“Qui mi sento a casa”: doppia appartenenza e nuove opportunità per chi ha scelto di vivere la pensione a Porto

L’esenzione fiscale che apre la strada a una nuova opportunità ma non rappresenta l’unica ragione per vivere a Porto: la storia di un pensionato romano che ha trovato in Portogallo ciò che cercava in Italia, ovvero efficienza, coesione, buon tenore di vita e l’oceano dietro casa.

In un articolo precedente abbiamo raccontato l’incontro di Transiti con un gruppo di pensionati italiani a Porto, una comunità vivace nata grazie al supporto e alla presenza attiva dell’Istituto Dante Alighieri, decisamente eterogenea e rappresentata da numerose donne e uomini che vivono una condizione di “expat a metà”: non si sentono pienamente “emigrati”, per non avere mai rinunciato davvero a lasciare l’Italia, o per lo meno per una buona parte dell’anno. L’immagine delle valigia vuota, che simbolicamente abbiamo scelto per rappresentare questa comunità, descrive un espatrio senza separazione, un’estensione della vita più che una rottura.

Roberto Marconi, 70 anni, romano vissuto “a cento metri dal Colosseo“, è uno dei pensionati italiani che Transiti ha incontrato a Porto nell’ambito del progetto “Traiettorie in Europa“. La sua storia si affianca a quella di tanti altri che stanno ridisegnando, nella terza età, i confini di casa. Vive a Porto da undici anni, parla italiano in casa, fa la spesa al mercato e percorre i cammini costieri a piedi. Incontrarlo significa ritrovare, in una sola voce, tutte le contraddizioni e le ragioni di una scelta che molti considerano bizzarra, e che lui invece considera semplicemente logica.

Non solo una questione di esenzione fiscale

Roberto non è arrivato a Porto per caso. La città la conosceva già: c’era stato per la prima volta da giovane, subito dopo la Rivoluzione dei Garofani del 1974, e poi ci era tornato più volte come turista. Ma il momento decisivo è arrivato undici anni fa: “Ho sentito dell’esenzione fiscale per i pensionati stranieri e, per me, ha rappresentato un’occasione da non perdere: trasferirmi per un periodo in una città e un paese che da sempre ammiro e verso cui sento un legame”, racconta.  

Il regime NHR (Non-Habitual Resident), infatti, per anni ha permesso ai pensionati stranieri di pagare un’imposta agevolata o nulla sulle rendite estere e ha attirato a Porto migliaia di persone italiane come Roberto. Tuttavia, in particolare quando non si tratta di risparmi che corrispondono a cifre ingenti, il motivo fiscale rappresenta la scintilla, non il fuoco. Quello è mantenuto vivo da un’affinità immediata tra Roberto, la città di Porto e l’oceano che la domina. Oggi la politica portoghese che incentivava il trasferimento è stata sospesa.

Il periodo dell’esenzione è finito, ma ho deciso di rimanere. Ora pago le tasse in Portogallo, che sono anche più alte che in Italia“. La ragione è semplice: i vantaggi non erano solo economici.

Primo tra tutti, per Roberto, da poco settantenne, è la sanità portoghese: “Ho avuto problemi di salute, e nel mio caso il sistema sanitario portoghese è stato eccezionale. Oltre i 65 anni c’è l’esenzione totale dai ticket e tempi di attesa quasi inesistenti. In Italia pagherei tutto, con liste d’attesa infinite. Qui prenoto, faccio gli esami e ricevo i risultati per via telematica in 48 ore. È tutto informatizzato, e banalmente le mie mail ricevono sempre una risposta”.

Un confronto con l’Italia, quindi, pratico e oggettivo. “Non demonizzo il sistema italiano, sicuramente migliore di altri paesi. Ma quando non si ha accesso alla sanità pubblica e bisogna ricorrere alle visite private, queste sono decisamente care per un cittadino medio”. I dati, infatti,  parlano chiaro: in Italia le visite specialistiche private mostrano una forbice di prezzo significativa, con tariffe che possono più che triplicare tra la struttura più economica e quella più cara, e una visita cardiologica può arrivare a costare 300 euro.

Quello che colpisce, però, non è solo l’efficienza e i costi inferiori in quanto a visite private, ma anche l’uniformità. Roberto usa una parola precisa: omogeneità: “In Portogallo il sistema sanitario è più coeso, così come lo è il paese nel suo insieme. Nessun campanilismo regionale, nessuna frammentazione. Non troviamo le differenze che abbiamo da noi, dal punto di vista della sanità, tra le regioni del nord e quelle del sud. Al di là di questo, quello che noto tra i portoghesi è un senso nazionale fortissimo, molto più che tra noi, dal punto di vista della coesione tra le diverse regioni e province”. 

Porto, non Lisbona

Chi pensa al Portogallo come destinazione tende a immaginare Lisbona. Roberto corregge subito l’inquadratura. Porto è un’altra cosa. Trent’anni fa non era una destinazione apprezzata come oggi, più piovosa, meno servizi, spazi pubblici meno curati. Ora la qualità della vita è decisamente migliorata: c’è un lungo fiume meraviglioso, una dimensione a misura d’uomo, tante iniziative culturali e un buon sistema di trasporti. La qualità della vita è superiore a Lisbona, incluso un minor tasso di criminalità”.

Porto è anche più vivibile sul piano culturale: “Noi italiani apprezziamo molto La Casa da Música, che offre concerti di alto livello a prezzi accessibili: i più cari costano trenta, quaranta euro”, e la comunità italiana ha saputo costruire una rete ricca di appuntamenti: cinema, musica, passeggiate, gite. A Roma avresti bisogno di conoscere qualcuno nell’ufficio stampa per entrare a certi eventi: l’offerta è decisamente inferiore alla domanda, i posti si esauriscono in un battito di ciglia. Qui basta comprare il biglietto”.

Roma, da cui Roberto viene, è evocata spesso e inevitabilmente come termine di paragone, con affetto e con ironia. “Roma è la grande bellezza, ma viverci nel quotidiano non è facile. È diventata un turistificio: paccottiglie, ristorazione falsa, consumo del turismo. E con i trasporti pubblici non vai da nessuna parte. A Porto, invece, la macchina non serve. E questo, per chi ha superato i settant’anni, non è un dettaglio”.  

La doppia appartenenza

Roberto vive, come molti della sua comunità, una vita sdoppiata. Sei mesi a Porto e il resto in Italia, in una casa in provincia di Viterbo, a Vignanello, che usa come “base italiana”. Ha un’amica che vive in Italia e che lo raggiunge periodicamente. “Ho tutto doppio. Due case, due vite, due reti. Non mi sono mai davvero separato dall’Italia”. Questa doppia appartenenza richiede però una certa attenzione: per mantenere la residenza fiscale in Portogallo, non basta avere un indirizzo, ma bisogna dimostrare di starci davvero, con pagamenti locali, presenze documentate, movimenti tracciabili. “Devi vivere per un periodo, anche se non continuativo, di almeno 183 giorni, e dimostrarlo. Non è semplice come sembra”. 

Non sono mancati i casi, infatti, di personaggi celebri che hanno scelto una residenza formale in un paese straniero e che in seguito sono stati sotto i riflettori proprio per questo motivo. Ma al di là dei casi mediatici e della questione fiscale, i vantaggi per i comuni cittadini sono prima di tutto legati a una scelta di migliore qualità della vita e servizi, e di conseguenza anche al benessere psicologico: chi vive a metà tra due paesi lo fa spesso perché ha legami profondi in entrambi.Spesso chi torna una parte dell’anno in Italia è per la famiglia, i figli ad esempio, e la rete sociale che si vuole ovviamente mantenere, nonostante nel nuovo paese, come nel caso di Porto, sia ben presente e radicata. Nel mio caso, ho una compagna che per il momento lavora ancora in Italia; non ho figli, ma ho gli amici di una vita, quindi ogni anno torno volentieri per vederli”. 

Un luogo dove senti di essere arrivato

Roberto ha scelto di costruire la sua vita a Porto prevalentemente all’interno della comunità italiana. La comunità italiana a Porto è diventata nel tempo una rete reale, fatta di passeggiate, gite, appuntamenti culturali, pratiche condivise. Il Consolato onorario e la Dante Alighieri funzionano come punti di riferimento istituzionali: aiutano con la burocrazia, organizzano corsi di portoghese, facilitano i contatti. “Il console è uno degli avvocati italiani più noti qui. Se si hai un problema, il Consolato fa il possibile per fornire supporto”.

Eppure Roberto guarda al futuro di questa comunità con lucidità. “Ho settant’anni e sono uno dei più giovani. Prevedo che nell’arco di quattro o cinque anni la comunità dei pensionati si esaurisca e, se dovesse venire a meno la rete di amicizie, ovviamente valuterei di tornare in Italia, dove ho ancora una rete più grande e, con la vecchiaia, potrò sempre contare sul supporto di qualcuno“.

È una delle riflessioni più oneste sull’espatrio in terza età: la comunità non è un di più, è una condizione di sostenibilità. Senza di essa, anche il posto più bello può diventare isolamento.

Per il momento, quindi, Roberto rimarrà in Portogallo ancora per qualche anno sicuramente. “In questo periodo storico per molti anche la dimensione della sicurezza geopolitica incide. In un’ Europa attraversata dall’ansia per la guerra e dalla crescente instabilità, il Portogallo è percepito da molti, non solo italiani, come un luogo relativamente al sicuro. Ma non è solo questo: quando vado in Italia e torno qui, non appena  si apre la porta dell’aereo e si sente l’odore dell’oceano, mi sento a casa. E poi c’è la natura selvaggia, lo spazio e i numerosi ‘cammini’ lungo l’oceano che esploro ogni estate e primavera. Il legame è proprio una sensazione fisica: quando ci penso non posso non ricordare un amico italiano che ha vissuto qui a Porto ed è morto poco dopo essere tornato in Italia. Ha chiesto che le sue ceneri venissero versate nel Douro*. Era il suo desiderio, e la moglie lo ha rispettato. Credo che, come accade a me, qui si sentisse a casa”.   

Un’esperienza di espatrio, quella di Roberto, che non rappresenta necessariamente una rottura con il passato, e non insegue nuove opportunità lavorative o un ideale di benessere economico. A volte per stare bene basta semplicemente trovare un posto dove, quando atterri, senti di essere arrivato.

*Il Douro è uno dei maggiori fiumi della penisola Iberica, ndr).
Questo articolo fa parte di una piccola serie sul benessere psicologico in mobilità internazionale, pensata per chi si trova in una traiettoria d’espatrio ma anche per chi quella traiettoria la osserva, talvolta da lontano.