Tra le molte cose dette sui giovani in questi giorni, una è particolarmente importante. L’ha pronunciata il Presidente della Repubblica al Quirinale, alla cerimonia dei Cavalieri del Lavoro, chiedendo di non rivolgersi ai giovani con indifferenza o, peggio, con «meschina sottovalutazione». Voglio ringraziare il Presidente per aver sottolineato con chiarezza questo aspetto cruciale. Sottovalutare deliberatamente una persona, prima ancora di essere un giudizio sbagliato o fazioso, rivela un ascolto che non c’è stato.
Che cosa succede a chi non viene ascoltato
Kipling Williams, che all’ostracismo ha dedicato buona parte della carriera, ha mostrato che essere ignorati tocca quattro bisogni di base: sentirsi parte di qualcosa, la stima di sé, l’impressione di avere un minimo di controllo sulle cose e il senso del proprio esistere (Williams, 2007). Bastano pochi minuti. Negli esperimenti con Cyberball, un gioco al computer in cui tre giocatori si passano una palla, a un certo punto uno dei tre smette di ricevere i passaggi: l’esclusione da parte di perfetti sconosciuti è sufficiente a far calare le misure di tutti e quattro i bisogni.
All’esclusione le persone reagiscono in due modi: o provano a rientrare nella relazione, facendosi più accomodanti, oppure, se la porta resta chiusa, arrivano la rabbia e il ritiro. Non essere ascoltati, inoltre, è un atto invisibile: non lascia tracce, perché è qualcosa che semplicemente non è accaduto. E questo porta con sé una seconda sottovalutazione, quella della gravità dell’omissione.
Gli studi sulla giustizia procedurale, avviati da Thibaut e Walker (1975) e proseguiti da Tom Tyler (1990), mostrano che le persone accettano più volentieri una decisione, anche sfavorevole, se prima hanno potuto dire la loro e sono state trattate con rispetto. Nella legittimità che riconosciamo a una regola, l’ascolto che l’ha preceduta pesa spesso più del risultato.
Il pericolo di un’unica storia
Nel 2009, in una conferenza TED a Oxford, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha parlato del «pericolo di un’unica storia»: se di una persona o di un popolo si racconta una cosa sola, sempre la stessa, quella narrazione finisce per diventare ciò che sono.
In casa sua, da bambina, lavorava un ragazzo, Fide, di cui la madre le aveva detto solo che la famiglia era molto povera. Quando vide un cesto intrecciato con cura dal fratello di Fide, si stupì: non le era passato per la mente che in quella famiglia qualcuno potesse fare qualcosa. La povertà era l’unica storia che aveva di loro. Anni dopo, all’università negli Stati Uniti, si trovò dall’altra parte: la compagna di stanza si meravigliò del suo inglese, le chiese di ascoltare la sua «musica tribale» e provò pena per lei prima ancora di conoscerla. Un’unica storia dell’Africa, fatta di catastrofi, non lasciava spazio alla possibilità di incontrarsi da pari. E Adichie racconta anche la propria fallacia, per sottolineare come nessuno di noi sia immune, costantemente, dal pericolo di una unica storia, della semplificazione. Immersa nella cronaca statunitense sull’immigrazione, a Guadalajara si sorprese a guardare persone che andavano al lavoro e ridevano, e si vergognò di aver assorbito, lei per prima, un’unica storia dei messicani.
Il punto di Adichie è che gli stereotipi non sono tanto falsi quanto incompleti: prendono una storia e la fanno diventare l’unica. E chi la racconta dipende dal potere. In igbo, dice, c’è la parola nkali, «essere più grande di un altro»: le storie dipendono da chi le racconta, da quando e da quante se ne raccontano, e il potere è la capacità di raccontare la storia di un altro e di farne la versione definitiva e unica.
È la posizione in cui si trovano gli adulti rispetto ai giovani, e un Paese rispetto a chi lo lascia. «I giovani di oggi», «i cervelli in fuga», «quelli che se ne sono andati»: ogni volta che una formula basta a chiudere il discorso, un’unica storia ha preso il posto delle molte che ci sarebbero da ascoltare. L’ascolto è, in concreto, il modo in cui un altro punto di vista riesce a entrare e a porre nuove domande: una strada che apre e fa germogliare pensieri nuovi.
L’ascolto, visto da chi parla
Come si sente chi viene ascoltato in modo autentico? Guy Itzchakov e Avraham Kluger hanno costruito una serie di esperimenti in cui le persone parlano di un tema su cui hanno un’opinione con ascoltatori istruiti ad ascoltare bene oppure male. Chi viene ascoltato con attenzione, empatia e senza giudizio prova meno ansia sociale e si difende di meno; si accorge più facilmente delle contraddizioni nelle proprie idee e riesce a conviverci; alla fine ha posizioni meno estreme e, allo stesso tempo, più chiare a se stesso (Itzchakov et al. 2017; Itzchakov et al, 2018).
Le persone ascoltate con attenzione e senza pregiudizio non ne concludono che l’altro sia d’accordo con loro. Quello che un buon ascolto comunica è un’altra cosa: che si può dire quello che si pensa senza doverne pagare lo scotto. Ed è questa sicurezza, molto più dell’approvazione delle proprie idee, che permette di costruire un pensiero complesso, riflessivo, inclusivo. Come evidenziato nel libro active listening del 1957 di Carl Rogers e Richard Farson, il libro che porta l’ascolto attivo come pratica fuori dai confini della psicoterapia, nei luoghi di lavoro e nelle comunità, chi si sente capito smette di irrigidirsi e può permettersi di esplorare posizioni meno polarizzate e radicali.
Andata e ritorno
Veniamo al nostro punto di osservazione. Chi studia la migrazione sa, e lo abbiamo scritto in Traiettorie guida psicologia all’espatrio, che partire sottende raramente una sola motivazione. Il processo comincia molto prima dell’atto, dai primi pensieri fino a quando andarsene inizia a sembrare un’opportunità concreta, praticabile, desiderabile. Le spinte possono essere molte, professionali, affettive, di esplorazione, di fuga e si combinano con tonalità emotive anche molto diverse tra loro: curiosità, rabbia, voglia di mettersi alla prova, senso di ineluttabilità, trascinamento. Ci sono fasi della vita in cui partire può apparire più semplice che restare. E tra le molle c’è anche il mancato ascolto delle proprie istanze: da studenti, da lavoratori, da cittadini
Henry Chesbrough (2003), studiando come innovano le imprese, ha descritto il passaggio dall’innovazione chiusa, in cui tutto nasce e resta dentro, a quella aperta. Una delle ragioni del passaggio è che le persone si muovono: cambiano azienda, se ne vanno, si portano via idee e ne portano altre. Un’organizzazione che lo accetta tiene i confini porosi, lascia che chi esce resti in rete, permette di farne parte senza farne parte al cento per cento. Andarsene, dopo un certo tempo, non è un tradimento né un fallimento: è uno dei modi in cui le persone, le organizzazioni crescono e fanno esperienza di sé e del mondo, esplorando nuovi contesti.
Vale anche per un Paese. Il problema, dunque, non è che i giovani partano, ma che partano del tutto, senza un filo che permetta, a chi lo desidera, di tornare o di restare a metà. E quel filo si tesse negli anni che precedono la partenza. È difficile restare in contatto con un luogo che non ti ha ascoltato, perché la rabbia e la frustrazione restano attive a lungo e impediscono alla relazione con il Paese di evolvere, fino a cristallizzarla in quello che Gregory Bateson ha descritto come un doppio legame. Si ha un doppio legame quando due messaggi si contraddicono, «qui non c’è posto per te» e «torna», quando non c’è spazio per dire che si contraddicono, e quando la relazione, come quella con il Paese d’origine e a differenza di un lavoro, è di quelle da cui non si esce davvero. Sentirsi spinti via e insieme costantemente richiamati, mentre il Paese invecchia e ha sempre più bisogno di loro, è qualcosa di molto violento.
Si parla molto, in questi anni, di far tornare chi è partito. Nello stesso discorso del Quirinale, il Presidente ha detto che molti giovani rientrerebbero volentieri se fosse loro offerto «un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi realizzare». Ma un Paese con i confini porosi non ha solo chi resta e chi torna: ha chi sta fuori e continua a farne parte, con un lavoro, un progetto, un voto, una rete, e ha chi arriva da fuori e chiede di farne parte. Nell’innovazione aperta le idee che entrano contano quanto quelle che escono. Il cammino di cui parla il Presidente comincia da lì, dal chiedere a chi è partito, e a chi è arrivato, di che cosa avrebbe bisogno, e dall’ascoltare risposte e proposte: ascoltare per conoscere, per riconoscere, per apprendere.
Qualche malinteso da evitare
Ascoltare non vuol dire essere d’accordo, e non vuol dire giustificare. Vuol dire sospendere per un po’ la nostra ipotesi sull’altro e lasciare spazio alla sua, innanzitutto per comprendere che cosa sta accadendo. Non è una tecnica per calmare le acque, perché chi viene ascoltato in modo strumentale, per essere gestito, di solito se ne accorge e si arrabbia ancora di più. E non è nemmeno un modo per trattenere. Chi ascolta non impedisce a nessuno di partire, fa in modo che chi parte possa farlo separandosi nel modo migliore possibile. Ascoltare davvero significa accogliere un pensiero diverso e accettare che possano esistere visioni alternative, anche molto lontane dalla nostra. Non vuol dire farlo passivamente. Si ascolta anche domandando, dialogando, proponendo il proprio punto di vista per vedere se e come viene accolto. E ascoltare non esclude il conflitto. Non lo elude, lo affronta, magari con timore, ma senza sottrarsi alle responsabilità del proprio ruolo. È una funzione adulta, non scontata, che richiede di essere allenata a fondo. Ma è l’unico modo che abbiamo per comprenderci e cooperare.
La «meschina sottovalutazione» di cui parla il Presidente è dunque nella mia lettura aver già deciso chi è l’altro prima di averlo ascoltato, da una posizione, di potere e privilegio, in cui ci si può permettere di non farlo. Il contrario non è la lode, e non è l’indulgenza. È il tempo che si dà a una persona, o a una generazione, per dire chi è, e che si dà a noi per comprenderla.