Nel 2017 Federica ha raggiunto il marito che lavorava da due anni a Dublino; non lo ha fatto da sola, ma con la loro figlia Ada, che all’epoca aveva 8 anni e parlava solo l’italiano.
Federica è una donna consapevole, sensibile, intelligente, forte, determinata, responsabile e generosa: ho pensato subito a lei per poter dare un volto e una storia alle riflessioni e alle domande che guidavano la scrittura di questo articolo. Federica si è dovuta reinventare più volte già in Italia e, con grande coraggio e fiducia, ha scelto di farlo anche da madre e moglie, mettendo in secondo piano, almeno per un periodo, la sua identità professionale.
La conciliazione tra il lavoro retribuito e il lavoro (invisibile) di cura
Ancora oggi, nella maggior parte dei casi, a seguire il partner sono le donne. Federica, che difficilmente si fa incasellare in visioni stereotipate e rigide, si è mossa “con” la propria figlia, ma soprattutto ha deciso di muoversi “per” raggiungere il marito e per poter ricostruire e vivere la dimensione familiare più vicina ai valori e agli ideali suoi e del partner.
Una volta arrivata a Dublino, Federica ha subito constatato quanto fosse insostenibile a livello economico [1] affidare sua figlia ad una baby sitter nelle ore pomeridiane in assenza di attività extrascolastiche nel pomeriggio:
“Quindi ho deciso di non lavorare e mi sono dedicata a fare volontariato nella scuola di mia figlia”, dice, “e questo ha facilitato la nostra integrazione nel nuovo tessuto sociale. Non lavorando ho avuto, ad esempio, il tempo di organizzare le ‘playdates’, molto diffuse in Irlanda. Invitavo, cioè, alcune compagne di scuola di mia figlia a venire a giocare a casa nostra, organizzando anche le attività da fare e la merenda. Ricordo che il primo di questi incontri è stato occasione per rivelare un mio fraintendimento culturale! Stavo accompagnando mia figlia e le sue amichette in auto dopo l’uscita da scuola, quando una di loro mi chiede che cosa avrebbero mangiato per pranzo… per farla breve, in quel momento ho realizzato che io avevo sempre preparato il pranzo, con tanto di gavetta per tenere tutto al caldo, da dare a mia figlia a scuola, mentre gli altri genitori davano loro una merenda più leggera perchè il pranzo vero e proprio veniva consumato a casa dopo l’uscita da scuola… ovviamente tornata a casa ho preparato velocemente un pranzo per tutte!”
Come spesso accade, soprattutto nei primi anni dopo il trasferimento e fino a che la figlia è stata una bambina, Federica e la sua famiglia hanno frequentato molto la comunità italiana di Dublino. In particolare, la madre italiana di una bambina di un anno più piccola della figlia che frequentava la stessa scuola è stata “il suo faro”.
La Primary School: gioco, leggerezza, supporto
Il sistema scolastico irlandese è composto dalle crèches, i nostri asili nido, che però non sono obbligatori e sono generalmente delle strutture private molto piccole con costi elevati – a cui il governo contribuisce col pagamento di solo poche ore al giorno – e liste d’attesa molto lunghe.
La Primary School è rivolta a bambini e bambine con età compresa tra i 4 [2] e i 12 anni e in genere le lezioni si svolgono con orario mattutino, terminando al massimo nel primo pomeriggio.
Federica sottolinea come la figlia “in un solo anno scolastico è riuscita ad arrivare allo stesso livello di padronanza linguistica dei suoi compagni di classe, grazie anche al grande supporto dato dalla scuola che metteva a disposizione un insegnante ad hoc per bambini e bambine non parlanti la lingua inglese. Mai nessuno ha fatto sentire mia figlia come inferiore o diversa”.
Secondo Federica, durante la Primary School, gli insegnanti motivano e proteggono tantissimo bambini e bambine, che non vengono mai umiliati ma sempre incoraggiati, i voti non vengono espressi in numeri ma con adesivi con frasi del tipo “Well done” o “Great job”. Non vengono assegnati quasi mai i compiti a casa o durante le vacanze – anche perché i concetti vengono spesso ripresi e ripetuti durante l’anno scolastico -, esiste un programma ministeriale che indica per lo più obiettivi da raggiungere e concetti da approfondire e, in genere, le lezioni sono molto più leggere e giocose rispetto all’impostazione italiana.
Come già espresso in un altro articolo che raccontava l’esperienza della Primary School in UK, potremmo affermare che questa impostazione vanta un approccio più costruttivo e accogliente, in grado di valorizzare e motivare tutti gli studenti. Tuttavia, la storia di Federica e di molti altri expat mette in luce quanto il tempo, le competenze messe in campo dai genitori e la loro capacità di costruire una rete sociale possono agevolare il processo di inserimento positivo nel nuovo contesto.
La Secondary School e il Transition Year: l’incentivazione alla scelta
La Secondary School va dai 13 ai 18 anni e, accanto ad alcune materie obbligatorie (come inglese, irlandese, matematica), gli studenti possono scegliere autonomamente [3] quali altre materie studiare.
Il quarto anno scolastico, a cavallo tra il Junior Cycle e il Senior Cycle, definito Transition Year, è un anno di sperimentazione, che non è obbligatorio e non prevede esami finali. L’obiettivo principale è fornire agli studenti opportunità di crescita e sviluppo personale. Ci sono però molte differenze tra ciò che offre ogni scuola e i vari moduli a cui il singolo studente può accedere (progetti di imprenditorialità, attività di volontariato, workshop pratici, sport outdoor e vere e proprie esperienze lavorative).
“Studenti e famiglie sono spinti ad essere molto proattivi”, come Federica ben sottolinea, “e a cercare anche autonomamente opportunità formative per i propri figli. Ad esempio, si possono frequentare anche dei corsi universitari ma, oltre ad individuarli, per essere ammessi è necessario presentare, entro i termini di scadenza, una lettera motivazionale dello studente, la pagella, due lettere di presentazione di due insegnanti. Questo vuol dire che la famiglia deve essere in grado di reperire le informazioni e deve essere provvista di una rete di conoscenze, del tempo e delle capacità per permettere al proprio figlio di accedervi”. Il background sociale ed economico delle famiglie non è quindi neutro, e influenza quanto il Transition Year possa essere realmente un anno ricco di esperienze significative che indirizzi il proprio futuro.
Dopo il quinto anno di Secondary School è previsto un altro esame per conseguire il Leaving Certificate.
Pianificare le attività per i figli durante le pause scolastiche: tempismo, creatività, rete. E le pari opportunità?
L’anno scolastico irlandese è scandito da diverse pause [4]; le famiglie devono quindi organizzarsi di conseguenza e, se non possono badare ai figli perché lavorano, devono iscriverli per tempo in uno dei vari camp, con costi medi di 150 euro a settimana a carico della famiglia. “Tra febbraio e aprile è necessario avere la pianificazione già fatta!”, dice Federica, “Un altro bel carico mentale e materiale sulle spalle delle famiglie”.
Anche il sistema scolastico italiano prevede delle pause, la più lunga delle quali, anche a livello europeo, è certamente quella estiva di ben 14 settimane. Anche in Italia, in modo non omogeneo sul territorio e con proposte molto diverse, sono organizzati i centri estivi, in genere gestiti da associazioni sportive o religiose.
In estate, non tutti hanno le stesse opportunità di continuare a imparare, sperimentare, fare sport, leggere, visitare musei o vivere esperienze significative. Questa differenza di opportunità rischia di ampliare le disuguaglianze educative. La ricerca internazionale parla di summer learning loss [5] e di summer opportunity gap: bambini/e e ragazzi/e hanno bisogno di vacanze, gioco e tempo libero. Quando però la pausa scolastica estiva è così lunga, diventa ancora più importante offrire opportunità educative di qualità durante l’estate, soprattutto a chi ne ha meno, utilizzando la scuola come infrastruttura aperta al territorio [6].
La lunga pausa scolastica estiva può incrementare le disuguaglianze?
La prima e più approfondita ricerca che ha confermato l’esistenza del fenomeno del summer learning loss anche in Italia è stata condotta da Morena Sabella, ricercatrice all’Università La Sapienza di Roma. Il punto di partenza dello studio è che la vacanza estiva incide – positivamente e negativamente – soprattutto sulle capacità linguistiche di bambini/e e ragazzi/e, ma non nello stesso modo.
Il fattore familiare che sembra incidere maggiormente sul summer learning loss è lo status socio-economico e culturale (ESCS), determinato principalmente dal livello di istruzione dei genitori, dallo status occupazionale e dalle risorse educative domestiche. La ricerca evidenzia che gli studenti provenienti da contesti svantaggiati subiscono una maggiore perdita di competenze durante la pausa estiva rispetto ai loro coetanei. Un divario che non riguarda solo l’apprendimento scolastico, ma anche il mancato sviluppo delle competenze cosiddette “non cognitive” quali l’autostima, le relazioni sociali, la creatività, le capacità di problem solving.
La scuola e gli insegnanti fungono da equalizer, hanno cioè la capacità, durante l’anno scolastico, di far recuperare agli studenti con background svantaggiato il gap perso durante l’estate. Questo però non è sufficiente, perché le differenze sono comunque crescenti negli anni e l’accumulo delle perdite estive pesa anche sulla scelta di proseguire gli studi, portando a incrementare la dispersione scolastica.
Solo una vera comunità educante può fare in modo che la scuola non lasci indietro nessuno
Le pause nel processo di apprendimento sono fondamentali anche per consolidare ciò che si è appreso; senza pretendere di banalizzare i modi possibili e innovativi [9] in cui la scuola possa garantire pari opportunità di qualità a tutti i suoi studenti in modo personalizzato, anche in sistemi scolastici che si definiscono inclusivi e ricchi di opzioni che mettono al centro gli studenti e loro i talenti, i mezzi posseduti e messi in campo dalle famiglie e dalla loro rete sociale fanno la differenza rispetto alle concrete possibilità di immaginare e costruire il futuro dei nostri ragazzi e ragazze.