Trasferirsi per un’esperienza di lavoro all’estero

Andare a vivere all’estero per lavoro è un passo importante e porta con sé grandi cambiamenti. Spesso però c’è un passaggio che il lavoro nasconde: non ci si muove soltanto per lui.

esperienza all'estero

Secondo i dati AIRE, tra il 2014 e il 2023 gli italiani che hanno lasciato l’Italia per un esperienza all’estero sono stati circa 935 mila. In media oltre 93 mila persone si sommano ogni anno agli oltre sei milioni di italiane e italiani oltre confine ed è certo che, per il modo in cui vengono conteggiati, i dati a disposizione sottostimano in modo sostanziale il numero reale di persone che avviano un’esperienza all’estero.

In questo movimento, che per l’Italia è un fatto strutturale, uno dei principali motori della mobilità internazionale è il lavoro. 

Secondo un rapporto dell’Organizzazione del Lavoro Interno delle Nazioni Unite, soltanto nel 2019 circa 169 milioni di persone nel mondo sono migrate alla ricerca di un impiego.

La questione lavorativa può occupare moltissimo spazio del pensiero di chi parte, di chi vive all’estero ma anche di chi ritorna -o si sta preparando a farlo-. Ciascuna persona affronta il lavoro in modalità diverse, anche in base ai diversi momenti di vita. C’è chi si impegna per cercare la prima occupazione, chi si domanda come cambiare attività dopo molto tempo, chi è alla ricerca di un bilanciamento migliore con la vita privata, chi sente che è il momento di investire, chi lo fa perché proprio deve e chi non può farne a meno. 

Per il lavoro troviamo compromessi e in esso riponiamo aspettative, organizziamo il nostro tempo attorno al lavoro e, sempre più spesso ci trasferiamo per lui o con lui.

Gli scopi del lavoro

Lavorare ha quindi molti significati e per ciascuna persona assume un senso e acquisisce uno scopo differenti: perseguire un sogno, cambiare la propria condizione sociale, accrescere il benessere, garantire un futuro ai famigliari, raggiungere una stabilità di vita, contribuire ad un progetto, sostentarsi, occupare il tempo. Purtroppo lungo il percorso possono accadere degli imprevisti e non sempre il lavoro è un contesto in cui poter esercitare la propria agency come succede in sistemi lavorativi che non rispettano la volontà e i bisogni dell’individuo e che esercitano il loro potere sulla vita sociale delle comunità che da loro dipendono, come accade ad esempio in contesti transnazionali nei quali grandi organizzazioni hanno un notevole impatto sulla vita delle comunità locali

Quando diciamo “lavoro” usiamo quindi una parola che ne contiene molte altre che devono a loro volta essere contestualizzate.

Il lavoro infatti è inserito nelle società e nelle culture e la sua visione non può essere scollegata da esse. Molte delle persone italiane emigrate incontrate in questi anni raccontano di essersi trasferite “per lavoro” indicandolo come il fattore di spinta o di attrazione principale. 

Basta però scendere appena sotto la superficie perché questa motivazione si sgretoli ed emergano dirompenti tutte le parti di cui è fatta, frammenti che la parola lavoro comprende ma anche nasconde o meglio, rende meno visibili.

Quella del partire per fare un’esperienza all’estero di lavoro è una motivazione solida e sensata, una motivazione socialmente accettata e sulla quale, soprattutto in Italia, si è benomale d’accordo. Essa raccoglie istanze collettive, un generale senso di riscatto e desiderio di successo ma anche di delusione e frustrazione verso il proprio paese. Al di sotto di questa motivazione esiste però un substrato affollato, abitato da storie individuali all’interno delle quali lavoro vuol dire sempre, anche, qualcosa in più

Raccontare che ci si sposta per lavoro permette in un certo senso di essere al riparo dallo sguardo indiscreto altrui, di inserirsi in un grande gruppo, quello delle persone che migrano per lavoro. Restare in un racconto collettivo è protettivo e ci permette di sognare quello che tanti sognano, un percorso di autorealizzazione

Questo racconto però rischia spesso di essere una storia generica, ben lontana dalla realtà quotidiana, quella dei propri vissuti, della propria esperienza e dall’ombra di un possibile successo o insuccesso professionale. 

La realtà è anche diversa

Fare i conti con questa realtà può avere risvolti inaspettati: cosa accade ad esempio quando il lavoro nel nuovo paese non è come ci si aspettava, cosa può significare cambiare completamente carriera o capire che il proprio percorso professionale ha più possibilità altrove? Quali spiegazioni verranno richieste da chi ci ha lasciato partire e come racconteremo quello che, sotto questa luce, appare come un insuccesso? L’importanza che si da alla questione lavoro è senz’altro legittima ma d’altra parte la rilevanza attribuita ad una questione, per poter essere osservata nella sua interezza, richiede di essere collocata in fila nell’insieme delle “altre questioni” che, pur ignorate, non esercitano necessariamente un impatto minore sulla vita della persone.

Interrogarsi sulla tematica del lavoro, guardare al lavoro, in mobilità ma non solo, richiede necessariamente di ampliare lo sguardo, di considerare le proprie motivazioni e la propria salute, fisica e mentale, ma anche quella altrui perché -anche quando si viaggia soli- le persone care a distanza continuano ad essere, a modo loro, presenti. 

Pensare oltre al lavoro significa aspettarsi che si entrerà in un contesto socio-culturale diverso, che le proprie abitudini dovranno essere ri-tarate e modulate alle possibilità del luogo nuovo, che volenti o meno si subiranno delle pressioni legate alla performance, che sbagliando a parlare una lingua con cui si ha minore familiarità si diranno delle cose in cui non ci si riconosce o che le vacanze assumeranno un nuovo significato. 

Le questioni culturali

La mobilità e soprattutto il lavoro in mobilità obbliga ad osservare quelle cose che si davano per scontate e che, inseriti in un nuovo contesto, si rivelano per differenza. Si tratta di grandi questioni culturali (come viene intesa la coppia e la famiglia, il ruolo del lavoro nella vita privata, i ritmi e i rapporti con la gerarchia…) ma anche di piccole accortezze quotidiane e di diversi modi di fare quelle cose che sulla carta appaiono molto simili nell’esperienza all’estero. 

Questo riposizionamento pone lavoratori e lavoratrici, ma anche le organizzazioni, davanti alla consapevolezza che il lavoro fa parte della vita quotidiana, è inserito in un contesto ed è ad esso legato attraverso un doppio filo, mette a nudo l’aspetto olistico del lavoro, spesso volutamente ignorato.

Quando si parla di motivazioni alla mobilità internazionale, spesso si fa riferimento a push and pull factors, ossia di fattori che spingono lontano da un luogo o che attirano verso un altro e si guarda alla mobilità come ad una meccanica precisa, nella quale azioni e reazioni sono chiare e definite. 

Osservando le singole persone però le motivazioni individuali si mostrano per quello che sono: ambigue e sfumate, differenti e sovrapposte tra loro.

Si può essere spinti o venire attratti e si può, allo stesso tempo, non voler partire. C’è chi parte senza alcuna spinta e chi subisce l’attrazione perché non ha possibilità di scelta, come i bambini. 

Pensare al lavoro in mobilità vuol dire quindi non pensare soltanto a ciò che spinge o che attira da un luogo ad un altro, ma anche riflettere su che cosa accade a noi e alle persone tutt’intorno durante questo movimento, a qual è il significato di “lavoro” per ciascuna di esse e in che contesto lo stanno portando avanti. 

Perché è così che accade, ci muoviamo – anche – per lavoro, ma il lavoro si muove innanzitutto per noi e con noi.