Vivere attraversando diverse culture: cosa significa essere un Third Culture Kid

Quando una famiglia vive spostamenti geografici o a cavallo tra più culture le questioni che entrano in gioco sono molte. Cosa comporta ‘sentirsi’ Third Culture Kid?

diverse culture

Il significato di Third Culture Kid

I Third Culture Kids (abbreviati TCKs) sono ragazzi/e di una terza cultura, ovvero giovani con vissuti particolari legati alla loro vita mobile e a cavallo fra più culture. 

I sociologi/antropologi J. e R. Useem  coniarono l’espressione “terza cultura” negli anni ‘50, quando concentrarono i loro studi su un gruppo di Americani con una carriera internazionale espatriati in India. Secondo i loro studi, la terza cultura non è sovrapponibile né alla “prima cultura” (home culture), ovvero quella di provenienza, né alla “seconda cultura” (host culture), cioè quella in cui ci si inserisce quando si vive in un altro Paese. 

La third culture è una “cultura tra le culture”, una cultura “interstiziale” che implica, per chi vi appartiene, il possesso di alcune caratteristiche condivise. Gli studiosi notarono, infatti, come queste e altre comunità di espatriati condividessero delle peculiarità – legate alle esperienze di vita – a prescindere dalle differenti origini. Chi cresce in questo spazio interstiziale è, nella visione di  R. Useem, un TCK.

Negli anni successivi l’espressione Third Culture Kids ha acquisito sempre maggiore autonomia. Nella definizione di Pollock (1989) si arricchisce di una fondamentale componente derivante dalla psicologia evolutiva, indicando una persona che ha trascorso una significativa porzione dei propri anni di sviluppo al di fuori delle culture di origine dei propri genitori. I Third Culture Kids hanno vissuto in differenti paesi durante l’infanzia e l’adolescenza, si muovono nel mondo seguendo gli spostamenti dei propri genitori, si adattano a nuovi contesti pur mantenendo degli elementi delle culture genitoriali. Ciò porta a un’identità che non è semplicemente il risultato di un’addizione delle differenti culture incontrate ma che si caratterizza per le modalità con cui gli elementi culturali vengono integrati. Anche per questo sembra che l’espressione nasca dalla necessità degli stessi TCKs di sentirsi parte di un gruppo identificabile e riconoscibile piuttosto che da un bisogno classificatorio esterno. 

Una cultura “terza” è, quindi, una cultura “altra”: ma in che senso? 

Vivere in una terza cultura, oggi

La situazione osservata negli anni ‘50 dagli Useem si è nel tempo profondamente modificata. I gruppi di espatriati da loro osservati vivevano in comunità circoscritte e molto ben definite anche dal punto di vista fisico (Pollock, Van Reken, 2009). I confini di queste enclave hanno perso oggi quelle delimitazioni così nette lasciando spazio a confini fisici e culturali più sfumati, a mescolanze più profonde e interdipendenze più esplicite. 

Queste tendenze hanno avuto un forte impatto anche sul concetto stesso di cultura. La terza cultura a cui si riferivano gli Useem consisteva infatti in uno stile di vita “creato, condiviso e appreso da persone di diverse società nel processo di relazionarsi con un altro” (Cotrell, Downie, 2012). 

In questo senso, mentre il termine third culture ha preso altre vie, la definizione di TCK rappresenta, oggi, l’esempio vivente di un’accezione post-moderna di cultura, intesa non in termini tradizionali (riferita a un popolo, a un gruppo etnico) ma riconducibile, in senso più ampio, ai processi condivisi da più soggetti, sottesi al vivere “in” e “tra” differenti culture (Vidal, 2000).

L’identità e il senso di appartenenza di un/una TCK si costruiscono attraversando le differenti culture con cui essi/e sono entrati in contatto nel corso di una crescita fortemente caratterizzata dalla mobilità. Le identità dei TCKs si sviluppano in contesti mutevoli, in cui  partenze e arrivi costituiscono la normalità determinando identità cross-culturalmente costruite. Lo sfondo della loro vita – in senso astratto e concreto – è “fluttuante”.

Una delle voci più autorevoli in questo ambito è Ruth Van Reken, la quale ha ibridato la moderna visione di cultura con la definizione di TCK  attraverso il modello dei CCKs (Cross Cultural Kids). 

Quello di CCK è un concetto-ombrello che include differenti modi di crescere a contatto con più contesti e che permette di leggere in maniera diversa le comunanze di un gruppo, ridimensionando la componente geografica del costrutto di cultura. I TCKs vengono visti infatti come un sotto-gruppo non omogeneo di CCKs, bensì accomunato da alcune dinamiche trasversali che emergono attraverso il susseguirsi, scomparire, affievolirsi e successivo riaffermarsi di un contesto culturale di riferimento attraverso il quale riconoscersi di volta in volta.

Lo stesso verbo “appartenere”, quando si parla di questa particolare cultura condivisa, si tinge di un nuovo significato: l’abitudine a pensare a una suddivisione in culture “per differenza” sbiadisce di fronte alle traiettorie di vita dei TCKs, per i quali è la condivisione di peculiari vissuti, e non l’origine comune, a definire l’appartenenza a un gruppo. Le esperienze di sviluppo e i vissuti emotivi che accomunano i TCKs influenzano a livello profondo, più che in maniera visibile dall’esterno, le loro identità personali e culturali, creando una connessione che va oltre la condivisione di eventi di vita. 

Vantaggi e svantaggi dell’essere TCK… o qualcosa di diverso?

La ricerca sui TCKs si è inizialmente basata sull’analisi dei punti di forza e di fragilità derivanti dall’appartenenza a questo gruppo. La visione nei termini di pro e contro ha tuttavia incontrato la resistenza di alcune persone TCKs che, pur riconoscendosi nella definizione, non sentivano la propria storia rappresentata da questa visione dicotomica. Alcuni TCKs si riferiscono a loro stessi come cultural chameleons (camaleonti culturali) ricollegandosi alla tendenza comunemente riscontrata in questo gruppo a iper-adattarsi ai contesti culturali in cui si trovano, camuffando alcune aree della propria storia. 

La prospettiva che considera principalmente i vantaggi dell’essere figli di una terza cultura accentua, paradossalmente, una visione stigmatizzante dei TCKs che, nel confronto con persone non-TCKs, vengono spesso identificati come individui privilegiati e non appartenenti alla cultura dominante. 

In realtà, i movimenti (geografici e culturali) e, di conseguenza, i cambiamenti psicologici vissuti dai TCKs comportano delle opportunità di arricchimento e crescita così come dei fattori di rischio intrinseci, che vanno presi in considerazione e rispetto ai quali è utile essere preparati per favorirne il benessere psicologico. L’adozione di uno sguardo pro-contro nei confronti dei TCKs inasprisce, al contrario, una delle principali sensazioni con cui essi si devono confrontare: sentirsi isolati.

Come tutti i cambiamenti psicologici i movimenti (geografici e culturali) dei TCK presentano dei fattori di arricchimento e crescita e dei fattori rischio intrinseci che vanno presi in considerazione e rispetto ai quali è utile essere preparati per favorire il benessere.

Uno sguardo la mondo psicologico dei/delle TCKs

Se è vero che alcune dinamiche sono comuni ai TCKs, è altrettanto vero che ogni storia di vita presenta differenze sostanziali che non la rendono mai identica alle altre. I luoghi di espatrio, il tempo trascorso in ciascuno di essi, le motivazioni che hanno spinto la famiglia a muoversi da un luogo all’altro e le modalità con cui questi movimenti sono avvenuti, costituiscono i mattoni, le fondamenta identitarie di ognuno, e hanno per ciascuno pesi, forme e incastri differenti. 

Dal punto di vista psicologico, l’osservazione dei vissuti dei Third Culture Kids richiede una doppia visione: uno sguardo al contempo estremamente ampio (per via del panorama internazionale in cui le loro vite si svolgono) e minuzioso. Se per chi cresce all’interno di traiettorie mono-culturali la costruzione dell’identità ha a che vedere con un gruppo o degli elementi relativamente statici, i giovani di terza cultura si trovano a fare i conti con contesti cross-culturali, sia allargati che domestici, in continuo cambiamento (perché se ne allontanano o perché vedono gli altri TCKs allontanarsi). Tuttavia la questione più rilevante, nel loro caso, non sembra essere tanto il cambiamento di cultura, quanto più la molteplicità delle appartenenze culturali. 

Mille modi per tenere tutte le proprie culture insieme: l’adattamento dei TCKs

Quali sono i vissuti che accomunano i TCKs e che li rendono tali?

Come nel vissuto di ogni CCK, così come in ogni traiettoria di sviluppo, il primo spostamento e tutti quelli successivi richiedono al/alla bambino/a di adattarsi al nuovo contesto in cui sopraggiunge. In qualunque cultura la tendenza all’adattamento è naturale e finalizzata al restare in quel luogo. 

Improvvisamente, a un certo punto della loro vita e solitamente in maniera ripetuta, i TCKs devono spostarsi per motivazioni estrinseche, cioè esterne, che non dipendono da loro stessi ma dal contesto in cui sono immersi. 

Gli spostamenti da un paese a un altro vengono vissuti dai TCKs come degli sradicamenti. Il nuovo contesto presenta elementi geografici, climatici, sociali e linguistici che possono essere completamente differenti dai precedenti riferimenti e che, per chi abita quel luogo, sono distintivi e definiscono appartenenze stratificate: a una cultura, a una nazionalità, a  gruppi sociali più ristretti e all’identità individuale. 

Per comprendere queste stratificazioni culturali può essere d’aiuto l’immagine dell’iceberg (Hall, 1976), in cui ci sono aspetti emergenti e immediatamente percepibili di una cultura ed elementi meno visibili, maggiormente legati all’individuo, alla sua personalità, al suo mondo interno. 

“Adattamento”, per un TCK, può avere molteplici significati: parlare più lingue, conoscere usanze e abitudini di diverse culture, sviluppare una competenza che porta a integrare più punti di vista. Ma, anche, avere un forte legame con il qui e ora, dovuto al fatto che a più riprese, durante la crescita, ci si è trovati di fronte a differenti necessità. Tra queste: dover separare le proprie esperienze per essere accettati più facilmente, elaborare la perdita di relazioni, luoghi e oggetti importanti e difendersi dalla sofferenza che questo comporta.

Il significato della perdita per i Third Culture Kids

Assumere una prospettiva adattiva comporta accettare che la vita dei TCKs è accompagnata da griefs, ossia quelle ferite derivanti dalla perdita di qualcosa o qualcuno che comportano dolore, sofferenza e tristezza. Si tratta di aspetti normali e presenti nella vita di ogni essere umano, ma che nei Third Culture Kids si presentano in una forma che Ruth Van Reken definisce luttuosa. Esattamente come avviene nel caso del lutto, il contesto da cui ci si sposta sparirà per sempre dalla vita del/della giovane di terza cultura, lasciandolo/a a fare i conti con le memorie legate a quella cultura. Sono come perdite nascoste: un sottobosco di piccoli eventi traumatici legati a ogni abbandono che minano l’identità del soggetto, ma che sono celate da una vita ideale e avventurosa come appare quella dei TCKs. 

Nel Third Culture Kid coesistono pensieri contrastanti rispetto a sé (in termini psicologici si parla di dissonanza cognitiva): se la mia vita mi piace, come posso avere griefs, cioè ferite? E, per di più, ferite non curate: nella quotidianità di un giovane di terza cultura spesso manca il tempo per fermarsi e riflettere sulle esperienze, in modo da rielaborarle. Occupato dai continui spostamenti, dalle novità o dalla necessità di riadattamento costante, la sua infanzia è spesso ricchissima di esperienze, molte delle quali frammentate nella memoria. Questi frammenti sono piccole o grandi esperienze, storie proprie e altrui, amicizie, ricordi che vanno vissuti e richiedono tempo per trovare una loro collocazione nella narrazione che ciascuno di noi fa a sé stesso. 

Ogni grief richiede, però, tempo per poter essere affrontato, attraversando differenti fasi di elaborazione. Talvolta sono gli stessi genitori che, con l’intento di proteggere i propri figli e non sapendo come affrontare la naturale difficoltà del cambiare vita, rivolgono maggiore attenzione verso questioni pratiche per non affrontare la sofferenza (anche la propria) legata alla separazione. I vissuti di lutto  sono tuttavia parte integrante e ineliminabile di una traiettoria di vita e di viaggio di un TCK. 

Conoscere e poter ricostruire la propria storia è uno strumento potente e trasformativo. In questo, il ruolo della famiglia e dei contesti educanti è fondamentale: incentivare il radicamento e la consapevolezza delle proprie appartenenze multiple è un compito complesso ma necessario per le famiglie in espatrio. Sul sito crossculturalkid.org sono disponibili numerose risorse utili per chi desidera approfondire la tematica. 

Bibliografia

Cottrell, A. B., & Downie, R. D. (2012). TCK-the history of a concept. FIGT Research Network Newsletter, 5(1), 7-8. 

Lanigan, Richard. (1978). General and Theoretical: Beyond Culture. Edward T. Hall. American Anthropologist. 80. ISBN: 10.1525/aa.1978.80.2.02a00330. 

Pollock, D. C., Van Reken, R. E. (2009). Third Culture Kids: Growing Up Among Worlds (Revised Edition). Nicholas Brealey Publishing.

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