Genitori italiani in Germania: reti da costruire, una socialità da reimparare

Quando si diventa genitori all’estero, la vita cambia due volte: il Paese in cui vivi ti chiede di imparare nuovi codici sociali, nuove abitudini, e anche nuovi modi di costruire relazioni

Diventare genitori lontano da casa significa rinascere, come madre o padre, e come persona che deve reinventare la propria socialità. La genitorialità expat è un territorio complesso, fatto di entusiasmi, solitudini e reti che si costruiscono lentamente e di identità che si trasformano.

É in questo paesaggio che si colloca, nella sua unicità, la storia di Francesca Alviani, abruzzese, fotografa documentarista e mamma di tre bambini: un viaggio, il suo, lungo diciotto anni attraverso la Norvegia, la Germania Est e la Baviera, che porta con sé quelle riflessioni comuni sull’esigenza umana e vitale di una socialità che si costruisce, si perde, si reinventa, e che spesso richiede più energia di quanto immaginiamo.

La leggerezza e curiosità dell’espatrio giovanile

Francesca lascia l’Italia a 23 anni per un Erasmus a Bergen, in Norvegia. Quello che doveva essere un semestre diventa un biglietto di sola andata: sceglie questa città per continuare a studiare e lavorare, e qui conosce il compagno e attuale marito tedesco. Bergen è una città di 290.000 abitanti caratterizzata da una forte presenza internazionale. 

A quell’età, racconta, tutto sembra più semplice: “A 23 anni socializzare e costruire una rete di amicizie solide, in generale, è molto più facile. Ero giovane, curiosa, aperta, e le relazioni coltivate all’epoca sono ancora un punto di riferimento per me. Tuttavia, già allora ho avuto il mio primo vero cultural shock: la mia coinquilina norvegese era gentile, ma distante e silenziosa. Ho capito che il modo di socializzare del Nord Europa spesso ha un altro codice. In Italia la socializzazione forse è più spontanea, non filtrata, anche se anche lì le cose stanno cambiando, ma in generale scambiare due parole con qualcuno che incontri casualmente è ancora la normalità. In Norvegia, come in Germania, devi sempre capire da dove arriva l’altro e quali sono i suoi confini”.

Diventare genitori all’estero, tra servizi preziosi e solitudine

Francesca vive a Bergen per dieci anni, fino a che, per motivi di lavoro, si trasferisce incinta al sesto mese a Rostock, nel nord della Germania, con suo marito. È il primo di molti cambiamenti – cita tredici traslochi in totale – e anticipa il grande cambiamento della vita, ovvero la nascita della prima figlia, a Rostock nel 2017.

La Rostock che li raccoglie, tipica città dell’ex DDR, è un ambiente totalmente diverso dalla moderna Norvegia. Ma lei è intraprendente, parla tedesco, e questo le permette di costruire un primo network di mamme grazie ai numerosi servizi per neogenitori che la Germania offre. 

La Germania per le neomamme offre tantissimo. A Rostock ho trovato corsi, gruppi, attività per conoscere persone. Io sono una persona curiosa, non mi fermo mai, e questo mi ha aiutata. Ma quelle relazioni non erano amicizie, erano donne e uomini conosciuti in un contesto ben preciso. Il weekend andavano dalle rispettive famiglie, dagli amici di sempre e, solitamente, se sei una persona conosciuta di recente e non appartieni a quella sfera è difficile costruire un legame che vada oltre il motivo per cui hai fatto conoscenza. È una socialità che definirei funzionale, non profonda”.

Tuttavia, con tempo e pazienza, le circostanze in cui seminare relazioni più profonde possono arrivare: uno dei momenti più significativi legati alla nascita della prima figlia è stata, per Francesca, quella della Geburtshaus, una casa per partorienti. Dopo un parto difficile, l’ostetrica organizza un gruppo di psicoterapia di gruppo per mamme che hanno vissuto esperienze traumatiche. “Per un anno ci siamo viste una volta a settimana, e gli incontri erano tutti gratuiti. In generale i costi dei percorsi psicologici in Germania sono coperti dalle assicurazioni sanitarie. Con le altre mamme è nato un legame importante, profondo. Quelle sono relazioni che nascono da un’esperienza intima, condivisa. Non succede spesso ma, quando succede, ti cambia.”

Dopo qualche anno arriva anche il secondo figlio: “Lui è nato durante la pandemia, in un momento in cui gli spazi e i momenti di socialità erano limitati da fattori esterni. Tuttavia, quello per noi è stato un periodo molto sereno: mio marito ha potuto godere di ben cinque mesi di paternità che abbiamo trascorso in Sicilia, al sole e al mare: per noi è stato come un tempo sospeso che diventa risorsa, e che ci ha portato a confrontare la vita a Rostock con le nostre reali aspettative, e farci maturare l’idea che un nuovo cambiamento era necessario”.

Monaco di Baviera, una nuova sfida

Da quattro anni, Francesca vive con la famiglia a Monaco. Lei e suo marito hanno fatto le valigie sapendo che avrebbero dovuto cercare da zero casa e lavoro, come un salto nel vuoto. 

Monaco è più internazionale, ed è stata scelta anche perché meglio collegata e più vicina all’Italia.

Ma, anche qui, socializzare e costruire una rete di conoscenze sulle quali contare non è semplice né immediato.

Abbiamo scelto un asilo bilingue, italiano-tedesco, pensando che ci avrebbe aiutati a integrarci e conoscere le famiglie. Invece, abbiamo trovato due comunità separate: gli italiani da una parte, i tedeschi dall’altra. E questo rispecchia un po’ la socialità di queste parti, che ai miei occhi appare molto strutturata: può capitare di socializzare con qualcuno perché frequenti lo stesso corso pre-parto, ma se incontri quella stessa persona alla fermata del bus non ti parla. È come essere prigionieri in tanti cassetti: ci sono gli amici del lavoro, gli amici dei figli, gli amici degli hobby. E questi gruppi fanno fatica a mescolarsi”.

Eppure, dopo anni di assestamento, qualcosa finalmente è cambiato: con la terza maternità e più tempo a disposizione, Francesca vede la sua agenda riempirsi di incontri, gruppi, attività: “Ormai ho capito: per integrarsi davvero ci vogliono tre o quattro anni. All’inizio è dura, poi piano piano le relazioni si costruiscono, anche se, devo ammettere, in molti casi restano ancora molto funzionali: spesso si tratta di persone che frequenti perché i figli sono coetanei, non c’è sempre quel feeling che fa nascere un’amicizia vera”.

La socialità dopo i 40: quali aspettative abbiamo?

Ricostruire una rete sociale dopo i 40 anni è difficile ovunque, ma all’estero ancora di più. “Oggi noto che le relazioni, il semplice ‘vedersi’ per condividere tempo ed esperienze, sono viste come un succhia-energia, e non come qualcosa che ti fa stare bene. Le persone le vivono come un impegno, un’altra cosa da incastrare tra le tante altre che già hanno. Se l’impegno lavorativo è più prevedibile; la socialità richiede energia mentale, e quella è la prima a cambiare”. 

Francesca nota anche un cambiamento culturale più ampio: “In generale mi mancano quelle micro-interazioni che avvengono per caso: due chiacchiere per strada, un saluto, un sorriso. Oggi, in particolare dopo una certa età, trovo che la socialità sia più strutturata e incasellata, ed è estremamente faticoso. Quando ci si incontra si vuole che tutto quadri alla perfezione, tutto sia perfetto, organizzato, efficiente. Ma la socialità non è efficienza. È quella leggerezza che scalda il cuore e che mi manca più di ogni altra cosa”.

Come fotografa documentarista, Francesca osserva differenze profonde tra i due Paesi. “Nel mio lavoro spesso mi capita di lavorare a servizi fotografici che ritraggono le famiglie nella loro quotidianità. Eh sì, ci sono aspetti della genitorialità tedesca che ho abbracciato pienamente. Ma è normale, credo che ognuno di noi cerchi di prendere quello che ritiene essere il meglio da ognuna delle culture in cui vive. In Italia vedo tanta ansia, tanta paura, quando si diventa genitori: qui in Germania così come in Norvegia sono più spigliati, più flessibili. I tedeschi hanno la fama di essere rigidi, ma nella genitorialità sono l’opposto. Non si preoccupano della casa perfetta o dei vestiti coordinati”.

La loro è una famiglia mista, ed è una grande ricchezza: “Anche noi cerchiamo di prendere il meglio da ogni cultura. I nostri figli crescono con un mix di impostazioni: io italiana, lui tedesco. All’inizio parlavamo inglese, poi un misto tra le nostre lingue: in generale lui si rivolge a me in tedesco e io in italiano. All’inizio sembrava caotico, ma anche bellissimo, e per noi ha funzionato“.

Seminare e coltivare una socialità autentica

Oggi Francesca sente di avere una rete, anche se non sempre corrisponde alla sua idea di amicizia: si tratta prevalentemente di relazioni utili, quotidiane, legate ai figli.

Le amicizie profonde restano quelle norvegesi, nate prima di diventare madre, quando c’era tempo per costruire intimità e condividere esperienze significative.

Eppure, nonostante tutto, non si arrende: “Non dobbiamo mai smettere di essere intraprendenti, di metterci in gioco, anche in questa fase della vita. Dobbiamo però essere consapevoli di un forte cambiamento in atto: la socialità spesso non sembra più essere prioritaria. Le persone vogliono tutto perfetto: alimentazione perfetta, vita perfetta, routine perfetta. Per le relazioni non resta molto tempo: per coltivarle bisogna anche scendere a compromessi, serve essere più flessibili, e meno severi e richiedenti verso se stessi. E questo non vale solo per la Germania, è un cambiamento sociale globale, che ormai possiamo osservare anche in Italia. Forse le nostre aspettative sono legate a un’epoca passata”.

Fare i conti con una solitudine spesso non equivale, quindi, alla mancanza di persone con cui parlare, ma alla carenza di tempo di qualità, di energie, di spazio mentale, che permette alle relazioni di crescere. 

Integrarsi richiede anni e una grande capacità di mettersi in gioco, ma anche accettare che la socialità adulta non assomiglia più a quella dei vent’anni, e che le relazioni, per crescere, hanno bisogno di cura e di presenza, non solo di chat invasive, più simili a sfoghi individuali, o gruppi WhatsApp che rubano il tempo alla vita vera.

L’esperienza di socialità expat, che in questo caso coincide con quella della genitorialità, è anche un laboratorio di identità: si impara a prendere il meglio da ogni cultura, a costruire una famiglia che vive modi diversi di stare al mondo. 

Un arricchimento che passa attraverso la fatica ma che lascia un patrimonio prezioso: la capacità di muoversi tra differenze, di sentirsi a casa in più luoghi, di crescere con radici mobili ma profonde, di seminare e coltivare relazioni anche quando il terreno sembra particolarmente arido.