Quando si parla di espatrio, l’immaginario corre subito a giovani professionisti, famiglie in cerca di nuove opportunità, studenti in mobilità. Raramente pensiamo ai pensionati.
Eppure, negli ultimi anni, Porto è diventata una delle mete più scelte dagli italiani nella terza età. Non per caso, ma per una combinazione di fattori: un clima mite, una città accogliente, una comunità italiana vivace e, fino a poco tempo fa, condizioni fiscali molto vantaggiose.
È in questo contesto che si inserisce l’incontro dei professionisti di Transiti con un gruppo di pensionati italiani in questa città, ospitati dall’Associazione Dante Alighieri all’interno del Consolato, un luogo che non è solo istituzionale, ma punto di ritrovo, spazio culturale e casa simbolica per chi vive a Porto da italiano.
A guidare l’incontro nell’ambito della tappa in Portogallo del progetto “Traiettorie in Europa”, le psicoterapeute di Transiti Bianca Casella e Anna Pisterzi, che hanno raccolto storie, impressioni e domande di una ventina di rappresentanti dell’associazione tra i 65 e gli 85 anni.
Perché espatriare a 70 anni?
La prima domanda che Transiti ha portato a Porto è semplice e complessa allo stesso tempo: cosa spinge una persona nella terza età a trasferirsi all’estero?
“Prima di tutto si tratta di expat che non si definiscono ‘anziani’, bensì pensionati” precisa Bianca Casella. “Un termine che rivendicano con orgoglio, perché parla di libertà, tempo ritrovato, possibilità. Le risposte raccolte non sono mai univoche. C’è chi è arrivato per motivi economici, attratto dal regime fiscale favorevole che per anni ha reso il Portogallo una meta privilegiata. C’è chi ha seguito i figli, o chi semplicemente il desiderio di uno stile di vita migliore e più lento. Solo pochi – due o tre – sono arrivati per fare i nonni a tempo pieno. Ma il dato più interessante è un altro: quasi nessuno ha davvero ‘lasciato’ l’Italia.
Molti vivono sei mesi a Porto e sei mesi nel loro paese d’origine. Mantengono la casa, i legami, le abitudini. Non si percepiscono come expat nel senso pieno del termine: sono, a tutti gli effetti, expat a metà”.
Una vita sospesa, quindi, tra due luoghi, due ritmi, due identità.
Una seconda vita, senza rinunciare alla prima
Questa doppia appartenenza non è vissuta come un conflitto, ma come una ricchezza. “Nel corso dell’incontro ci hanno descritto la città come un contesto estremamente positivo”, racconta Bianca Casella. “Un luogo dove si sentono accolti, dove ricominciare a fare cose nuove, e la comunità italiana è un punto di riferimento forte.
La Società Dante Alighieri è diventata per molti di loro una sorta di seconda casa: un luogo dove ritrovarsi ogni settimana per ascoltare la presentazione di un libro, assistere a uno spettacolo teatrale, partecipare a una cena sociale o semplicemente condividere un’attività culturale. È uno spazio vivo, attraversato da iniziative che tengono insieme la comunità e offrono ai pensionati italiani un ritmo, una routine e un senso di appartenenza.
Una struttura che nasce non solo per proporre eventi, ma un contenitore di socialità, un luogo dove l’invecchiamento non è solitudine ma condivisione”.
Le valigie vuote: un espatrio senza separazione
Durante l’incontro, i professionisti hanno proposto un esercizio semplice: raccontare cosa avevano messo in valigia quando si erano trasferiti.
La risposta è stata sorprendente: quasi nessuno, infatti, aveva portato qualcosa di significativo.
“Non è stata una vera e propria separazione”, spiega Bianca Casella. “Non hanno vissuto l’espatrio come un taglio, ma come un’estensione della loro vita. L’Italia resta lì, intatta, pronta a essere ripresa”.
Poi, è stata presentata una grande cartina dell’Italia: ognuno ha tracciato la propria traiettoria: dal Nord al Portogallo, dal Sud al Nord, dall’estero all’Italia e poi di nuovo fuori.
“Alcuni di loro hanno raccontato esperienze di vita che attraversano la storia del Novecento: non solo personali biografie, ma veri pezzi di storia d’Italia. Eppure, nonostante la ricchezza delle loro vite, molti faticano a raccontarsi. Abbiamo notato una certa propensione a stare in superficie nella narrazione di sé: forse perché i ricordi più profondi celano dolore, perdita, quella difficoltà comune che si presenta quando dobbiamo affrontare il tempo che scorre, oppure perché semplicemente non si è abituati a essere ascoltati davvero”.
Identità, legami, appartenenza
La missione ha fatto emergere altri due temi centrali: identità e legami sociali. Chi vive a Porto da pensionato non si sente né completamente italiano né completamente portoghese.
È una condizione fluida, a volte leggera, che può garantire sicurezza ma anche essere disorientante.
“In questo caso, l’Associazione Dante Alighieri diventa allora un’ àncora: un luogo dove la lingua, le abitudini e i riferimenti culturali sono condivisi, e dove è possibile trovare sostegno nella gestione delle pratiche migratorie e orientarsi tra sanità e burocrazia. Un punto di riferimento informale, quasi un ‘mediatore’ tra due mondi”.
Il sistema sanitario garantisce un buon livello di assistenza; le agevolazioni fiscali, invece, sono cambiate, motivo che ha portato alcuni italiani a rimanere nel paese ma scegliere di cambiare la residenza altrove. Sono dettagli pratici, ma rivelano una verità più ampia: l’espatrio in terza età è un equilibrio delicato, fatto di scelte, compromessi, adattamenti.
Il nodo dell’amicizia nella terza età
Tra tutti i temi emersi, uno resta aperto: la socializzazione. Se a 40 anni costruire nuove amicizie non è semplice, a 70 può esserlo ancora meno. È un cambiamento generazionale che molti faticano a tollerare: la solitudine è un rischio reale, e la comunità italiana a Porto diventa una preziosa possibilità.
“Avere un luogo dove incontrarsi, dove essere visti, dove non sentirsi soli è molto importante” conclude Bianca Casella. “Anche se costruire legami profondi in età adulta e avanzata, in particolare dopo un’esperienza di espatrio non è facile”.
Come si costruiscono, quindi, legami profondi quando si è già vissuta una vita intera altrove?