Per chi ha lasciato il proprio paese d’origine da giovanissimo, “casa” può restare un luogo che non si è mai davvero abitato da adulti: un’idea più che un indirizzo, costruita a colpi di ricordi, odori, stagioni giovanili.
È quello che racconta Laura, palermitana, che nella sua città d’origine, dove vive ancora parte della sua famiglia, torna diverse volte l’anno. Dopo l’università e alcuni anni a Torino, dove ha conosciuto il marito, e un periodo ad Amsterdam, vive da diciassette anni a Bruxelles, con il marito, quattro figli e un cane. Da qualche anno lavora da remoto, e questo le permette di tornare in Sicilia più spesso e di restarci più a lungo rispetto al passato.
Una mitologia costruita a distanza
Lasciare casa a 19 anni, per la generazione degli attuali genitori over 40, significa spesso aver vissuto fuori più tempo di quanto se ne sia vissuto nella propria città d’origine. È il caso di Laura, che da allora ha vissuto fuori Palermo più a lungo di quanto ci abbia vissuto. Eppure, il richiamo della città, dice, non si è mai affievolito: è un richiamo che riguarda più il cuore, che inevitabilmente idealizza, che l’esperienza reale.
“Credo di aver costruito, dopo tutti questi anni, una mitologia di casa e origini scollegata dalla realtà. Il ritorno a casa continua ad avere un richiamo simbolico, emotivo, un carico enorme, che però è molto astratto: non ci ho mai vissuto nella vita adulta, non ci ho mai lavorato, non so cosa vuol dire viverci davvero“.
È un legame che passa soprattutto dai sensi, spiega, più che da una quotidianità ormai troppo lontana nel tempo:
“Ci sono una serie di sensazioni legate all’essere a Palermo che mi procurano un’intensa emozione, e che mi richiamano cose dell’infanzia e della giovinezza. Per esempio odori e profumi associati a certe stagioni, sono la mia madeleine proustiana. Non ho mai avuto una mappa di sensazioni sensoriali così potenti in un altro luogo in cui ho vissuto“.
E c’è anche il piacere, sempre più raro, di riconoscersi nei luoghi: “Mi dà piacere conoscere ancora bene i quartieri, le strade. Da ragazzina girare per il centro storico ed esplorarlo mi piaceva da morire“.
Laura racconta una Palermo degli anni Novanta ancora abbandonata, che lei e le sue amiche hanno “conquistato” pian piano, prima delle prime ristrutturazioni: “Oggi il centro è stato pedonalizzato, ed è pieno di turisti. Però il fatto che quel pezzo di Palermo sia stato restituito alla città è bello: è comunque meno gentrificato di altre, e ci sono ancora quartieri popolari in centro“. Anche il paesaggio fisico resta un richiamo fisso: “Quando sono in una città in discesa in bici, ho sempre l’impressione che in fondo ci sia il mare“.
E poi c’è la vita culturale di allora, che Laura ritrova in lampi improvvisi anche oggi: “Palermo negli anni Novanta era una città molto attiva culturalmente: festival di teatro, autori internazionali. Io e le mie amiche andavamo a vedere qualsiasi spettacolo, assorbivamo tutto. L’anno scorso sono andata a vedere una rassegna in un cinema, e uscire di pomeriggio mi ha fatto rivivere quella sensazione, quella curiosità di imparare cose nuove. Ci sono anche a Bruxelles, ma lo spirito con cui le vivo non è lo stesso“.
Non è un legame che riguarda solo Palermo. Anche Torino, dove Laura ha vissuto da studentessa, ha lasciato un segno, anche se negli ultimi anni si è affievolito: “Separarmi da Torino è stata dura, all’inizio: era come la mia seconda casa. Poi il legame si è logorato, non so perché. Per Palermo è diverso, ci sono nata e cresciuta, e lì vive la mia famiglia”.
L’ossimoro delle vacanze a casa, tra piacere e senso di colpa
Parlare di “vacanze a casa” è quasi un ossimoro: un tempo di riposo che si carica di obblighi relazionali. La parentesi estiva per molti rappresenta inizialmente una costrizione, e con il tempo si va alla ricerca di un equilibrio tra piacere e dovere.
“Non lo faccio solo per costrizione, però c’è un elemento di senso di colpa per non essere stata lì per tanto tempo, e le due cose sono strettamente collegate. Ci sono cose che oggettivamente mi piacciono e faccio volentieri, ma anche alleviare il senso di colpa è una cosa che dà piacere: stai meglio quando te lo togli“.
Questo equilibrio tra piacere e dovere si riflette anche nelle scelte più pratiche, come dove passare il tempo una volta tornata: nel corso degli anni Laura ha capito di preferire la città alla casa al mare della famiglia.
“A Palermo è meglio. La casa al mare mi sta stretta: non ho mai avuto l’idea di non rinunciarci mai, e dopo un po’ che sono lì starei meglio in vacanza altrove. E con il passare degli anni, ammette, il senso di colpa non si è affievolito, semmai il contrario: “Con l’aumentare dell’età, in particolare quella dei genitori che invecchiano, aumenta anche il senso di colpa, e passo sempre più tempo lì: è come un ticchettio“.
Come Anguilla, il protagonista de La luna e i falò di Cesare Pavese, che tornato al paese natale si scopre insieme dentro e fuori da quel mondo, chi vive stabilmente altrove spesso racconta di sentirsi cambiato nel corpo, oltre che nella testa, quando rimette piede a casa. Per Laura questo cambiamento passa soprattutto dal ritmo: da un’iperattività quotidiana, quella di Bruxelles, a un rallentamento quasi brusco.
“Nella quotidianità, a Bruxelles, sono iperattiva. Da mamma di quattro bambini, tra lavoro e impegni di tutti, non mi fermo mai. A Palermo rallento brutalmente, il tempo è più lento, mi sembra di utilizzarlo peggio. Ma la differenza più grande è legata al fatto che torno a sentirmi ‘figlia‘”. Questo cambio di ritmo non riguarda solo lei: cambia anche il modo in cui gli altri la guardano, o come lei crede di essere vista. “A Bruxelles a volte passo per un’asociale, una che si fa i fatti propri. A Palermo nessuno mi considera un’asociale, anzi”.
Il tempo a casa ha una scadenza: fare il pieno di affetti
Sapere che il tempo delle vacanze è limitato cambia inevitabilmente il modo di vivere le relazioni. C’è chi rallenta e si blocca, e chi, invece, riempie ogni istante fino all’orlo.
“Il mio tempo in Italia, tra Palermo e Torino, città di mio marito e dove vivono molti nostri amici, è molto intenso. Esco tutte le sere, vedo amici a pranzo, cerco di riempire ogni momento per fare il pieno di affetti prima di tornare a Bruxelles. È una cosa un po’ nevrotica, ma gioiosa e appagante al tempo stesso“.
Dietro questa intensità, spiega, c’è anche uno squilibrio più profondo, legato a dove ha scelto, o non ha scelto, di radicarsi: “Il mio investimento nelle relazioni a Bruxelles non è mai stato paragonabile a quello in Italia o con amici all’estero incontrati in altre epoche della vita. Le mie relazioni più forti e importanti non sono nella città in cui vivo. Sono sempre stata bloccata nel costruire forte relazioni lì“.
Tornare in un luogo che si conosce a memoria porta spesso a un doppio effetto: sentirsi cambiati in un posto che sembra immobile, o accorgersi che è il posto a essere cambiato mentre si credeva di essere rimasti uguali. Per Laura, i due piani si confondono continuamente.
“È difficile distinguere cosa sia cambiato in me e cosa sia cambiato nella città. Penso che non sia cambiato il modo in cui si vive la genitorialità che osservo a Palermo, e in parte anche a Torino. Ma prima non lo percepivo, perché non ero genitore e non avevo assorbito una cultura più nord-europea dell’esserlo”. Anche il carattere delle due città, dice, le appare oggi più netto proprio perché lei si è abituata ad altri standard: “Credo che Palermo sia sempre stata molto sporca e inefficiente, e Torino spenta e poco dinamica, ma lo noto di più adesso, perché mi sono abituata ad altro, e in qualche modo questo mi ha cambiata“.
Chiudere la valigia e tornare a Bruxelles, dopo settimane vissute a pieno regime tra affetti e città d’origine, non è mai un gesto neutro. Alla domanda su cosa provi nei giorni successivi al rientro, Laura non ha dubbi:
“Grande, grandissima nostalgia, ma anche voglia di ritrovare le mie consuetudini domestiche“.
Due sentimenti che convivono senza escludersi: il vuoto lasciato da una Palermo vissuta a pieno, e insieme il bisogno di rientrare in una routine che, con quattro figli e una vita costruita altrove, ha ormai le sue regole precise.
Casa non è un luogo unico e stabile, ma un doppio movimento, un’appartenenza che si rinnova ogni estate, e che esiste perché c’è, a fine vacanza, una quotidianità che aspetta altrove.