Nel presente globalizzato, i percorsi di mobilità sono fortemente legati al lavoro: nulla di nuovo, ma sempre più vero. Traiettorie multiple e mobili all’interno delle (e tra le) carriere, così come sulle cartine geografiche, costituiscono disegni intricati che riverberano una spinta all’internazionalizzazione sempre più pronunciata.
E se la migrazione è spesso legata al percorso lavorativo, talvolta i movimenti migratori sono connessi al lavoro di qualcun altro. È il caso, per esempio, degli accompanying partners. Il loro è un fenomeno che accende i riflettori su chi si trasferisce all’estero “per qualcun altro”, che spinge a interrogarsi su dinamiche e ruoli relazionali e familiari e su come questi debbano spesso riorganizzarsi quando si atterra, insieme, in un nuovo contesto.
Da trailing spouses ad accompanying partners: un fenomeno in evoluzione
Trailing spouses, letteralmente “consorti trascinate”, è il termine in (lento) declino utilizzato originariamente per riferirsi a coloro che seguono il proprio partner in uno spostamento all’estero. L’utilizzo del maschile per riferirsi al partner che incarna il principale promotore del movimento d’espatrio e del femminile per indicare colei che, invece, viene “trainata” non è casuale. Al contrario, rispecchia con una certa accuratezza una specifica dinamica di relazione (e di potere) che è stata predominante per diverso tempo e che tuttora non è estinta. In questa visione di relazione, è il matrimonio a sancire la legittimità della coppia (“spouse” significa, infatti, “coniuge”), e l’espressione rimanda a una dimensione di passività e dipendenza che svilisce la figura femminile, segregando i generi in ruoli rigidamente stabiliti: è la partner “trainata” a spostarsi per seguire e per garantire vicinanza e continuità alla relazione.
Un’etichetta, quindi, che sembra definire i confini di una categoria socio demografica rigida, piuttosto che descrivere una dinamica viva e complessa come può essere quella interna a un progetto familiare o di coppia (e qual è, poi, la differenza tra le due?) in un processo di mobilità internazionale.
Oggi l’espressione trailing spouses è obsoleta e impropria. In primis, perché non rende giustizia alle modalità molteplici in cui si può stare insieme, coesistere all’interno di una relazione e di una famiglia, al di là del matrimonio, della monogamia e dell’eterosessualità, dei binarismi, degli stereotipi e dei ruoli di genere tradizionali.
Ma non è soltanto una questione relativa all’utilizzo di un linguaggio politically correct: il termine trailing spouses non è più rappresentativo della complessità del panorama migratorio attuale. Infatti, se il trend è ancora a maggioranza femminile, i numeri suggeriscono che gli accompanying partners uomini sono in aumento. Le trailing spouses di ieri sono diventate, quindi, gli/le accompanying expatriate partners di oggi, formula con cui si indica, indipendentemente dal genere, un qualunque membro della coppia che si trasferisce per via del lavoro del o della partner.
Migrare significa rinegoziare le proprie identità individuali e in relazione agli altri
Il fenomeno degli accompanying partners merita di essere maneggiato con cura perché può avere importanti implicazioni sul benessere individuale e familiare.
Le trasformazioni e le rinegoziazioni dell’identità individuale e sociale che accompagnano la migrazione rendono evidente l’entrata in campo di fattori psicologici. Chi migra non si ricolloca solo fisicamente: anche la sua mente si muove con i suoi processi, pensieri, emozioni. Quando il trasferimento avviene per accompagnare qualcun altro, è un po’ come se si mescolassero e rimpastassero i vissuti di tutte le persone che fanno parte del nucleo che si sposta.
Nell’esperienza di migrazione equilibri, ruoli, dinamiche e punti di riferimento subiscono delle grandi o piccole rivoluzioni, e tutti questi ingredienti vengono messi in discussione e rinegoziati alla luce del nuovo contesto socio-culturale. Questo impatta sul “nucleo espatriante” nel complesso (coppia, famiglia, etc.) oltre che su ciascun individuo coinvolto, ma potrebbe investire con ancora maggior forza l’accompanying partner. Per esempio, l’accompanying partner potrebbe fare esperienza di un’alterazione più marcata del rapporto lavoro-famiglia; il modo in cui la persona utilizza e fa esperienza soggettiva del proprio tempo può subire trasformazioni consistenti se immaginiamo, per esempio, qualcuno con un impiego full-time nel paese di origine, la cui occupazione principale diventa il lavoro di cura della casa e della famiglia in seguito allo spostamento. Contemporaneamente, per l’altro membro della coppia il tempo continua a essere scandito e strutturato dal lavoro.
“Lo faccio per te, lo faccio per noi… lo faccio per me?”
Quando ci si muove con l’intenzione di migliorare la qualità di vita della famiglia e/o per assecondare o supportare il progetto lavorativo del partner, può verificarsi una sovrapposizione di piani delicata.
Se compiere una scelta per seguire qualcun altro evoca in prima battuta pensieri di sacrificio, la ricerca conferma come l’esperienza dell’accompanying possa essere più sfaccettata e complessa rispetto a quella dell’altro partner. Ricostruire la propria routine quotidiana senza poter contare sulla struttura garantita da un ambiente lavorativo; trovarsi a essere il principale incaricato di questioni logistiche come la sistemazione abitativa, l’istruzione, l’accesso alle cure mediche e i trasporti, non solo per sé ma anche per il resto dei propri cari, spesso in un Paese, una lingua e un contesto culturale non familiari; diventare il principale punto di riferimento emotivo per un’intera famiglia che sta attraversando un periodo di grosso cambiamento: tutto ciò può comportare sentimenti ambivalenti e non sempre consapevoli, difficili da condividere con i propri cari, e potrebbe ripercuotersi sul benessere psicologico individuale e familiare. Immaginiamo tutto questo carico di cura con un supporto sociale limitato, lontano dalla famiglia estesa o dalle amicizie di lunga data, con l’ulteriore peso della nostalgia, del disorientamento e della solitudine che frequentemente accompagnano queste fasi di transizione.
E, poi, il tema dell’identità. Abbandonare la propria professione significa anche “non essere più” il proprio lavoro, e questo può avere come risultato il sentirsi privi di uno scopo, di obiettivi e propositi e riflettersi sull’autostima. Un po’ come perdere un pezzo importante di sé, un ruolo attraverso cui le altre persone ci riconoscevano.
Sembra davvero tanta, troppa carne al fuoco. E può davvero esserlo: spesso al partner che accompagna, che segue o che insegue si chiede molto. E tra pretese, esigenze, aspettative, richieste, è legittimo domandarsi: “Ma, allora, per chi mi sposto? Per te, per noi. Ma io, in tutto questo, dove sono?”
L’espatrio come progetto creativo e condiviso
In risposta allo sconforto che può emergere, si può provare a cambiare narrazione, non negando la complessità e le criticità che contraddistinguono il fenomeno degli accompanying partners, ma affrancando chi parte “trascinato” dal ruolo passivo che gli è tradizionalmente attribuito.
Più recenti ricerche sul fenomeno degli accompanying partners hanno sottolineato l’importanza del considerare il progetto di espatrio a livello familiare e del concepire i movimenti verso l’estero come processi condivisi, in cui i ruoli tra partner richiedono supporto reciproco e una distribuzione equa dei compiti. La progettazione congiunta della traiettoria d’espatrio dovrebbe tenere conto anche di necessità, desideri, diritti e dignità dei partner accompagnanti, così come dei membri più piccoli della famiglia, a cui spesso viene lasciata poca voce in capitolo. Questo, però, è possibile solo se all’espatrio ci si prepara anche dal punto di vista psicologico, interrogandosi sulle spinte – personali e condivise, assenti o presenti, consapevoli o inconsce, pressanti, deboli e tutto quello che si trova in mezzo – che motivano i trasferimenti.
Se, da un lato, la capacità di pensare al futuro può essere minacciata dalle esperienze di precarietà e imprevedibilità legate alla migrazione, soprattutto dalla prospettiva di accompanying partner, dall’altro, i trasferimenti si configurano come uno spazio per immaginare alternative possibili e “vedersi” in questi scenari diversi, esplorando la propria identità personale e in relazione ai propri familiari.
La mobilità, allora, può essere un’occasione per riflettere sui rispettivi “carichi” all’interno della coppia e della famiglia, sui ruoli in generale e su quelli di genere: un’opportunità per metterli in discussione e ridistribuirli, per confrontarsi, per sperimentarsi in una funzione diversa nella sfera dei propri legami intimi e significativi. Lo stesso può valere per la dimensione lavorativa, in cui l’immaginazione per l’accompanying partner diventa fondamentale per reinventare la propria figura professionale e relazionale alla luce del nuovo contesto.
Per trovarvi un senso, è importante trovare il proprio posto in quel disegno di espatrio condiviso: trovare “altro” che possa compensare quelle parti di sé che inevitabilmente, con dolore o con sollievo, vanno perse nello spostamento.
Per potersi ritrovare, è importante trovare una propria risposta a quel “Ma io, dove sono?” e, magari, farla ad alta voce, questa domanda scomoda e angosciante. Farla all’altro.
Ma, anche questa, è una responsabilità non solo a carico di chi segue: anche chi incarna il ruolo di iniziatore o iniziatrice del movimento di espatrio ha il dovere di domandarsi dove stia l’altro e di fare spazio per lui o per lei, prima di tutto, nella propria mente.
Muoversi ha senso se, prima, lo si pensa insieme.