Lavorare in Regno Unito dopo Brexit: due sguardi italiani sullo stesso fenomeno

Cosa è cambiato dopo Brexit per chi lavora o desidera trasferirsi in Regno Unito? Perché è importante parlare ancora di Brexit, del suo impatto sul mercato del lavoro e dei suoi riverberi sul benessere psicologico

Il 1° febbraio 2020 è entrato in vigore l’accordo di recesso tra Regno Unito ed Unione Europea, portando a conclusione il processo di uscita del Regno Unito noto come “Brexit”. 

C’è un’altra data, però, che ha deciso i destini di molti: il 31 dicembre 2020, giorno entro il quale le persone italiane residenti in UK per un periodo di tempo uguale o superiore ai 5 anni continuativi hanno potuto registrarsi all’EU Settlement Scheme (EUSS) per regolarizzare la propria posizione e poter continuare a vivere nel Paese. 

Due voci italiane: Alberto (pseudonimo), professionista finanziario che lavora in ambito corporate, e Giusy Masiello, board director della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito – Italchamind) raccontano, ciascuno dalla propria prospettiva e a distanza di 6 anni dall’entrata in vigore di Brexit, i cambiamenti nel panorama lavorativo e i suoi riverberi sul piano psicologico. 

Cambiamenti di scenario post-Brexit

Lo scenario post-Brexit, nelle sue opportunità e difficoltà, può assumere colori diversi a seconda dell’angolazione da cui lo si osserva: traiettoria personale di espatrio, ruolo e ambito lavorativo fanno la differenza. Alberto e Giusy Masiello rappresentano, ciascuno con il proprio vissuto del fenomeno, queste sfumature. 

Alberto lascia l’Italia per completare il ciclo di studi in diversi paesi dell’Unione Europa. Dopo l’Olanda, decide di “cambiare aria”: considera il rientro in Italia ma, a parità di posizione lavorativa, il suo stipendio risulterebbe più che dimezzato, e anche con un bonus rimpatrio non rientrerebbe in pari. 

L’offerta vincente è stata Londra. Il salario è stato una componente, ma a orientarmi verso il Regno Unito sono state, principalmente, le prospettive di carriera. Nel 2021 Londra era ancora Londra, per come l’abbiamo sempre dipinta: non c’erano altre città in Europa nel settore finanziario allo stesso livello”, racconta Alberto. Trasferirsi “Era ancora relativamente semplice. Occorreva trovare lavoro dall’estero, il datore doveva sponsorizzarti, tu dovevi occuparti di pagare il visto. Una volta stabilito lì, c’era anche una certa agilità nel cambiare lavoro”. 

Cosa è cambiato ora? “Dopo Brexit, e ancora di più nell’ultimo anno e mezzo, le regole per trasferirsi in Regno Unito sono diventate più stringenti e complesse. Il numero di licenze disponibili per le assunzioni è stato ridotto, i costi della sponsorizzazione a carico del datore di lavoro e quelli che il singolo deve sostenere sono aumentati. Io lavoro in un’azienda in cui il rapporto è molto umano, ma so di altre persone italiane che lavorano in condizioni molto meno favorevoli. Ormai ci si può trasferire in Regno Unito solo se si ha già un visto prima della partenza. Oggi il licenziamento comporta l’abbandono del Paese, significa rimpatriare. Per cui, si crea una forma di ricatto con il datore di lavoro”.

Alberto fa riferimento a un sistema che consente il trasferimento solo ad alcune condizioni: un’offerta di lavoro da parte di uno sponsor autorizzato, un certo livello di conoscenza della lingua inglese, il raggiungimento di una specifica soglia salariale. I tipi di visto che concedono il diritto di trasferirsi nel Regno Unito sono quello lavorativo (Skilled Worker Visa, per figure qualificate), per studio (Student Visa), per ricongiungimenti familiari e per altre situazioni specifiche (per esempio, Global Talent Visa, Graduate Visa, Health and Care Worker Visa). Attenzione, però: il visto non corrisponde all’Indefinite Leave to Remain (ILR), o Settled Status, ovvero il diritto di rimanere in maniera permanente, che è concesso solo dopo aver risieduto legalmente in UK per un periodo continuativo che soddisfi certi requisiti. 

Insomma, lo stereotipo del o della giovane che parte all’avventura, inizia a lavorare nel settore dell’hospitality (industria dell’accoglienza e della ristorazione), magari in uno dei tanti pub londinesi, e poi si ferma a vivere in Regno Unito, non è più così reale. 

Giusy Masiello, nel suo ruolo di board director, lavora alla visione strategica dell’Italian Chamber of Commerce and Industry for the UK: “Ho un ruolo istituzionale di visione concreta rispetto ai bisogni di chi fa impresa tra Italia e Regno Unito. La Camera di Commercio facilita l’ingresso nel mercato britannico alle imprese italiane e aiuta quelle che sono già inserite ad espandersi. Siamo una sorta di ponte tra i mercati dei due Paesi”, racconta. Nella sua esperienza, Brexit ha avuto un impatto più forte sui singoli professionisti rispetto alle aziende: “Il Regno Unito rimane una delle nazioni più ambite per fare impresa. Per esempio, continua a essere ancora poco burocratica fiscalmente. Non c’è un reale scoraggiamento, a mio parere. Chiaramente, però, dipende dalle dimensioni delle aziende, che post-Brexit devono sicuramente sostenere costi maggiori e fare i conti con i cambiamenti delle condizioni dei visti. L’hospitality ne ha risentito moltissimo, è il settore d’impresa più danneggiato, poiché sono cambiati i criteri di ammissione dei lavoratori di questa categoria. Il sistema degli stipendi e i costi per il mantenimento del personale proveniente dall’estero sono maggiori. Insomma, si può contare solo sul personale già presente localmente”. 

L’impatto di Brexit sulla comunità italiana in Regno Unito 

Nonostante la visione più ottimista, anche Masiello sottolinea gli aspetti di incertezza: “C’è stato un forte impatto non solo dal punto di vista pratico, ma anche in termini emotivi: precarietà, necessità di rivedere i piani, ridefinire il proprio senso di appartenenza al Paese e alla comunità. Ne è scaturita anche, però, una maggiore consapevolezza: per trasferirsi oggi in Regno Unito non si può più improvvisare”.   

Nel “macro”, Brexit ha contribuito a movimenti di rientro in Italia: “C’è stata un’ondata di rimpatri, dovuti a una somma di problematiche non solo professionali ma anche affettive e di riorganizzazione familiare. Per esempio, i ricongiungimenti non sono più così semplici. La pandemia non ha certamente facilitato”, dice Masiello. Anche l’ottenimento della doppia cittadinanza italo-britannica ne ha risentito. 

Alberto racconta di una comunità italiana in riduzione per diverse ragioni: “Molti italiani che erano in Regno Unito sono rientrati in Italia o hanno trovato lavoro nel continente, per esempio in Polonia e Olanda. Nei cambiamenti delle dinamiche professionali c’è da considerare che i costi della Visa (il visto, ndr) sono molto aumentati, soprattutto a Londra. Il resto dell’Europa, quindi, diventa più appetibile; gli investimenti in UK sono diminuiti, e ci sono più professionisti, non solo italiani, che escono dal Paese rispetto a quelli che vi fanno ingresso”. Ma non è tutto ascrivibile alle condizioni economiche, sottolinea: “C’è poi un fattore demografico da considerare: la popolazione italiana in UK è di lunga data. Buona parte sono pensionati e, spesso, quando si invecchia, si rimpatria. C’è, comprensibilmente, paura della solitudine. Inoltre, le condizioni climatiche scoraggiano la permanenza. Al contempo, il flusso di giovani è diminuito: oltre ai molti che arrivavano per lavorare in hospitality e poi progredire nella loro carriera, anche coloro che si spostavano per motivi di studio si sono ridotti; se non hai la cittadinanza britannica, i costi universitari sono diventati proibitivi”. 

E così, racconta Alberto, “La comunità italiana tende a chiudersi. Ne risente la dinamica umana, è difficile incontrare nuove persone. Si resta chiusi nel proprio piccolo cerchio. E’ triste, a mio parere, perché UK e Italia si completano bene dal punto di vista professionale e culturale, e questa dinamica si sta rompendo. Il crescente risentimento nella popolazione locale fa prosperare la destra estrema, rendendo gli inglesi non necessariamente antagonisti ma diffidenti verso chi è immigrato, anche dall’Unione Europea”.

La ferita di Brexit non si limita a dividere unicamente persone britanniche e non: secondo Alberto, c’è una frattura anche all’interno della stessa comunità italiana. “Chi ha l’EU Settlement Scheme ha vissuto una trasformazione del Paese post-Brexit da insider, per cui non può percepire molte difficoltà derivanti dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Attualmente, il Governo sta cambiando le regole per i permessi di soggiorno permanente, passando da 5 a 10 anni di residenza legale nel Paese per ottenerli. Aumentano i costi di sponsorizzazione, visti, permesso di residenza, l’Immigration Health Surcharge (ndr: l’imposta a carico degli immigrati per ottenere il visto, attraverso cui si paga in anticipo il costo della sanità pubblica): se sei ricco, hai più possibilità e i tempi si accorciano. Ci sono paradossi ingiusti, che infastidiscono. Ma nonostante io viva qui da anni, non posso votare per cambiare le cose”. 

Brexit e vissuti individuali

Le parole di Alberto suggeriscono che Brexit non è una questione chiusa, e vale la pena parlarne ancora. Infatti, anche nel “micro”, sul piano individuale, ci sono effetti. 

Il rapporto psicologico tra il Paese e te stesso, tra Stato e cittadino, cambia: ti percepisci come un pollo da spennare, che deve guadagnare tanto per restare, pagare per avere il privilegio di pagare tasse. Per chi viene da un contesto culturalmente molto distante è ancora più complesso: ti percepisci come un corpo estraneo da sfruttare. Onestamente, con tutti questi sassolini nelle scarpe, è comprensibile che venga meno la voglia di integrarsi”, racconta Alberto. 

È questa incomunicabilità rispetto a un’esperienza diversa, secondo lui, uno degli elementi che stanno alla base della “frattura” all’interno della comunità italiana: “Gli italiani e le italiane che conosco e che sono qui con un visto hanno un rapporto con l’Inghilterra di tipo transazionale, mentre chi è arrivato prima di Brexit ha instaurato una relazione emotiva di appartenenza. Si creano, allora, due sottocomunità italiane, e si ha la percezione che esistano dei cerchi che possono sovrapporsi, oppure no. Gli italiani con il visto hanno più vissuti in comune con persone nella stessa situazione che vengono da altri Paesi, UE o extra-UE. Il rapporto che noi italiani stiamo scoprendo con il Regno Unito è un rapporto che altre persone extra-UE avevano già prima. Ci si sente ‘italiani-stranieri’ qui”. D’altro canto, anche per alcune persone italiane che vivono da tempo in Regno Unito, da prima di Brexit, sentirsi dire, da un giorno all’altro, che quella che consideravi con certezza casa tua potrebbe non esserlo più genera un senso di ingiustizia, mancato riconoscimento e sconforto. 

Traiettorie d’espatrio ridisegnate da Brexit (?)

Oggi quindi, è più difficile arrivare e rimanere in Regno Unito. E per chi ha il diritto di fermarsi? 

Alberto dice che non si vede in UK per tutta la vita: “Vedo un Paese che è in una traiettoria discendente. Il mio settore sta migrando in Europa e lo farà completamente, per ragioni demografiche, nell’arco di 5-10 anni. Vorrei tornare in Italia ma non so quando. Al tempo stesso, vorrei restare qua perché, in qualche modo, Londra rimane comunque Londra. E’ un posto dove puoi veramente essere chi sei; è la città più cosmopolita del mondo, e questo a me piace molto. E’ un sistema che dal punto di vista burocratico e infrastrutturale funziona. Tutto scorre facilmente, a Londra c’è tutto, qualunque desiderio tu voglia soddisfare. Londra è bella. Ma c’è un clima per cui, di anno in anno, consideri se rimanere o meno”. 

Per Masiello, l’arrivo in Regno Unito ha rappresentato un percorso di rinascita: “Sono sempre stata orientata verso l’imprenditoria, ma in UK ho avuto possibilità che in Italia non c’erano e che mi hanno consentito libertà e indipendenza. 7 anni fa ho fondato Britaly SM & Partners, costruendo nel tempo un ecosistema di professionisti che include diverse figure e ruoli, per supportare le imprese in ogni fase dell’ingresso, dell’espansione e del consolidamento nel mercato britannico. Sono soddisfatta del mio percorso; nel mio ruolo posso aiutare i miei connazionali, supportando chi desidera fare impresa nel Regno Unito mettendolo nelle condizioni concrete per poterlo realizzare”.

Masiello approfondisce: “Ho avuto un arrivo ‘semplice’ perché pre-Brexit, ma le implicazioni personali di un espatrio non sono mai semplici. Penso che lasciare l’Italia non sia mai facile per nessun italiano: le radici, quando si staccano, sono sempre faticose”. E questo, in Transiti, lo sappiamo bene.

Ma ha ancora senso, quindi, trasferirsi in Regno Unito?

Secondo Alberto, “Dipende. Trasferirsi qui per fare che cosa? Se c’è un’alternativa valida in Europa, a malincuore penso che convenga rimanere lì, dove non si ha l’angoscia dei visti con delle regole che cambiano continuamente. Se ci si vuole trasferire in UK, è bene mettere in conto costi finanziari e personali elevati e interfacciarsi con uno Stato che non ti fa sentire voluto. C’è lo spettro della destra estrema: il clima fuori Londra è agghiacciante, ha vinto Brexit per una ragione. Per me Londra vale ancora la pena, anche se 10 anni per ‘sentirsi parte’, come nel mio caso, sono tanti”.

Masiello, dal suo vertice osservativo, è più fiduciosa: “In Regno Unito, se hai l’idea giusta e ti affidi ai professionisti giusti, è ancora possibile seguire il proprio desiderio. Però, non si può agire alla cieca. Vorrei che le persone non fossero scoraggiate: le opportunità ci sono ancora e sono concrete. Oggi assistiamo a una mobilità più selettiva, in cui le imprese che non sufficientemente strutturate faticano a sostenere la complessità del contesto post-Brexit. Da soli fare impresa non è più possibile, bisogna tendersi la mano. Le associazioni professionali fanno la differenza.”. 

Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente scopo informativo e non costituiscono consulenza legale o ufficiale. Le normative relative ai visti per il Regno Unito possono variare nel tempo e sono soggette a modifiche da parte delle autorità competenti. Si raccomanda pertanto di verificare sempre i requisiti aggiornati e le procedure ufficiali consultando direttamente i siti istituzionali del Governo del Regno Unito (https://www.gov.uk/browse/visas-immigration) o rivolgendosi a enti e professionisti qualificati. Transiti Psicologia d’Espatrio non si assume alcuna responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o aggiornamenti normativi successivi alla pubblicazione.