Cercare una gravidanza lontano da casa: infertilità, PMA ed espatrio

Affrontare un percorso di PMA lontani dalla propria rete affettiva, in un sistema sanitario straniero e in una cultura che affronta il tabù dell’infertilità in modo diverso, può portare variabili nuove in un’esperienza già di per sé molto complessa, e una solitudine specifica che in pochi nominano. Ne abbiamo parlato con Veronica Oieni, psicologa e psicoterapeuta collaboratrice di Transiti

C’è una cosa che le coppie che intraprendono un percorso di PMA faticano quasi sempre a dire ad alta voce. Non la dicono al medico, spesso non la dicono nemmeno al partner: è la paura di non riuscire. E insieme a essa, tutta una costellazione di emozioni che il linguaggio clinico non riesce a contenere: il senso di colpa, il lutto silenzioso, la fatica di un corpo che diventa un cantiere, la sessualità che cambia, i progetti di vita che si cristallizzano in una bolla d’attesa.

Quando a tutto questo si aggiungono l’espatrio, la distanza dalla famiglia, l’assenza di una rete affettiva, un sistema sanitario sconosciuto, una cultura che ha un rapporto diverso con il tabù dell’infertilità, quella solitudine può diventare ancora più densa.

Ne abbiamo parlato con Veronica Oieni, psicologa e psicoterapeuta, che lavora all’interno di un centro specializzato in fertilità e collabora con Transiti Psicologia d’Espatrio.

Lo spazio psicologico come luogo del concepimento

Per le coppie, il primo incontro con la psicoterapeuta o lo psicoterapeuta solitamente avviene all’inizio del percorso, prima ancora che inizino i trattamenti. Per chi sceglie la fecondazione eterologa, questo incontro è strutturato: un momento psico-educativo in cui si fa il punto su cosa si sta per affrontare, sulle implicazioni etiche e giuridiche, sulle aspettative. Ma soprattutto uno spazio in cui fermarsi e fare domande che altrove non trovano posto.

“Nonostante le difficoltà, mi piace ricordare alle coppie che intraprendono questo percorso che la possibilità di interrogarsi sul proprio desiderio di genitorialità è in realtà un grande valore aggiunto”, ricorda Veronica Oieni. Il concepimento non è solo biologico, è anche uno spazio mentale. C’è il tempo di farsi domande, di fare spazio a qualcosa di nuovo che non era mai stato pensato prima“.

Quello che emerge più spesso in queste sedute è qualcosa che non viene detto altrove. La paura del fallimento, anzitutto, è l’aspetto che più terrorizza, e che la tecnica medica rischia di alimentare più che attenuare, perché viene vissuta come una cura, quasi una certezza, mentre non lo è. E poi le paure legate alla “non naturalità” del processo: l’embrione in vitro, la diagnosi pre-impianto, il confine sempre mobile tra il medico, l’etico, il possibile.

L’asimmetria silenziosa: uomini, donne e senso di colpa

Uno degli aspetti più delicati, e che più spesso rimangono sottotraccia, riguarda la differenza tra il vissuto maschile e femminile. Il percorso medico, dal pick-up al transfer, è fisicamente a carico della donna. Questa asimmetria corporea genera, quasi inevitabilmente, un’asimmetria psicologica.

“Culturalmente, la virilità viene ancora associata alla fertilità”, ci ricorda la dottoressa Oieni. “Quando l’infertilità è maschile, il senso di colpa dell’uomo nella coppia è spesso molto forte. Ma se questo non viene verbalizzato, diventa un peso che si porta senza tirarlo fuori, e che può avvelenare il dialogo di coppia proprio nel momento in cui ne avrebbero più bisogno”.

Nell’eterologa, questa dinamica si complica ulteriormente. Le donne hanno spesso paura che il partner non sia davvero coinvolto; gli uomini, travolti dal senso di colpa, non vogliono “privare la moglie” di una gravidanza. Le donne che portano loro la gravidanza si confrontano con un diverso tipo di interrogativi e, spesso, in tutto questo, sono proprio loro a preoccuparsi di “chiedere troppo”.

Quando invece si intraprende un percorso di eterologa a causa dell’infertilità femminile, entra in gioco il discorso legato all’epigenetica, che però viene spesso usato per tranquillizzare le donne, presentandola come un processo che porterà a una “somiglianza fisica” tra mamma e bambino. 

In realtà, l’epigenetica è quella branca della genetica che studia come l’ambiente, quindi anche l’ambiente uterino, influenzi l’espressione genica. Ma è diverso dire: ‘siccome lo porti in grembo, allora ti somiglierà’. È una questione molto più complessa, che riguarda i processi della gestazione, e non va usata per negare l’assenza di un legame genetico. Che si tratti di eterologa maschile o femminile, in ogni caso, il supporto psicologico in quest’ambito non è sempre terapeutico in senso stretto. È più spesso uno spazio di accompagnamento: un luogo non medico dove si possono dire le proprie emozioni, e dove la paura del fallimento trova finalmente una forma, portando all’accettazione della diversità – tra bambino e genitore – che può essere vissuta anche come una ricchezza”.

Il tabù italiano e il confronto con altri paesi

C’è un’immagine che Veronica Oieni usa spesso parlando delle coppie “plurifallimentari”, quelle che portano alle spalle anni di tentativi non andati a buon fine. È come se la vita si cristallizzasse in una bolla. I progetti vengono spostati, i viaggi rimandati, le decisioni congelate. L’investimento emotivo, e spesso anche economico, con percorsi che possono arrivare a costare decine di migliaia di euro, diventa totalizzante. In questi casi, il lavoro psicologico non riguarda solo il percorso di PMA, ma la capacità di rivedere il progetto di coppia nel suo insieme. Cosa significa genitorialità, al di là del dato biologico? Cosa rimane di una coppia quando si toglie l’obiettivo della gravidanza? Sono domande difficili, che alcune coppie scelgono di non fare e che prima o poi si ripresentano comunque”.

Ed è proprio su questo tabù che l’Italia, rispetto ad altri paesi, ha ancora molta strada da fare.

Siamo un paese laico, che laico non è, dice la dottoressa Oieni con franchezza. Questo influenza anche il modo in cui le coppie vivono l’infertilità. Nel Nord Europa, dove la legislazione è diversa e i donatori di gameti esistono, c’è un altro approccio, meno carico di ‘non detti’, più pragmatico”.

In Italia, il tabù sull’infertilità, invece, è ancora molto presente. Come se non avere figli, o non riuscire ad averli, fosse qualcosa che non si può dire, che fa vergogna, che non è socialmente accettato. Alcune coppie scelgono di andare all’estero per i trattamenti anche per questo: non solo per ragioni mediche o economiche, ma per il sollievo di non incontrare il vicino di casa in sala d’attesa.

I social hanno in parte cambiato le cose, portando alla luce esperienze prima invisibili. “Ho notato un grande cambiamento negli ultimi anni: non che sia più facile per le coppie, ma c’è più consapevolezza”, osserva. “Anche se, come ben sappiamo, dobbiamo tenere in considerazione anche l’altra faccia dei social, che tendono a mostrare soltanto il lieto fine – la puntura, poi il test positivo, poi il bambino in braccio – e questo rischia di amplificare il senso di fallimento in chi non ce la fa”.

L’espatrio come variabile invisibile

Uno dei fattori che più influenza il modo in cui una coppia attraversa un percorso di PMA è il supporto sociale: avere persone vicine, una rete affettiva, qualcuno con cui parlare davvero. È qui, quindi, che l’intreccio con l’espatrio diventa particolarmente significativo.

“Le coppie che hanno avuto più supporto sociale sono quelle che vivono meglio il percorso, che mostrano punteggi di stress più bassi”, spiega Oieni. “E chi vive all’estero, specialmente se da poco tempo, questa rete non ce l’ha. È una vulnerabilità aggiuntiva, che si somma a un percorso già di per sé isolante”.

Perché il percorso di PMA tende già di per sé a segregare: gli amici hanno figli, oppure non ne vogliono, e in entrambi i casi è difficile spiegare cosa si sta vivendo. All’estero, questa solitudine raddoppia. Vengono a mancare i legami di lunga data, i fratelli, gli amici d’infanzia – quella rete informale che in Italia si dà quasi per scontata e che invece, quando manca, pesa moltissimo.

A questo si aggiunge la dimensione culturale. Fare un percorso medico delicato in una lingua che non è la propria, in un sistema sanitario che funziona diversamente, dentro una cultura che ha un rapporto diverso con il corpo, con la maternità, con il tabù – tutto questo ha un impatto psicologico reale. “Per questo”, sottolinea, per chi vive all’estero e cerca supporto psicologico su questi temi, trovare uno psicologo che condivida il proprio contesto culturale di riferimento è ancora più importante. Il contesto in cui siamo cresciuti influenza il nostro sguardo sul mondo e sulla genitorialità”.

Nel dibattito pubblico sull’infertilità si parla ancora troppo poco di un’eventualità: non avere figli, o non riuscire ad averli, non è un fallimento, né come coppia, né come persona. La genitorialità ha a che fare con una capacità trasformativa più ampia – progettare, prendersi cura, essere attivi nel proprio contesto di vita – ed esistono percorsi, l’adozione, la scelta di non avere figli, la ridefinizione del progetto di coppia, che non sono ripieghi, ma scelte degne di essere fatte con consapevolezza.

Se stai dieci anni in un percorso di PMA, stai mettendo la tua vita in una bolla. A un certo punto è necessario fermarsi e rimodulare, non per arrendersi, ma per tornare a vivere“.

Per chi attraversa questo percorso lontano da casa e senza una rete vicina, sapere che esiste uno spazio professionale che conosce quella solitudine specifica può fare una differenza reale.

 

Veronica Oieni è psicologa e psicoterapeuta, esperta di supporto psicologico alla fertilità, e collaboratrice di Transiti Psicologia d'Espatrio. Per informazioni sui servizi di supporto psicologico offerti da Transiti, visita la pagina Accoglienza.