Tornare “a casa” non è mai un semplice viaggio di andata e ritorno, perché la parola “casa” si trasforma nel tempo, ancora di più per chi vive stabilmente altrove. Ecco che le settimane d’estate trascorse nel paese d’origine rappresentano in realtà un tempo denso, in cui si intrecciano affetti, sensi di colpa, negoziati di coppia e la scoperta, spesso spiazzante, che casa non è più dove si pensava.
A raccontarcelo è Mattia, torinese, da undici anni a Taiwan, dove vive con la moglie taiwanese e la figlia Lia. Il suo è un ritorno in una “casa” che si ricompone continuamente intorno alle persone che restano e che, quando quelle persone cambiano o vengono a mancare, chiede di essere ridefinito. Il senso di colpa che spingeva i primi rientri ha lasciato spazio, con il tempo, a una scelta più libera; la fatica di conciliare due culture della famiglia – quella italiana fatta di doveri relazionali e quella più lontana, della moglie – è un lavoro costante di mediazione. E la nostalgia, quando arriva, non segue il calendario del rientro, ma quello degli affetti: si accende nei giorni in cui, altrove, qualcuno festeggia.
Una casa che si è svuotata
A chiunque viva lontano dal proprio paese d’origine capita, prima o poi, di riconoscere quello che Cesare Pavese chiamava lo “straniamento del ritorno”: la sensazione di appartenere a un luogo e, insieme, di non farne più parte. Dove sia davvero “casa” non ha mai una risposta definitiva, ma un flusso di riflessioni che si riaccende a ogni rientro.
Mattia risponde partendo da quello che non c’è più:
“Dovrei dire che casa mia è Torino, dove sono nato, cresciuto, e dove ho vissuto stabilmente fino a 11 anni fa. In realtà, però, a Torino la casa non ce l’ho più: i miei genitori sono tornati anni fa al loro paese di origine, in Sardegna, dove vive ancora mio padre dopo la scomparsa di mia madre, avvenuta un paio di anni fa. Se penso a dov’è la mia casa, quindi, la risposta è che non ce l’ho. Quando tornavo dalle vacanze a Taiwan, mi stupiva sentirla casa mia – mi stranivo un po’, ma l’appartenenza era ancora presente, sia in Piemonte sia in Sardegna. Adesso, da due anni a questa parte, quando torno in Italia non la sento più davvero ‘casa’. Oggi ‘casa’ è Taiwan, perché lì ci sono mia moglie e mia figlia; prima lo era Torino, ma ora che la mia famiglia non c’è più, e sono rimasti pochi amici, non la sento più mia. E poi non ci torno più tanto spesso: non faccio più il giro dei parenti, semplicemente perché non ci sono più le persone da andare a trovare – con il passare del tempo, sono sempre meno“.
Il corpo non mente: lo spaesamento del rientro
Il rientro, per Mattia, non è solo una questione di affetti: è qualcosa che si sente anche nel corpo, nei gesti, nella lingua.
“In Italia mi sento goffo, e capire tutto quello che dice la gente mi infastidisce. A Taiwan, invece, riesco ad astrarmi dal fatto di non capire cosa si dice intorno a me, per esempio in metropolitana. Qui in Italia, io e mia figlia – che ha 7 anni e con me parla solo in italiano – non possiamo più parlare male della gente senza essere capiti, e il fatto che gli altri ci capiscano quando parliamo mi fa uno strano effetto! Nei primi giorni mi sento come un turista appena arrivato, uno spaesamento vero: non mi sento nel mio ambiente“.
Una sensazione che ricorda quella del protagonista de La Luna e i falò, Anguilla, quando afferma che «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente e nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Eppure, ci ricorda Anguilla, tornato dall’America nelle sue amate Langhe, della propria terra riconosce ogni sentiero e ogni casa, ma allo stesso tempo si sente estraneo in quel mondo che credeva ancora suo, perché ormai “parla una lingua che lui non parla più“.
Dal senso di colpa alla scelta libera
Mattia individua da solo lo spartiacque della sua storia: prima e dopo la madre, prima e dopo la nascita di sua figlia.
“Mia madre lo richiedeva esplicitamente: per lei era impensabile che io non tornassi a casa almeno una volta l’anno. Non potendo lavorare da remoto, non era sempre semplice organizzarsi, ma tornare era comunque qualcosa che dovevo fare, soprattutto per lei. Due anni fa, però, ci ha lasciati, e il primo rientro a casa senza che ci fosse lei ad aspettarmi è stato difficile: è stato come se un pezzo di quella ‘casa’ fosse crollato.
Mio padre, che per indole è meno accogliente in generale, soprattutto verso mia moglie, che non parla italiano, non chiede visite frequenti o prolungate come faceva mia madre. Vivo ancora il lutto, e da una parte vorrei che lui fosse più accogliente; dall’altra, però, posso ammettere di essermi liberato da ogni senso di colpa.
Oggi torno il minimo indispensabile. Mi piace tornare in Italia in vacanza, e sento sempre di più che devo farlo per piacere, non più per dovere: l’anno scorso, ad esempio, non potevamo prendere un periodo lungo di vacanza, così abbiamo scelto di fare un viaggio in Giappone.
Quest’anno, invece, sono tornato per libera scelta, non per obbligo o senso di colpa. Oltre a rivedere gli amici a cui sono legato e alcuni parenti, tornare in Italia è importante per me anche perché voglio che Lia ‘viva’ davvero l’Italia. Lei parla e capisce perfettamente la nostra lingua, quella con cui comunichiamo ogni giorno, anche se la sua prima lingua resta ovviamente il mandarino. Ma un conto è parlare l’italiano con me, un altro è viverlo in Italia: è un’esperienza diversa, con un altro valore”.
Vacanze? Tra turismo e parenti
Sapere che il tempo delle vacanze è “a scadenza” cambia il modo di vivere le relazioni e i luoghi: c’è chi rischia di “consumare” quel tempo con ansia, e chi invece si blocca. Con l’arrivo della figlia, il modo di vivere le vacanze per Mattia è cambiato radicalmente.
“I primi anni mi mettevano molta ansia: quando il bambino è piccolo il tempo è dettato dai suoi ritmi, non puoi muoverti liberamente. A complicare le cose, mia madre voleva che andassi a trovare tutti, e questo ha rovinato le vacanze a me e a mia moglie: ero scisso, perché quelle persone le volevo vedere davvero, ma allo stesso tempo era un grande stress.
Il tempo con la mia famiglia, mia moglie e mia figlia, non era per nulla rilassato: mi rendevo conto che lei avrebbe voluto fare più la turista, visitare le bellezze dei luoghi in cui andavamo, così cercavamo una mediazione tra turismo e visite ai parenti. Pensavo che per lei stare con i miei parenti sarebbe stata sempre un’esperienza interessante, e invece a lungo andare non era così. Dovevo fare i conti con le differenze culturali: dalle sue parti i legami con la famiglia di origine sono più deboli, non ci sono le regole e le regolette che abbiamo noi. Sua madre abitava a un’ora di macchina da noi, ma in cinque anni è venuta a trovarci una sola volta; spesso era mia moglie ad andare da lei, da sola. Le riunioni famigliari sono molto meno frequenti rispetto all’Italia, e mia suocera, avendo tantissimi nipoti, dedica meno attenzione a ognuno, con un’evidente preferenza per i maschi, in linea con la cultura taiwanese.
Oggi è diverso: mi sono scottato e mi sono rovinato troppe vacanze per colpa dell’ansia, quindi ho imparato a fare una selezione naturale e vedere solo le persone che voglio davvero vedere. Lia è più grandicella, e ci muoviamo con più libertà”.
Una nostalgia che arriva in differita
Tornare nel proprio paese d’origine porta a un duplice impatto: sentirsi cambiati in un luogo che non cambia, oppure sentirsi gli stessi in un luogo che invece cambia. Per Mattia prevale la prima sensazione, quella di un’Italia immobile:
“C’è un aspetto che non cambia dell’Italia, se la paragono a Taiwan: la difficoltà di fare alcune cose pratiche, che lì invece sono molto più semplici. Ad esempio, individuare i trasporti giusti per raggiungere un posto, o trovare gli orari corretti di un luogo di interesse o di un servizio. Spesso devi fare i conti con l’eccezione, la chiusura improvvisa non segnalata, la complicazione nascosta. A Taiwan, nella quotidianità, è tutto molto più fruibile e facile“.
È proprio in questo scarto, tra un’Italia che resta sempre uguale e una vita quotidiana altrove che invece lo ha cambiato, che si inserisce il rientro a Taiwan dopo le vacanze: un momento che Mattia distingue con precisione da quello, successivo, in cui la nostalgia si fa sentire davvero:
“Dipende da come sono andate le vacanze. La nostalgia non è mai immediata: quando torni puoi sentirti anche molto stanco, o addirittura sollevato di tornare alla routine, perché è sempre un’esperienza intensa. La malinconia arriva dopo, di solito, nel mio caso quando ci sono le feste comandate: a Natale, per esempio, io lavoro, perché qui non si festeggia. Sapere che gli altri festeggiano, si ritrovano, mentre tu lavori, ci pensi, perché è un’abitudine che hai avuto per trentacinque anni della tua vita.
Al contrario, al capodanno cinese sono loro a godersi la famiglia, non io: c’è la riunione dei cugini, la cena con gli amici, si fa tutto. Anche se qui i legami famigliari non sono forti come in Italia, il capodanno cinese ha regole molto precise: il primo giorno c’è lo scambio delle buste rosse, a cui hanno diritto tutti i bambini e gli adolescenti, poi c’è il giorno delle figlie femmine, il giorno dei figli maschi, un giorno tutti insieme, uno con gli amici, e uno per la libera aggregazione. È bello viverlo, ed essere chiamato a farne parte, ma mi ricorda sempre che lì non c’è la mia famiglia di origine“.
Forse è proprio questo il punto: “casa” non è un luogo che si conserva intatto ad aspettarci, ma qualcosa che si ricostruisce ogni volta, un luogo fisico fatto di persone: chi resta, chi se ne va e chi nasce. Tornare non significa più ritrovare ciò che si era lasciato, ma imparare a riconoscersi in ciò che, di quel luogo, continua a vivere dentro di noi e che è in continuo mutamento.