Lo shock culturale inverso: quando si pensa al ritorno

Che cos’è il reverse culture shock, il processo di ri-adattamento alla propria cultura di origine quando si dice di rientrare

L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso.
(Anne Carson)

Si può vivere un’intera vita via di casa. Partire per poi non tornare più. Questo capita ad un gran numero di expat che, per motivi di lavoro, coniugali o solamente per scelta individuale, scelgono di non ristabilirsi più nel proprio paese d’origine.

Esiste però anche un numero non proprio trascurabile di expat che, ad un certo punto della propria Traiettoria di espatrio, optano per il ritorno. Scegliendo di riavvicinarsi ai propri luoghi, ai propri cari e a tutto quel mondo che per molto, forse troppo tempo, hanno conservato quasi immutato nei ricordi del proprio passato.

Molti expat conoscono bene la sensazione che si prova nel ritornare per brevi periodi, magari per una vacanza, nella propria terra d’origine. L’entusiasmo degli odori e dei sapori di sempre, le persone care, un po’ cambiate dal tempo ma sempre là; quella particolare sensazione di sicurezza…

Ma è veramente così? Se si decidesse di tornare definitivamente, siamo sicuri che troveremmo tutto così com’era prima, o meglio, così com’è quando ci si culla nei ricordi, in quei momenti di nostalgia che ogni tanto affiorano se si decide di fare una vita da expat?

Il reverse culture shock: ri-adattarsi alla propria cultura di origine

Sembrerebbe che chiunque decida di ritornare debba in qualche modo fare i conti con quello che viene definito reverse culture shock”, una fase di adattamento alla cultura d’origine che può causare gli stessi effetti dell’adattamento ad una cultura straniera, con la differenza che questi effetti sono le conseguenze psicologiche di un processo di ri-adattamento alla propria cultura [1].

Già nel 1963, Gullahorn e Gullahorn, sostenevano che “chiunque scelga di rimpatriare sarà chiamato ad affrontare un periodo di crisi, poiché dovrà trasformare le proprie aspettative, i propri ricordi, la propria identità e le proprie relazioni per via di un contesto che non è più quello che era stato abbandonato molto tempo prima”[2] .

In base alla durata dell’assenza, all’entità della presa di distanza, ai preesistenti legami familiari, le incongruenze esperite possono coinvolgere il sistema di valori, l’affettività, per via dei sentimenti di distacco dalla famiglia e dalle amicizie, nonché le funzioni cognitive, come ad esempio la percezione di disorientamento ambientale.

Numerose sono le testimonianze di reverse culture shock che hanno coinvolto gli expat al momento del ritorno.

Nel caso di soggiorni brevi, come ad esempio quelli in seno ai programmi di studio Erasmus ed Overseas, spesso ci si imbatte nella percezione che il periodo trascorso all’estero non si sia trattato di un’esperienza reale, non si hanno persone con cui condividere le esperienze passate all’estero e capita di sentirsi incompresi nei propri racconti.

Per chi invece rientra dopo molti anni di assenza, la percezione di disorientamento è amplificata non solo dal tempo trascorso, ma anche dal fatto che il contesto natio potrebbe essere radicalmente mutato. In questi casi spesso ci si accorge di aver perduto padronanza della propria lingua nativa e di come le cose siano radicalmente mutate nel periodo della nostra assenza: sono cambiati gli spazi, la popolazione, il linguaggio, perfino il cibo e i modi di dire… Anche aspetti prettamente materiali come il valore del denaro, l’assistenza sanitaria o la sfera lavorativa possono risultare estranei. Partire significa anche perdere la familiarità del proprio contesto; bastano pochi anni di lontananza per far diventare il proprio paese un luogo idealizzato, spesso non coincidente con la realtà che si troverà di fronte una volta tornati.

C’è un ulteriore aspetto: chi ritorna non è mai la stessa persona che aveva scelto di partire anni fa. Si cambiano le abitudini, i modi di pensare, il sistema di valori. Si diventa madri, padri, a volte addirittura nonni. Lo scorrere del tempo e le esperienze accumulate sono in grado di trasformare sia chi è partito sia chi è rimasto. Quando ci si accorge di questo cambiamento personale, si può avere la sensazione di essere fuori posto.

Le fasi del reverse culture shock

L’elaborazione di questa esperienza varia da persona a persona, ma generalmente il vissuto del ritorno segue un andamento piuttosto regolare: una iniziale euforia per la riconnessione con alcuni aspetti della propria identità lasciati in sospeso durante l’esperienza d’espatrio; un periodo di crisi in cui c’è confusione tra il ricordo e l’esperienza diretta del ritorno, che generalmente si esaurisce con l’adattamento al nuovo-vecchio contesto, accettando le differenze e le incongruenze tra l’idealizzazione del luogo d’origine maturata nell’esperienza d’espatrio e la realtà concreta in cui ci si trova reinseriti.

Alcuni studi effettuati su studenti al ritorno da periodi medio-lunghi di soggiorno formativo all’estero sembrano suggerire che un sostegno adeguato [3], non necessariamente psicoterapeutico, volto alla preparazione del rientro, unitamente ad alti livelli di “intelligenza culturale”[4] , rappresentino dei fattori di protezione in grado di ridurre la portata dello shock culturale da rientro. Saper utilizzare le proprie capacità cognitive, relazionali ed emotive in molteplici contesti culturali, muoversi, agire e ragionare in maniera efficiente in ognuno degli ambienti che si attraversano, rappresenta uno degli obiettivi più importanti per chi sceglie di vivere una vita in espatrio. Nondimeno, le stesse abilità e capacità rappresentano una fondamentale risorsa per coloro i quali un giorno decideranno di sospendere il proprio viaggio e “tornare a casa”.

D’altronde, non si torna mai così come si è partiti, ma sempre diversi.