professionisti, attraverso una comunicazione costante tra lo psicoterapeuta o lo psicologo e il medico di base.

Negli ultimi anni, in caso di emergenza è anche possibile rivolgersi direttamente all’assistenza psicologica pubblica – senza la consulenza del GP –  contattando il centro più vicino al luogo in cui si abita. In questo modo si cerca di garantire una risposta alla richiesta di aiuto il più rapidamente possibile. 

In supporto al sistema pubblico, in UK esistono anche molte associazioni (charities) che si occupano di salute mentale, come Mind e Samaritans, che hanno attivato dei numeri di emergenza e operano anche attraverso telefonate o app di messaggistica istantanea per far fronte alle emergenze.

Oggi, a seguito dei tagli alla sanità e dell’emergenza Covid, i servizi erogati tramite NHS continuano a essere gratuiti, ma i tempi di attesa per iniziare un vero e proprio percorso di psicoterapia possono essere anche molto lunghi, in particolare per i livelli  3 e 4, che offrono servizi che vanno oltre a un’assistenza di base per problematiche psicologiche comuni.

Tuttavia, l’esperienza del IAPT rimane un modello al quale molti possono solamente ambire; le risorse dedicate alla salute mentale nel nostro paese dimostrano che l’Italia è ancora lontana da questo traguardo. 

E non si tratta solo della carenza di risorse economiche, ma principalmente della mancanza di un terreno fertile in grado di abbattere gli stereotipi e lasciare spazio all’ampliamento dell’accesso alle terapie psicologiche con uno sguardo reale sullo stato di salute mentale della popolazione e sulla necessità di rendere il benessere psicologico una priorità. 

 

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