Genitorialità in espatrio: la sfida della pluridentità dall’infanzia all’età adulta

Abitare più mondi significa non solo parlare di multilinguismo, ma anche di pluridentità, come anche di scelte quotidiane, relazioni e contesti che influenzano i vissuti individuali. Una riflessione sulle sfide e le risorse dei genitori che crescono figli tra lingue e culture.

Abitare più mondi significa non solo parlare di multilinguismo, ma anche di pluridentità, come anche di scelte quotidiane, relazioni e contesti che influenzano i vissuti individuali. Una riflessione sulle sfide e le risorse dei genitori che crescono figli tra lingue e culture 

Affrontare il tema della genitorialità in contesti plurilingue e pluriculturali significa entrare in un territorio complesso, fatto di esperienze uniche tutte diverse tra loro. 

Al centro della sfida educativa c’è spesso affrontare il sentimento di pluridentità, ovvero quella condizione in cui bambini e ragazzi crescono attraversando più lingue, più culture e più appartenenze. È una sfida che porta con sé mille sfaccettature; e, anche se può riguardare tutti e tutte, sicuramente per le figlie e i figli delle persone con background migratorio può assumere forme particolarmente intense. 

Il contesto di partenza e quello di arrivo sono decisivi, ma anche gli anni trascorsi in un luogo, il fatto che in famiglia ci sia un solo genitore italiano o entrambi, la sicurezza con cui si padroneggia la lingua del nuovo luogo di residenza, gli stereotipi che ruotano intorno alla propria lingua e cultura di origine e infine le scelte politiche che in tale paese si stanno portando avanti. 

Per esplorare queste sfumature e individuare delle linee guida per affrontarne le complessità, abbiamo parlato con Lidia Martinelli, psicologa e mamma in espatrio, che collabora con Transiti all’interno del gruppo di lavoro e ricerca sul multilinguismo.

Nessuna lingua è uguale a un’altra

Crescere tra più lingue e più culture significa muoversi ogni giorno in un ecosistema complesso, dove identità, appartenenze e rappresentazioni sociali si intrecciano. Anche nel caso specifico dei figli degli italiani all’estero, è necessario tenere conto di tutte quelle condizioni che rendono ogni famiglia un’esperienza a sé, a partire dalla lingua prevalente parlata in casa.

“Il valore che una lingua assume in un determinato contesto è secondo me uno dei primi fattori da tenere in considerazione”, esordisce Lidia Martinelli, residente “che trascorre diversi mesi all’anno” a Rishikesh, in India, nello stato di Uttarakhand. “In India, per esempio, l’inglese è percepito spesso come una lingua di prestigio, mentre l’hindi può essere vissuto come più “colloquiale” o addirittura come indicatore di più basso rango sociale. Questo influenza profondamente il modo in cui le famiglie in India gestiscono il multilinguismo, che è naturalmente più diffuso che da noi. Il ruolo di inglese e hindi continua a mantenersi, anche se le cose stanno cambiando: l’approccio del governo attuale, ad esempio, più nazionalista, sta privilegiando l’hindi come lingua di comunicazione nazionale a discapito dell’inglese. È un esempio, questo, di come le scelte politiche possono avere un impatto sul multilinguismo interno a un paese e portare a dei cambiamenti

Un ecosistema, non una somma di parti

La dinamica cambia anche in base alla composizione familiare: coppie miste, entrambi espatriati, coniuge originario del paese di residenza, coppie italiane, famiglie che si spostano spesso o che vivono a lungo nello stesso paese. Ogni configurazione genera equilibri diversi.

La pluridentità non è un mosaico di pezzi separati, ma un sistema in continua evoluzione. È un modo di abitare più mondi senza dover scegliere quale sia quello “giusto”.

Dal punto di vista psicologico non c’è nulla di sbagliato nella pluridentità”, spiega Lidia Martinelli. “I problemi non nascono dall’identità multipla in sé, ma soprattutto dal contesto: dai giudizi ai pregiudizi, dalle pressioni sociali a quelle politiche. È questo che preoccupa i genitori: la paura che i figli debbano affrontare stereotipi o discriminazioni e che si sentano persi o confusi”.

Per questo, i genitori hanno un ruolo fondamentale nel costruire un senso di appartenenza solido.

È importante affrontare questo tema ogni volta che emerge sin da piccoli: nel nostro caso, mia figlia in India viene definita italiana e in Italia indiana, ma io e il papà cerchiamo di trasmetterle il messaggio che lei è il 100% di entrambi i mondi, non deve sentire la sua identità qualcosa a metà, alla quale manca il resto. Se noi genitori siamo i primi a comunicare l’idea che sono “frammentati”, anche i bambini interiorizzano questa sensazione”.

Le lingue come casa emotiva

Le lingue non sono solo strumenti: sono contenitori di emozioni, memorie e relazioni. Ogni bambino e bambina può esprimere parti diverse di sé in lingue diverse e alla base della relazione con una determinata lingua c’è la relazione con il genitore che la parla.

La lingua si connette profondamente all’aspetto emotivo e relazionale: la scelta di una lingua piuttosto che un’altra può essere legata alle diverse situazioni o contesti”, spiega Lidia. “Qui in India, molti usano una lingua per parlare di cose importanti e un’altra per le conversazioni quotidiane”

La componente emotiva può entrare in gioco, anche in modo non costante, quando bambine e bambini rifiutano o hanno difficoltà a parlare una lingua familiare, magari quella di uno dei genitori.

Può succedere quando si sente che quella lingua è giudicata o svalutata fuori casa, e il genitore che dovrebbe trasmetterla non lo fa con sicurezza o convinzione. In questo caso, è importante ricordare il ruolo della relazione: se la lingua è connessa a un legame affettivo forte, come quello della comunicazione con un nonno, la motivazione torna e la bambina o il bambino ne sentiranno la necessità. Non è una questione di ‘quante persone la parlano’, fuori o in famiglia, ma di cosa rappresenta quella lingua e con chi ci mette in comunicazione”.

Genitorialità in espatrio: tra scelte, paure e pressioni

Crescere una figlia o un figlio all’estero significa anche confrontarsi con aspettative e sguardi esterni. La pressione a “dimostrare integrazione” può influenzare le scelte linguistiche dei genitori.

Avere paura di essere giudicati quando si parla la propria lingua in pubblico è una difficoltà diffusa”, spiega Lidia. “Nel mio caso, i primi tempi questo non avveniva, in quanto la mia lingua stimolava curiosità. Da qualche anno a questa parte, però, mi viene chiesto, a volte insistentemente, il motivo che mi impedisce di comunicare in hindi fluentemente. Devo ammettere che ho vissuto momenti di rifiuto verso la cultura locale, soprattutto dopo la nascita di mia figlia, e questo ha avuto delle ripercussioni nell’apprendimento della lingua. Poi ho capito che dovevo mettermi in gioco: se voglio che lei abbracci il suo multilinguismo, devo farlo anch’io, anche se faccio errori. 

Quello che che vale la pena trasmettere ai nostri figli e figlie è che nei contesti multilingue è normale sbagliare, in particolare nella lingua non prevalente. Ma anche quella conoscenza è parte della nostra identità”. 

Il ruolo dei genitori come mediatori culturali è quindi centrale.

Dentro casa, è come se si creasse una “mini‑cultura”: ogni famiglia ha la propria. Il nostro compito è aiutare i figli a capire che alcune cose si fanno in un modo nel paese di residenza e in un altro in Italia, senza farli sentire sbagliati. Se la loro identità è solida, anche gli errori diventano parte del percorso”.

Non una mancanza, ma un mosaico di tanti colori

Per i figli e figlie di genitori italiani all’estero, la scuola può essere uno spazio di possibilità o, al contrario, di esclusione. In alcuni Paesi, come la Finlandia, esistono programmi che valorizzano le lingue d’origine; in altri prevale un approccio compensativo, dove la diversità linguistica viene percepita come una mancanza da colmare. Anche per questo, sostiene Lidia Martinelli, non è possibile parlare di un’unica esperienza: tutto dipende dal contesto in cui ci si trova. 

In India non ho ancora visto pregiudizi espliciti, ma è presto per dirlo. È un paese complesso, con dinamiche interne forti, come il sistema delle caste. Mia figlia, essendo straniera, per ora è vista come un’attrazione. Bisognerà capire cosa succederà più avanti”.

Tali dinamiche esterne, estremamente differenti a seconda del contesto, si intrecciano inevitabilmente con il vissuto personale e psicologico dei bambini e dei ragazzi. Se la pluridentità può essere vissuta serenamente nell’infanzia, questa può generare molti dubbi e domande in adolescenza. Eppure non dev’essere mai vista come un problema da risolvere, bensì un processo da accompagnare. 

Quello di ragazzi e ragazze è un processo graduale, ma lo è anche per noi adulti, e ognuno deve trovare il proprio modo di ‘integrarsi’, quello che più corrisponde alla propria personalità e in linea con il proprio benessere. Se penso alle differenze tra me e una mia amica canadese, entrambe espatriate in India, è evidente che abbiamo ‘abbracciato’ in modo diverso alcune abitudini: ad esempio, lei indossa abiti in linea con la moda locale quotidianamente, io no. Ma entrambe stiamo bene, interagiamo quotidianamente in un contesto in cui ci sentiamo essere parte, ognuna a proprio modo. Questo secondo me è fondamentale tanto quanto preservare le lingue e culture di casa: se in casa si trasmette un atteggiamento di chiusura verso la cultura “esterna” o dominante, il bambino interiorizzerà un messaggio di distacco nei confronti della cultura esterna alla famiglia, rischiando di vivere le due identità come in conflitto tra loro”. 

Mettendo in evidenza solo le differenze, quindi, perdiamo di vista il fatto che tutti i pezzi del mosaico, anche se di colori diversi, possano essere in armonia.

In questo percorso, il multilinguismo vissuto nella quotidianità diventa anche un allenamento mentale: amplia l’apertura, rafforza il pensiero critico, sostiene la capacità di imparare, costruisce un’idea di pluridentità positiva. 

Da parte nostra, come genitori, credo che abbiamo bisogno di formarci e lavorare su noi stessi per cercare di rimanere saldi nelle nostre scelte educative. Siamo noi, nel corso dell’infanzia, a decidere cosa vogliamo trasmettere ai nostri figli e preparare un terreno solido dove saranno loro, crescendo, a scegliere chi vogliono essere”. 

 

Il gruppo di lavoro sul Multilinguismo di Transiti Psicologia d’Espatrio propone momenti di confronto e approfondimento sulla tematica: in continuità con quelli organizzati lo scorso autunno, è in preparazione un incontro che vedrà la partecipazione di Ludovica Serratrice, docente e ricercatrice italiana nel campo della linguistica e dello sviluppo del linguaggio, con particolare attenzione al bilinguismo e al bi‑multilinguismo. Chi desidera restare aggiornato sulle attività può iscriversi alla newsletter oppure scrivere direttamente a lidia.martinelli@transiti.it.
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