L’influenza degli stereotipi di genere nel mondo della scienza

Come la cultura, la società e il periodo storico hanno fatto e continuano a fare la differenza. Un resconto dell’evento “Donne nella scienza”.

Da cinque anni Transiti collabora alla realizzazione di Donne nella Scienza, un evento organizzato e promosso da Oceanitalians, network di professionisti che operano nel mondo delle scienze del mare in Italia e all’estero, e il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’ambiente e delle Risorse dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Quest’anno Transiti ha contribuito all’iniziativa che, non a caso, viene realizzata nella data dell’8 marzo, la Giornata  Internazionale della Donna, un’occasione di riflessione critica e approfondimento culturale sul cammino dell’emancipazione femminile e sulle sfide ancora aperte. L’evento è stato costruito intorno al tema degli stereotipi di genere nel fare scienza e sono intervenuti Anna Pisterzi (presidente di Transiti), Emilio Balzano (Università degli Studi di Napoli Federico II), Silvia Fabbrocino (Università degli Studi di Napoli Federico II) e Veronica Coppolaro (CNR IAS di Genova), con la moderazione di Inès Borrione (Oceanitalians, Transiti), Daniela Flocco (Università di Napoli Federico II) e Gaia Tortorelli (I.C.A. Vivaldi, Padova). 

Ci sta a cuore sottolineare, inoltre, come ci si stia lentamente emancipando anche dalla visione binaria di sé come maschile o femminile, che non fa sentire rappresentate alcune minoranze nella scienza, come le persone non binarie, che non si identificano né in un sesso né nell’altro, o le persone trans.

Di seguito sono riportati alcune delle riflessioni emerse nell’intervento. 

Gli stereotipi di genere nei percorsi di istruzione e formazione

Gli stereotipi sono rappresentazioni mentali riguardanti la realtà che danno un’immagine precostituita di cosa potremmo trovarci di fronte. Scorciatoie in una realtà complessa che attribuiscono alcune caratteristiche generalizzandole ad un’intera categoria di persone, dando luogo a valutazioni o giudizi grossolani non sempre del tutto corretti. Queste rappresentazioni mentali riguardano spesso aspetti socio-culturali, ed essendo radicate in concezioni legate alla provenienza culturale o alla personalità sono poco frequentemente oggetto di critiche. 

Gli stereotipi di genere sono idee preconcette secondo cui a maschi e femmine sono attribuite caratteristiche e ruoli determinati e limitati dal genere loro assegnato in base al sesso. Numerosi studi mostrano come queste dinamiche emergano già a scuola sia in attitudini e comportamenti dei docenti nei confronti di studenti o studentesse che nei libri di testo, in cui spesso si ritrovano rappresentazioni di ruoli familiari o lavorativi che rafforzano gli stereotipi di genere impliciti.

Già nel 2010  il rapporto di Eurydice (Agenzia esecutiva per l’Istruzione, gli Audiovisivi e la Cultura), intitolato Differenze di genere nei risultati educativi, indica alcune priorità d’intervento riconoscendo che ruoli e stereotipi di genere si rilevano ancora persistenti a tutti i livelli educativi e in maniera diffusa in Europa. 

Il Parlamento Europeo, con la Risoluzione del 12 marzo 2013 «Eliminare gli stereotipi di genere nell’UE» afferma che i percorsi di istruzione e formazione continuano a veicolare stereotipi di genere, sottolineando come, nel processo di istruzione e formazione, ragazzi e ragazze non sono incoraggiati a sviluppare uguale interesse verso tutte le materie. La Risoluzione incoraggia ad includere nei programmi la formazione e la sensibilizzazione finalizzate a promuovere l’uguaglianza di genere.

Nonostante l’incremento del numero di donne attive nel campo della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica – per cui viene usato l’acronimo inglese STEM – registrato negli ultimi anni, gli uomini continuano ad essere molto più numerosi delle donne in questi campi, creando una diseguale distribuzione di genere in diversi settori formativi ed occupazionali. 

Da un recente studio condotto in alcune scuole secondarie di Napoli, emerge chiaramente come i ruoli di genere tradizionali e stereotipati persistano tuttora. D’altra parte, invece, un approccio ludico, cooperativo e collaborativo, con un clima positivo e ricco di feedback durante tutto il processo, nonché la possibilità di avere in classe facilitatrici che diventano modelli di ruolo positivi per la propria vita, possono stimolare il pensiero critico di studenti e studentesse da una prospettiva di genere. Come già evidenziato in un articolo su questo blog, le percezioni, spesso errate, di alcune norme sociali possono plasmare le convinzioni di ciò che è accettabile per le donne e contribuire alla disuguaglianza di genere,  con conseguenze concrete sul mercato del lavoro e sulle opportunità a disposizione. 

Role model e normalizzazione 

Secondo Anna Pisterzi, la scienza psicologica ci dice una cosa molto chiara: non stiamo parlando di attitudini naturali, ma di aspettative sociali che diventano normalità. Quando per anni vediamo più uomini in certi ruoli — nella scienza, nella tecnologia, nelle posizioni di potere — finiamo per confondere ciò che è stato storicamente frequente con ciò che riteniamo “naturale”. È così che nasce lo stereotipo: non da una prova oggettiva, ma da una ripetizione culturale nel tempo. Famiglia, scuola, media, linguaggio, modelli educativi: tutti questi contesti trasmettono messaggi, spesso impliciti, su chi “appartiene” a una disciplina e chi no. Lo stereotipo diventa una gabbia per entrambi i generi perché determina una visione semplice, parziale, binaria, nettamente separata che spinge le persone a stare in quelle regole non scritte. Anche quando ci sono politiche che cercano di promuovere una maggiore partecipazione femminile in alcuni ambiti, come ad esempio “le quote rosa”, solo il 4% delle donne presenti nei consigli di amministrazione riveste ruoli apicali.

I modelli di riferimento femminili (role model) nella costruzione dell’identità scientifica delle bambine e delle ragazze hanno un ruolo fondamentale, non solo perché “ispirano” ma perché rendono credibile l’appartenenza. Quando una ragazza vede una donna nella scienza, non vede soltanto qualcuno che ce l’ha fatta: vede una prova concreta che quello spazio può essere abitato anche da lei. I role model trasformano una possibilità astratta in un’identità pensabile. “Ma, attenzione”, ci ricorda la dottoressa Pisterzi, “non basta che ci siano! Devono essere anche visibili, accessibili, plurali. Se mostriamo solo figure eccezionali, lontane, quasi irraggiungibili, rischiamo di suscitare ammirazione, ma non identificazione. Invece le ragazze hanno bisogno di modelli che allarghino il repertorio, non che alzino ulteriormente l’asticella”. 

I modelli femminili aiutano anche a uscire dalla narrazione stereotipata della scienza come tecnica, competizione o genialità individuale. La scienza è anche collaborazione, impatto sociale, cura del mondo, risoluzione di problemi reali. I modelli di riferimento non servono solo a rappresentare le donne nella scienza, servono a cambiare l’idea stessa di chi può essere riconosciuto come soggetto scientifico.

Posso davvero fare quello che voglio?

Secondo l’esperienza di Veronica Coppolaro, fisica, appena dottorata presso l’Università di Manitoba in Canada, capobase della stazione di ricerca italiana in Artico “Dirigibile Italia”, rientrata in Italia dopo molti anni all’estero e ora tecnologa presso il CNR IAS a Genova, ci sono ancora moltissimi stereotipi di genere che vanno ad inficiare la leadership femminile in campo scientifico. La situazione non è però identica dappertutto, dipende dal paese in cui si opera; ad esempio, in Norvegia non si è mai sentita fuori luogo in quanto donna rispetto al ruolo apicale che rivestiva. Dalle sue esperienze di divulgazione con bambini e bambine emerge uno stereotipo chiaro della persona che fa scienza: è uomo ed anziano. La normalizzazione è la chiave, cioè il non sensazionalizzare alcune cose che le donne sanno fare o alcuni ruoli che le donne ricoprono. Se, infatti, si pensa ancora che questa sia una cosa eccezionale e non che chiunque possa fare ciò che interessa e appassiona al di là del genere in cui si riconosce, vuol dire che l’uguaglianza di genere non l’abbiamo ancora raggiunta. Secondo la dottoressa Coppolaro, che ricorda ancora con grandissima stima le poche professoresse di fisica nucleare che ha incontrato nel corso dei suoi studi e che erano riuscite ad emergere in un contesto prevalentemente maschile, “le ragazze possono fare quello che vogliono, non esiste un lavoro da donna o un lavoro da uomo…  se nel gruppo però ci sono uomini più grandi d’età che fanno fatica a riconoscere un ruolo di leadership ad una donna più giovane, allora sono necessari maggiore lavoro ed energia.” 

Gli stili nella didattica e nella ricerca scientifica: la necessità di un’integrazione

Secondo Emilio Balzano, che si occupa di ricerca in didattica della matematica e della fisica, con un interesse specifico allo studio del contesto culturale, la scienza moderna non si è sviluppata in modo neutro; è spesso legata alla ricerca militare e all’interno di un paradigma prevalentemente maschile, fondato sull’idea di dominio e controllo della natura. Con la rivoluzione scientifica, influenzata dalla visione di Francesco Bacone, la natura passa dall’essere concepita come organismo vivo a essere interpretata come macchina da analizzare, sfruttare e dominare. Questo cambiamento di prospettiva ha inciso profondamente non solo sull’evoluzione della ricerca scientifica, ma anche sulle modalità con cui la scienza è stata insegnata, trasmessa e culturalmente interiorizzata. Due aspetti, in particolare, tendono a distinguere la ricerca scientifica “al maschile”, rispetto alla ricerca scientifica “al femminile”: se nel mondo maschile prevalgono l’interesse per il controllo, la tecnologia e la performance, in quello femminile emergono con maggiore frequenza le dimensioni di cooperazione, cura, attenzione al limite e alla relazione. Questi apporti sono stati evidenziati dall’approccio femminista ed ecologista [1], all’interno del quale si colloca anche Elisabetta Donini fisica militante italiana, che pone l’accento sulla necessità di una scienza che non si pieghi solo alle dinamiche del capitalismo e del progresso senza limiti e scrupoli, ma che privilegi il principio di precauzione, il senso critico, la giustizia sociale, il godere della bellezza della natura, rispettando i suoi tempi e le sue regole. 

Secondo il professor Balzano, molte donne che hanno potere si comportano come uomini, pur di rivendicare quel loro ruolo. Dare pari opportunità vuol dire anche prendere in considerazione le differenze che esistono e che, spesso, derivano dagli stereotipi, considerandole un arricchimento. In alcuni progetti di ricerca europei insegnanti donne che pur rivendicavano il loro approccio progressista e femminista, videoriprese durante le loro lezioni, mostravano di avere implicitamente rapporti diversi nei confronti di ragazzi e ragazze; per esempio, in attività di laboratorio, se c’erano problemi tecnici, le insegnanti si rivolgevano prevalentemente ai maschi di quella classe.

Gli stereotipi agiscono in modo molto sottile e al di là di ciò che una persona può dichiarare perchè fanno parte della cultura, di come siamo stati cresciuti ed educati. Se esistono diversi stili di apprendimento e di ricerca scientifica, il docente stesso deve esplicitarli e valorizzarli, ad esempio creando occasioni di confronto e di cooperazione. In ogni caso, rimane il fatto molto grave che l’Italia, in particolare, sia molto arretrata dal punto di vista del superamento delle discriminazioni basate sul genere in campo scientifico, ad esempio rendendo molto difficoltoso alle donne il raggiungimento di ruoli apicali. 

Secondo Silvia Fabbrocino, ricercatrice e didatta di geologia applicata in campo idrogeologico, le ragazze vengono effettivamente indirizzate maggiormente verso le materie umanistiche, perché ci sarebbe la falsa convinzione di una più facile conciliazione tra l’ambito lavorativo e quello privato e domestico. In realtà, questa dinamica sembra più legata all’idea che la dimensione femminile sia più creativa: una nuova strategia didattica che porterebbe anche a governare con maggiore rispetto le risorse naturali è la frontiera del paradigma educativo STEAM, che consiste nell’integrare l’arte alle discipline scientifiche e tecnologiche. L’obiettivo di questo approccio è quello di fornire un’educazione più olistica ed equilibrata che integri conoscenze e competenze di diverse discipline promuovendo la  creatività, il pensiero critico e l’interdisciplinarietà. Secondo la studiosa, solo un simile approccio può far comprendere la complessità dei sistemi naturali e sociali e portare ad una nuova visione del futuro, che possa integrare dati multiscalari (che analizzano contemporaneamente diverse scale spaziali, temporali o di grandezza), multidata (che derivano dall’analisi combinata di informazioni provenienti da diverse fonti) e ambiente digitale. 

Complessità e autenticità: la necessità di superare la visione binaria

La psicologia si è interrogata su che cosa sia l’intelligenza, come si sviluppi e, quindi, che cosa debbano fare insegnanti ed educatori, valorizzando i diversi stili d’apprendimento. La cultura determina le aspettative e il comportamento: la mobilità che caratterizza la formazione e il lavoro in campo scientifico può aiutare a smascherare gli stereotipi di genere che agiscono su di noi e sulla realtà. Rispetto alla questione della normalizzazione, con le parole della dottoressa Pisterzi: “c’è ancora tanto da fare: è necessario il bilanciamento tra professioni maschili e  femminili. Lo stereotipo agisce su bambine e bambini restringendo l’immaginario delle possibilità. E’ un trend in evoluzione, c’è un movimento e un pensiero sulle STEM  – o meglio STEAM – ma il nostro paese, a livello di dati statistici e quindi di dati di realtà è un fanalino di coda. Esistono delle ‘correnti sotterranee’ che remano contro: quegli stereotipi sottili precedentemente nominati ben interiorizzati e che non si è consapevoli di mettere in atto, non sottoposti a pensiero critico.”

 

 

 [1] Altre studiose femministe poco note, ma che hanno portato interessanti riflessioni al tema sono: Carolyn Merchant, Eveline Fox Keller, Vandana Shiva e Arundhati Roy.