Per chi vive stabilmente all’estero, il rapporto con la sanità del paese ospitante è spesso uno dei terreni su cui ci si confronta con il proprio senso di appartenenza: capire come funziona, di cosa ci si può fidare, quali sono i propri diritti, richiede tempo, ed è anche il momento in cui più si avverte la distanza dal sistema con cui si è cresciuti. C’è però un ambito in cui questo confronto si fa ancora più netto: quello della genitorialità, in particolare del percorso che porta alla maternità, e di tutto ciò che la rende possibile. Fino a che punto un sistema sanitario pubblico è disposto ad accompagnare la costruzione di una famiglia, anche quando questa non corrisponde al modello tradizionale?
In Svezia il sistema sanitario nazionale non fa differenze tra chi ha un partner e chi no: chiunque ne abbia i requisiti può accedere alla PMA attraverso il servizio pubblico, pagando lo stesso ticket previsto per qualsiasi altra prestazione medica. In questo contesto si inserisce la storia di Karin, italiana che vive stabilmente in Svezia da 14 anni, arrivata come au pair e oggi traduttrice, e da pochi mesi mamma, single per scelta, della piccola Livia.
Un ticket sempre, un tetto di spesa, poi tutto gratis
In Svezia l’accesso alla sanità pubblica passa dal personnummer, il codice identificativo che si ottiene con la residenza – prima in forma temporanea, poi definitiva dopo un anno – e che serve tanto per curarsi quanto per le tasse. “Senza” spiega Karin “non si può entrare nel sistema”. Una volta dentro, il funzionamento si basa su un principio semplice: si paga sempre un ticket, un po’ più alto per lo specialista (circa 35 euro), ma esiste un tetto massimo di spesa annuo che equivale a circa 135 euro, superato il quale le prestazioni diventano gratuite fino alla fine dell’anno. “Non esiste la differenza tra pubblico e privato, sono tutti convenzionati. Nel mio caso, ho raggiunto il massimale per via di diverse visite effettuate, quindi parte del percorso di PMA è risultato gratuito”.
Per un disturbo comune, il primo riferimento è il medico di base: “Ci si rivolge al dottore o dottoressa di riferimento della propria zona di residenza: paghi un ticket simbolico, vieni visitato e indirizzato, se serve, da uno specialista. Il problema sono i tempi di attesa: difficilmente trovi un appuntamento prima di una settimana o due”. È anche per questo che, quando la situazione è urgente, ci si rivolge direttamente al pronto soccorso: “Se è una cosa urgente solitamente le persone non vanno dal medico di base, ma al pronto soccorso: ti dividono, come da noi, per gravità, e aspetti qualche ora. Saranno loro, eventualmente, a indirizzarti dallo specialista”.
Il primo impatto di Karin con la sanità svedese risale a molto prima della maternità: “Appena arrivata mi è arrivato lo screening per il pap test. Sono andata in ambulatorio e mi sono accorta che per entrare dovevo togliermi le scarpe: nel nostro paese risulterebbe strano, ma qui è una regola che non si applica solo alle case private, le scarpe si tolgono anche negli studi medici”, racconta ricordando anche un episodio più serio, una trombosi diagnosticata rapidamente al pronto soccorso.
L’attenzione che non ti aspetti
Ciò che colpisce di più Karin, nel confronto con l’Italia, non è tanto l’organizzazione quanto l’atteggiamento con cui viene accolta: “La prima cosa che ti chiedono è come ti senti, cosa pensi che sia, se sei preoccupato. In Italia non ho trovato altrettanta umanità, né il tempo per potercisi dedicare. I miei familiari, quando sono stati al pronto soccorso, non si sono mai sentiti fare quella domanda”. Anche quando, in un’occasione, si è sentita poco ascoltata riguardo a un mal di testa persistente. “Forse la prima volta non avevo trovato la persona giusta o probabilmente per alcuni disturbi che sembrano comuni si tende, come altrove, a minimizzare. Per fortuna subito dopo ho trovato medici disponibili ad approfondire, che mi hanno indirizzata da un neurologo che mi ha fatto la diagnosi corretta”. Eppure, nonostante le attese e il numero di pazienti da gestire, Karin non ricorda di essersi mai sentita “un numero” all’interno del sistema: “Anzi, è proprio il contrario: nonostante i centri medici siano pochi rispetto alla popolazione, e i tempi di attesa a volte lunghi, non ho mai avuto la sensazione di essere solo una pratica da smaltire”.
Diventare mamma sola, per scelta
Il cuore dell’esperienza di Karin con la sanità svedese riguarda però la maternità, arrivata attraverso la procreazione medicalmente assistita. “Sono single, e in Svezia questo non è un ostacolo: attraverso il servizio sanitario nazionale, pagando il ticket, hai accesso alla PMA”. Il percorso prevede uno screening ginecologico completo – noduli, riserva ovarica, salute dell’utero – a cui segue la richiesta al centro di fecondazione della zona.
A Karin viene attribuita una diagnosi di infertilità “per causa sociale”, cioè legata all’assenza di un partner: da lì, l’accesso a una lista di cliniche convenzionate e l’inizio del percorso vero e proprio, che prevede anche un passaggio dallo psicologo, obbligatorio per legge. “C’è una convenzione dei bambini che in Svezia è legge: ho l’obbligo di non tenere nascosto a Livia come è nata. Il bambino ha diritto a conoscere le proprie origini”, spiega, riferendosi anche all’abbinamento con un donatore anonimo i cui dati Livia potrà richiedere una volta adulta, ma non lei.
Karin racconta anche una delle particolarità del sistema svedese: “Ci sono pochi donatori di sperma, infatti lo Stato lo acquista dalla Danimarca, dove ce ne sono di più. In Svezia un donatore può generare al massimo dodici bambini in sei famiglie diverse”. Dopo tre tentativi di inseminazione, su un percorso che lo Stato copre fino a un certo numero di tentativi, Livia nasce.
Un ruolo importante, in questa fase, lo hanno avuto anche i centri per le famiglie, con gruppi di incontro dedicati specificamente alle mamme single: “Ne ho scelto uno che aveva un gruppo per mamme single: eravamo in sette. È una possibilità che in Svezia esiste da una decina d’anni; prima si andava in Danimarca”.
Il parto e i primi giorni
Il racconto del parto restituisce un modello di assistenza incentrato sull’accompagnamento più che sulla medicalizzazione: “In gravidanza non ho mai visto un ginecologo, solo ostetriche: il ginecologo interviene solo in caso di reale bisogno medico, se la gravidanza è fisiologica non è considerato necessario”. Livia nasce con una settimana di anticipo, e il ricovero è brevissimo: “Siamo rimaste una sola notte. Tendono a farti tornare a casa il prima possibile, una volta verificato che l’allattamento sia partito”.
L’assistenza, però, non si interrompe con la dimissione: “Il giorno dopo mi hanno telefonata per sapere come fosse andata la prima notte a casa. È venuta l’infermiera del centro pediatrico: hanno controllato peso e lunghezza di Livia, mi hanno spiegato le vaccinazioni e risposto ai miei dubbi, ma soprattutto mi hanno parlato anche del supporto psicologico e pratico a disposizione”.
Una famiglia pronta, senza saperlo
Se la Svezia le ha offerto un percorso strutturato, il pensiero più delicato per Karin riguardava la reazione della sua famiglia d’origine, in un piccolo paese in provincia di Rovigo: “Avevo paura di dirlo ai miei, non perché non fossero contenti, ma perché temevo si preoccupassero per le difficoltà pratiche ed economiche. Invece erano felicissimi”. Anche all’interno della cerchia di conoscenze, persisteva un piccolo timore che qualcuno o qualcuna avrebbe potuto mettere in dubbio la sua scelta: “Avevo paura che qualcuno mi chiedesse se ero sicura, se ce l’avrei fatta. Forse perché vengo da una realtà piccola, dove certi temi sono meno familiari. Ma è stato grazie ai miei genitori, che hanno anticipato la notizia dell’arrivo di Livia, questo non è avvenuto”. Ad aiutarla, forse, è stato anche il fatto che i suoi genitori avessero viaggiato molto: “Sanno che si può fare diversamente, che possiamo decidere di adottare nuove abitudini, che si distanziano dalla nostra cultura, se riteniamo possano essere migliori per noi e la nostra famiglia”.
La storia di Karin racconta, in fondo, cosa significhi essere accompagnate, e non solo curate, da un sistema sanitario che oggi affianca la richiesta di un figlio con la stessa naturalezza con cui gestisce un pap test, e che continua a esserci anche a casa, con una telefonata il giorno dopo il parto. Un modello che non cancella le difficoltà – liste d’attesa, carenza di donatori, a volte complessità burocratica – ma che ti colloca dentro una cornice di attenzione che, in particolare nel caso di una famiglia monogenitoriale, può fare la differenza.