Donne in transito: gruppi per madri migranti, per ritrovarsi nei dettagli di altre vite

Donne in Transito, progetto ideato e realizzato da Transiti con il sostegno del Fondo Beneficenza di Intesa San Paolo, ha offerto uno spazio gratuito di incontro e scambio per donne che vivono la maternità all’estero: un’esperienza di sostegno e supporto in una fase di molteplici cambiamenti.

Trasferirsi all’estero e diventare genitore sono due cambiamenti fondativi nelle traiettorie di vita: passaggi che determinano un prima e un dopo, che richiedono tempo di adattamento e aggiustamento, ridefinizione di confini interiori e di ruoli sociali. Quando queste due esperienze si mescolano, e si diventa genitore in un paese straniero, dove si vive da tanto o poco tempo, più o meno lontano dal paese d’origine, il cambiamento si amplifica. Le identità da rinegoziare si moltiplicano, si porta avanti un costante lavoro di integrazione e equilibrio tra linguaggi, punti di riferimento culturali e sociali, si ridefinisce il rapporto con le proprie origini, lingua, tradizioni.

In questa condizione di doppi transiti, poter abitare uno spazio collettivo di confronto e ascolto privo di giudizio promuove il benessere psicologico, attiva risorse interne e sostiene lo sviluppo di un approccio alla maternità aperto e positivo, in cui l’integrazione tra più culture sembra possibile, e può diventare ricchezza e risorsa. Facilitare un dialogo tra donne che vivono l’esperienza di maternità in contesti anche estremamente differenti, promuove una prospettiva di migrazione come fenomeno circolare, che coinvolge l’intera umanità, permette di osservare la propria traiettoria migratoria da nuovi punti di vista.

I gruppi online

Tra aprile e maggio 2026 si sono svolti gli otto incontri online del progetto Donne in Transito, articolati in due gruppi paralleli: lunedì in pausa pranzo e giovedì sera (che per alcune, causa fuso orario, era pausa pranzo), per quattro incontri da due ore per ciascun gruppo.

Ai gruppi hanno partecipato quattordici donne: donne italiane che vivono negli Stati Uniti, Francia, Germania, Austria, Irlanda del Nord, Spagna, e donne dalla Nigeria, Romania, Perù, Irlanda che vivono in Italia. Tutte sono diventate madri, o lo diventeranno, in un posto diverso da quello in cui sono nate, in un posto diverso da quello in cui si immaginavano di diventare madri. In queste traiettorie migratorie l’Italia è sia Paese d’origine sia Paese d’arrivo, sia posto da cui andare via per cercare condizioni di vita migliori, nel senso più ampio che questa affermazione può avere, sia il posto dove andare a cercarle.  

I gruppi hanno avuto la forma di un confronto facilitato, con domande, spunti di riflessione, attività narrative e molto spazio lasciato alle condivisioni, riflessioni e silenzi delle partecipanti.

Le attività narrative per “aprire finestre su altre storie”

Nel corso degli incontri ci siamo raccontate dei nostri nomi e da quali regioni e storie familiari arrivano: sono comparse tra i riquadri di Zoom nonne, sante, soprannomi, liste tra cui scegliere, suoni musicali. Ci siamo raccontate dei nomi scelti per i figli, e sono comparse valutazioni su quanto fossero pronunciabili in tedesco, in francese, in italiano, nomi per connettere alle origini o nomi nella lingua del luogo di nascita, soprannomi che nascono dalla pronuncia imprecisa di un padre che parla un’altra lingua, tradizioni a cui adattarsi rispetto allo svelamento del nome a parenti e sconosciuti.

E’ stato rassicurante per tante ritrovarsi nei racconti, rispecchiarsi nelle parole di donne sconosciute e distanti. Le attività narrative hanno questo potere, “aprono delle finestre sulle storie delle altre”, ti catapultano nei dettagli di altre vite. Permettono di guardare alle proprie esperienze con gli occhi di altre persone, e i dettagli, le cose piccole importanti per altre diventano spunti per riflessioni di ampio respiro. Ci racconti di un momento in cui ti sei sentita orgogliosa? Ci racconti di un oggetto che è venuto con te in tutti i tuoi transiti?

Il racconto di un bambino che mangia un cubetto di mozzarella del Tesco, nota catena di supermercati britannici, apre un mondo di riflessioni: facendolo crescere qui, lo sto privando di bellezza? Dei sapori della mia infanzia, delle tavolate con la nonna? Davvero questi saranno i sapori della sua infanzia? Una bambina che supera con ottimi voti un test di tedesco fa domandare: ma quanto si sentirà italianà? Si sentirà italiana? Come sarà il suo rapporto con questa identità multipla, multilingue, multipaese? Ho spezzato delle catene di tradizioni?

Bienveillance e privilegi

I confini tra le esperienze di transito sono sfumati: spostamento del corpo e della mente, di ruoli, di riconoscimenti. Ascoltandole raccontare, con velocità si passava dal pratico all’astratto, dall’orgoglio alla preoccupazione, dall’affinità alla diversità, dalla nostalgia alla soddisfazione. Abbiamo esplorato vissuti che oscillavano continuamente dall’una all’altra esperienza, dell’essere madri, dell’essere migranti: la sensazione di angoscia mentre tutti intorno ti dicono “sei fortunata” , “goditi questo momento in cui è tutto nuovo”; uno smisurato desiderio di scoperta; forme inaspettate di felicità; paura di non aver fatto la scelta giusta; ritmi personali di integrazione e aggiustamento che non corrispondono ai ritmi richiesti dalla società; stanchezza alla fine di giornate in cui tutto è poco comprensibile; solitudine; sensazione di brancolare nel buio.

Abbiamo parlato di welfare, sistemi sociali di supporto alle famiglie, congedi paritari e giudizio sociale per chi rientra a lavoro troppo presto e per chi rientra troppo tardi; la necessità di reinventarsi dopo la maternità; condividere sul posto di lavoro la propria esperienza e avvicinarsi così alle colleghe, o tenerla per sé, per timore di conseguenze e svalutazione. Abbiamo parlato della distanza dei nonni, e di sistemi che non danno per scontato la loro vicinanza e disponibilità a prendersi cura dei nipoti. Abbiamo ascoltato descrizioni di città inospitali per bambini dopo il tramonto, e della sensazione di essere vista, di essere integrata, solo adesso con un figlio nato qui.

Si è sentita la forza di un gruppo che non avrebbe potuto essere un gruppo se non nella stanza di Zoom. Si è sentita nella capacità, di chi ha partecipato sempre, di accogliere chi è passata una volta sola, chi si poteva connettere solo per una parte. Si è sentita nella disponibilità a lasciarsi spostare dalle parole, o dai silenzi, di chi ha una storia diversa, di chi non ha i privilegi di un passaporto potente, di chi fatica a cogliere il nostro filosofeggiare in italiano sull’identità, e tuttavia ha, incontrovertibilmente, dei tratti di storia identica a quella delle altre. 

Alcune persone hanno chiesto via mail se potevano partecipare, se la loro esperienza fosse “abbastanza materna” per entrare nelle maglie di questo gruppo, che per scelta aveva le maglie più ampie possibili: donne in attesa del primo figlio, donne che vivono con i figli del compagno.

Sono comparsi nei riquadri di Zoom diversi bambini allattati, in braccio, o appena fuori dalla videocamera, a mostrare la loro corporea presenza mentre si parlava di loro, si condividevano riflessioni sui loro futuri, sulle loro identità. Altri bambini erano nominati, descritti e raccontati dalle donne che si connettevano dall’ufficio, o da “una stanza tutta per sé”. E’ stato un gruppo di bienveillance, parola francese che ci è stata consegnata, difficile da tradurre in italiano, che comprende il bene, l’assenza di giudizio e l’accompagnare.

Abbiamo provato a entrare in contatto, ascoltando le storie delle altre, più che pensando alla propria, con la ricchezza di queste storie in movimento, di cui i figli si approprieranno e sarà bello raccontarle, quando risponderanno a domande sulle loro origini.

Ci siamo concesse lo spazio collettivo del dubbio, come cura di sé e del proprio benessere psicologico in questo periodo di cambiamento: due ore alla settimana per raccontare e ascoltare, ben consapevoli che è un privilegio poterlo fare.