“Crescere Expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” nasce da un’importante ricerca realizzata da Eleonora Voltolina con il sostegno della Fondazione Migrantes, che ogni anno pubblica il Rapporto Italiani nel Mondo. Un lavoro lungo, costruito insieme a oltre 1.250 genitori italiani sparsi in numerosi Paesi, che raccontano cosa significa crescere figli lontano dall’Italia.
Il risultato è un manuale che unisce percentuali e narrazione, dati e storie, in un’analisi che prova a descrivere la qualità della vita nei Paesi di accoglienza e la complessità dell’esperienza expat, soprattutto quando in famiglia arrivano un figlio o una figlia e tutto cambia: la genitorialità si intreccia con la mobilità e l’espatrio smette di essere un progetto individuale per diventare un progetto familiare.
Un titolo che divide
“Crescere expat” fotografa, attraverso questionari, dati, racconti e interviste, la realtà delle famiglie italiane che vivono all’estero – perlopiù in Paesi simili all’Italia dal punto di vista economico e politico – esplorando ambiti come lavoro, salute, gravidanza, scuola, plurilinguismo, disabilità e reti sociali. Tuttavia, il titolo del libro può generare perplessità in alcuni: la parola expat divide, non tutti la sentono propria. “Molti genitori italiani all’estero non si definiscono così, soprattutto per via dei figli, i quali – specialmente se nati fuori Italia – non si riconoscono in questa etichetta”, ricorda Eleonora Voltolina. “Crescono in un Paese che sentono anche loro, parlano la lingua locale, vivono un’appartenenza multipla che non coincide con la definizione tradizionale di ‘italiano all’estero’. Per non parlare di chi ha un partner straniero. Ma abbiamo voluto sacrificare un po’ di accuratezza per abbracciare l’immediatezza. Il titolo non vuole incasellare, ma aprire un dibattito: cosa significa crescere in un altrove, con un bagaglio culturale che spesso si intreccia, e a volte si scontra, con quello del Paese ospitante? Avere figli può essere un motivo per partire o per restare?”. Un’idea che nasce proprio da questa tensione: l’identità non è mai una sola, e l’esperienza expat non è mai lineare.
Non un freno, ma una spinta

Uno dei risultati più sorprendenti della ricerca riguarda la decisione di partire dopo essere diventati genitori. Il 77,5% degli intervistati afferma che avere un figlio ha influito nella riflessione sulla scelta, e per la grande maggioranza il fatto di essere già genitori ha avuto un peso positivo, cioè ha rappresentato un motivo in più per espatriare. Solo per un 20% è stato un freno.
“Anche io, come molti, pensavo che un figlio fosse un’ancora verso l’Italia. Invece, per quattro genitori su cinque, è stato un motivo in più per partire. Molte famiglie italiane percepiscono maggiori opportunità per i figli all’estero, una qualità della vita più equilibrata, servizi più accessibili, un welfare più presente”.
Questo dato ribalta un immaginario radicato: l’idea che la genitorialità renda più difficile muoversi, che l’espatrio rappresenti uno sradicamento soprattutto per i più piccoli, e che tutto si complichi con l’aumentare dell’età dei figli.
Il connubio figli-espatrio, quindi, funziona anche per gli italiani: rappresenta una delle spinte verso un altrove percepito come più accogliente.
Un’altra questione, con presupposti simili, riguarda chi non parte con i figli dall’Italia ma crea una famiglia all’estero. Un’esperienza diversa che, come sottolinea nella prefazione Maria Chiara Prodi – segretaria generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – tiene conto del fatto che a un certo punto “ciò che andava bene per noi non va più bene per i nostri figli”.
Una fotografia eterogenea
Il panorama è complesso, così come la diversità delle esperienze delle persone che hanno partecipato alla ricerca.
Tenere insieme dati aggregati ed esperienze personali non è facile: “In questo lavoro non abbiamo selezionato né scelto un preciso modello di famiglia, ma la rappresentanza è molto eterogenea: coppie italiane, coppie miste, persone con partner stranieri locali o di altre nazionalità, genitori separati o single, famiglie LGBT+. Senza imporre criteri di selezione, ho lasciato che fossero le persone a raccontarsi. Il risultato è una fotografia ampia, sfaccettata, che mostra come ogni genitore italiano all’estero sia diverso e come l’esperienza expat non sia mai omogenea. Ci sono persone che vivono in grandi metropoli e altre in piccoli centri rurali; chi si è trasferito per lavoro e chi per amore; chi ha trovato una comunità accogliente e chi ha dovuto ricostruire tutto da zero”. La varietà non è un dettaglio: è la sostanza del fenomeno, e ogni esperienza è unica.
Fare figli all’estero: più facile che in Italia?
La questione apre un confronto interessante, perché i dati raccolti mostrano una tendenza chiara: per molti italiani crescere figli all’estero è più semplice.
Attenzione però, questo non significa che si migri per avere figli all’estero. Si parte con i figli alla ricerca di nuove opportunità, oppure si decide di fare famiglia in un Paese in cui l’esperienza di espatrio è già avviata. Una volta all’estero, però, il confronto con l’Italia diventa inevitabile.
“È un segnale evidente della carenza italiana nelle politiche familiari” conferma Eleonora Voltolina. “I Paesi più citati come più favorevoli alla genitorialità sono Germania, Francia, Spagna per il super congedo di paternità. Ciò che conta è la combinazione di servizi, cultura, parità di genere, opportunità lavorative, qualità del sistema sanitario, mobilità e sicurezza”.
Molti genitori parlano di ecosistemi “bimbi‑friendly”, dove la presenza dei bambini è prevista, accolta, integrata nella vita sociale.
Oltre ai servizi, uno dei pilastri fondamentali è interno alla famiglia: la parità dei ruoli di genere, che spesso trova terreno più fertile in contesti culturali diversi da quello italiano.

Ruoli di genere e carico mentale
Molti genitori intervistati raccontano come l’espatrio abbia modificato la divisione dei ruoli all’interno della coppia.
“Ricordo una mamma napoletana che vive a Vienna e descrive la differenza tra la cultura italiana e quella austriaca nella gestione e divisione della cura tra padre e madre; oppure un papà genovese, che vive sulla costa Ovest degli Stati Uniti, che riflette su come la sua generazione condivida più equamente le attività rispetto ai propri genitori. Il questionario chiedeva ai partecipanti di valutare attività stereotipicamente considerate ‘femminili’ – come portare i figli dal pediatra, preparare i pasti, mettere a nanna i bambini – e di confrontare quanto spesso fossero “normalmente” svolte dagli uomini in Italia e nel paese d’arrivo. Il risultato è stato netto: in molti Paesi europei, una divisione più equilibrata è vista come la normalità”.
Tuttavia, l’espatrio non è una garanzia. Gli equilibri migliorano se il contesto sostiene la parità; al contrario, possono peggiorare quando uno dei due genitori fatica ad adattarsi o quando la rete sociale è fragile. Anche il carico mentale, spesso invisibile, a volte può cambiare forma ma non scompare.
Cosa rende un Paese davvero adatto alle famiglie
La ricerca individua una serie di elementi che rendono un luogo o una città attrattivi per le famiglie: stabilità economica, multiculturalismo, opportunità per i giovani, qualità delle infrastrutture, mobilità, sistema sanitario e sicurezza.
Sono fattori condivisi da più della metà degli intervistati, e mostrano come la valutazione di un luogo sia sempre complessa, e tenga insieme bisogni materiali e desideri di futuro.
Gli aspetti negativi, invece, variano molto. “A differenza dei punti di forza, i fattori indicati come negativi sono più legati all’esperienza personale; non ne abbiamo di preponderanti. Dipendono dal luogo specifico, dal sistema sanitario locale, dalla qualità della vita quotidiana. Il fatto che il clima torni spesso significa che pesa nel lungo periodo, ma viene citato soprattutto quando non esistono altre problematiche rilevanti”.
E la solitudine? “Non mancano coloro che faticano a costruire reti sociali, ma la maggior parte degli intervistati si dice ben integrata: quasi la metà ha un partner locale, e questo facilita l’integrazione. Costruire reti di supporto e far fronte alla solitudine è un tema ricorrente anche in Italia, quindi non è legato solo all’espatrio. All’estero, la chiave è imparare la lingua e accettare che le amicizie ‘tardive’ possano essere preziose quanto quelle di lunga data“.
La lingua in particolare è il vero discrimine: senza lingua non c’è integrazione, e senza integrazione non c’è rete.
Tornare in Italia: una nuova ricerca per capire cosa succede dopo l’espatrio
Crescere tra più mondi è un’esperienza bellissima che può anche terminare, per i motivi più diversi. Il libro dedica un capitolo ai nonni, ai legami a distanza, alle videochiamate che sostituiscono le visite, alle identità che si costruiscono tra più paesi. Quando ci si stabilisce all’estero, non sempre è facile compiere il percorso inverso. Ancor meno se si ha famiglia: contemperare le esigenze proprie, del partner e dei figli – lavorative, scolastiche, economiche, sociali, affettive – rende complessi i progetti di rientro. E anche se la maggior parte dei genitori expat non desidera rientrare, o comunque non lo farebbe nel breve periodo, una minoranza esiste.
Dopo “Crescere expat”, Eleonora Voltolina ha appena avviato una nuova ricerca dedicata alle famiglie che sono rientrate in Italia dopo un periodo all’estero. L’obiettivo è comprendere le ragioni del rientro, il funzionamento delle agevolazioni fiscali, le difficoltà incontrate nel reinserimento e la capacità dell’Italia di sostenere chi torna. Un tassello fondamentale per leggere la mobilità italiana contemporanea: non solo di chi parte, ma anche di chi rientra. Un progetto che permette di continuare a raccontare l’espatrio non come un movimento geografico unidirezionale, ma come un cambiamento profondo che attraversa la genitorialità, le relazioni, la cultura e il modo di immaginare il futuro.