Parlare più lingue, oggi e da sempre, non è solo una competenza: è un modo di abitare il mondo. Nelle lingue che conosciamo si nascondono le nostre storie, l’appartenenza, i vissuti di inclusione ed esclusione e di resistenza culturale.
Occuparsi di multilinguismo in una società è un tema chiave per comprendere la pluralità delle identità.
Parlare e comprendere più lingue e usarle nella vita quotidiana è oggi riconosciuto dalla ricerca scientifica come una condizione naturale dello sviluppo linguistico. Tuttavia, nella percezione comune il multilinguismo è ancora spesso associato a possibili difficoltà, e non è raro incontrare insegnanti, pediatri o neuropsichiatri che lo interpretano come un problema. Questo evidenzia quanto le conoscenze aggiornate sul multilinguismo siano ancora poco diffuse al di fuori degli ambiti specialistici.
Secondo il principio di interdipendenza linguistica formulato da Jim Cummins, infatti, ogni lingua appresa rafforza le nostre competenze cognitive e comunicative anche nelle altre lingue. Viene utilizzata la metafora dell’iceberg: è come se tutte fossero sostenute da un’unica massa sommersa, invisibile ma condivisa.
In questo contesto, la scuola ha un ruolo cruciale: deve essere preparata ad accogliere la diversità linguistica e culturale, valorizzandola come condizione personale e non come ostacolo. Sappiamo, però, che non tutte le lingue sono uguali: alcune sono celebrate, altre marginalizzate. Eppure è proprio nel contatto tra lingue e culture che può fiorire una vera appartenenza plurale.
Abbiamo dialogato su questi argomenti con Najwa Saady, family language coach, che da anni sostiene i genitori che vivono il multilinguismo in casa, navigando tra sfide quotidiane e stereotipi sociali.
Una vita tra lingue, culture e scelte educative
Najwa Saady è family language coach, cresciuta tra lingue, culture e identità complesse. Nata in Italia da padre palestinese e madre italiana cresciuta in Svezia, si è formata in ambienti multiculturali.
“A casa nostra le lingue di comunicazione principali erano l’italiano e l’arabo, ma i miei genitori parlano entrambi quattro o cinque lingue. L’inglese è arrivato presto, frequentavamo tante persone sparse nel mondo, ed è sempre stato il ponte che mi ha aperto ad altre realtà”.
La sua esperienza personale si è intrecciata fin da subito con quella professionale, e ha dato forma a una sensibilità profonda verso le dinamiche linguistiche e identitarie.
“Crescendo ho dovuto affrontare molte sfide legate alla mia identità: una di queste è quello che viene chiamato white passing [1] . Riconoscibile come ‘persona bianca’ nell’aspetto, ma con background culturale arabo, ho affrontato spesso situazioni ambigue e mi sono confrontata con il muro generato da ogni tipo di stereotipo nei confronti della cultura araba”.
Najwa si laurea in Scienze della Formazione Primaria a Udine, in una regione bilingue dove il friulano è promosso a livello istituzionale, lavorando in progetti di educazione interculturale con l’obiettivo di creare linguaggi in grado di comunicare con tutte le famiglie. Il trasferimento a Barcellona segna una svolta. Insegna in una scuola italiana, multilingue, ma si accorge che il multilinguismo non viene valorizzato in classe.
“Le famiglie volevano che i bambini parlassero anche italiano, ma allo stesso tempo non volevano che vivessero nella ‘bolla’ dettata dalla nazionalità di origine dei genitori. Affrontare la questione dell’identità plurale che va di pari passo con il multilinguismo, resta ancora una grande sfida, per le famiglie e per la scuola”.
Durante la pandemia, con la nascita del suo secondo figlio, decide di non tornare a scuola e fonda Armonia Multilingue, un progetto di coaching linguistico per famiglie.
“Parto dall’idea che ogni famiglia abbia una storia linguistica unica. Allo stesso tempo, nel lavoro con le famiglie emergono dinamiche ricorrenti: il senso di inadeguatezza, la paura di “fare danni”, la pressione sociale, le rappresentazioni stereotipate che possono colpire molte lingue e identità, anche all’interno del contesto europeo. Armonia Multilingue nasce per accompagnare le famiglie nei percorsi bilingui e multilingui dei figli, aiutandole a costruire scelte consapevoli e sostenibili nel tempo. Il lavoro si concentra sulla definizione di una visione chiara, sulla valorizzazione delle risorse già presenti e sulla creazione di routine quotidiane che permettano alle lingue familiari di essere trasmesse in modo autentico, sostenibile e armonico”.
Lingua e cultura: prestigio o minaccia
Quella di aiutare le famiglie a trasmettere le lingue d’origine ai figli, anche quando queste lingue sono vittime di stereotipi, è la missione di Najwa.
“Purtroppo ci sono tanti pregiudizi verso le lingue che non sono considerate prestigiose. Guardiamo il mondo con uno sguardo eurocentrico e bianco, e non si può scindere la lingua dalla cultura”.
Tra le lingue e culture in questione ci sono sicuramente quelle che non appartengono ai Paesi “occidentali”: arabo, albanese, rumeno, cinese, sono le più diffuse in Italia e in Spagna. Seguono il bengalese, il filippino, l’urdu e le lingue locali dei paesi africani.
“Anche se sei bianco, come può esserlo “tradizionalmente” un albanese o un russo, puoi ricevere pregiudizi perché non rientri nel canone dominante: lingua e provenienza di origine influiscono sullo status”.
Lo status stesso dell’italiano è cambiato nel tempo: oggi è prestigioso grazie alla moda, al cibo, al marketing. Ma, un secolo fa, durante la grande emigrazione italiana, non era certo così.
“Quando parlo italiano ricevo i complimenti per la sonorità della lingua” racconta. “Al contrario non ho mai ricevuto complimenti quando parlo arabo. Se parlo al parco con i miei figli, a volte vengo fissata con incredulità. Mi hanno chiesto più volte se si trattasse di sloveno o russo, per via del mio aspetto. È come se non riuscissero a collocarmi in una categoria dettata dai classici stereotipi. Questo sguardo sociale condiziona profondamente le famiglie nella trasmissione della lingua. Interiorizzano inferiorità, e quando parlano in pubblico, vengono spesso considerati ‘stranieri’ che non sono in grado di ‘integrarsi’ e apprendere la lingua ufficiale del paese in cui vivono. E quando il proprio aspetto invece richiama la diversità, parlare la lingua del luogo con i propri figli diventa un modo per ‘dimostrare’ che si è integrati, ed è anche questo uno dei fattori che ostacolano la trasmissione della lingua, e quindi in parte della cultura.
Se la mia presenza e la mia lingua vengono percepite come una minaccia, è davvero un peso enorme. In molte situazioni riesci a continuare a parlare la tua lingua solo se hai ‘spalle larghe’, orgoglio delle tue origini e autostima. Se sei in una situazione di insicurezza economica o sociale, spesso è molto difficile. Non parlare la propria lingua in pubblico è una scelta spesso presa per proteggere i figli”.
Scuola: serve formazione sul multilinguismo
La scuola è uno dei luoghi dove si gioca la partita più delicata del multilinguismo. Se negli anni ’60 le lingue di minoranza venivano scoraggiate, inclusi i dialetti italiani regionali, oggi, in molti casi, sembra che la situazione non sia cambiata. “I genitori hanno paura che i figli ‘vadano male’ a scuola se parlano a casa la lingua dei propri genitori. È una pressione fortissima, che spesso arriva anche dagli insegnanti, o anche pediatri, che accusano i genitori di confondere i bambini e ritardare l’apprendimento. Purtroppo manca ancora una formazione adeguata sul multilinguismo.”
La scuola italiana tende a essere compensativa, colmando quella che è la presunta ‘mancanza’ dell’immigrato, invece di essere trasformativa, ovvero educare tutti alla convivenza in una società plurale.
Secondo Najwa, la scuola tende a separare le lingue invece di valorizzarle.
“Il rischio è che la scuola diventi un luogo di esclusione linguistica, invece che di apertura. Serve una formazione che aiuti insegnanti, educatori e dirigenti a riconoscere il valore delle lingue familiari. Non solo come strumenti di comunicazione, ma come risorse culturali e identitarie”.
Non tutti i Paesi affrontano il tema del multilinguismo familiare allo stesso modo. Si distingue, ad esempio, il caso della Finlandia, che propone a bambini e bambine sin dalla primaria un corso extrascolastico obbligatorio di tre ore a settimana dedicato alla lingua e cultura d’origine. Mantenere la lingua d’origine, infatti, è risultato essere importante anche per la riuscita scolastica. Un modello virtuoso ma non privo di criticità.
“Sicuramente è una bella iniziativa, e la Finlandia è sempre all’avanguardia dal punto di vista educativo, però torniamo al problema dello status delle lingue: il rischio è che vengano escluse le lingue meno comuni, meno prestigiose. Non è sempre necessario un programma istituzionale: l’interazione quotidiana è molto più potente, è lì che si costruisce l’identità linguistica”.
Intercultura vs integrazione: parole e stereotipi
Parlare di multilinguismo a scuola, e non solo, significa anche parlare di bambini e bambine, ragazze e ragazzi che vivono tra più mondi e che spesso vengono incasellati in definizioni che non li rappresentano.
“Questo è uno dei motivi per cui ho scelto di non usare più il termine ‘integrazione’. È una parola che porta con sé un’idea di potere eurocentrico: quella di una persona da ‘completare’, da spogliare delle sue parti per essere accettata, imponendo il modello dominante. Al contrario, l’interculturalità valorizza il contatto tra culture come scambio reciproco, non è una sottrazione o rinuncia.
Se la scuola vedesse la lingua e la cultura che il bambino porta come una ricchezza, ne beneficerebbero tutti. Invece l’approccio nei confronti di uno studente appena arrivato che non conosce l’italiano è spesso quello di frequentare corsi di italiano L2 fuori dalla classe. Alcune materie potrebbero essere inizialmente svolte nella propria lingua, incentivando l’apprendimento dell’italiano in contesti relazionali e pratici, anche esterni alla scuola. Questo approccio non solo favorirebbe l’apprendimento, ma ridurrebbe il rischio di problematiche psicologiche legate all’esperienza migratoria e successivamente alla crisi di identità”.
Non solo ‘integrazione’, quando trattiamo l’esperienza migratoria e linguistica ci sono anche altri termini che dovrebbero essere riconsiderati.
“Ad esempio, invece di ‘lingua madre’ sarebbe più corretto parlare di lingua primaria, nei contesti familiari in cui si parla più di una lingua. La lingua primaria non è per forza sempre la stessa nel corso della vita. Per la figlia o il figlio di una famiglia di origini altre, da piccoli la lingua primaria può essere quella parlata dai genitori, ma successivamente può diventare quella della società.
Questi bambini vengono identificati in letteratura come ‘Third Culture Kids’. Personalmente preferisco il termine più ampio ‘Cross Cultural Kids’ o ‘Bridging Kids’. Dire ‘terza cultura’ infatti significa supporre che non appartieni a nessuna delle due, né quella dei genitori, né quella della società: è come crearsi una propria cultura, perdendo il diritto di appartenenza alle altre, e questo, in adolescenza, può generare crisi identitarie. È dentro ogni cultura e le sue intersezioni che fiorisce la propria appartenenza plurale, e qualsiasi sia il modo di appartenere, è valido”.
Se scuola e società iniziassero a mettere in discussione etichette e gerarchie linguistiche e culturali, si aprirebbe la possibilità di una comunicazione più autentica ed efficace, capace di creare nuovi spazi di dialogo, scambio e di una reale armonia multilingue e culturale.