Espatrio: storie di chi parte e di chi resta

In una traiettoria d’espatrio c’è sempre qualcuno che parte e qualcuno che resta, accompagnando il movimento migratorio da lontano. Il film “Past lives” racconta magistralmente l’esperienza della separazione e l’importanza del mantenere un contatto la propria origine, nonostante la nostalgia.

“Past lives”. Il film ha ricevuto, nel 2023, la nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Parla d’amore e di espatrio. Di chi parte e di chi resta. Di ciò che si lascia e di ciò che si porta con sé.

A volte si parte da soli, mentre tutti gli altri restano. Altre volte si parte con tutta la famiglia nucleare, e allora a restare sono gli amici, le amiche, magari i nonni. C’è sempre qualcuno che resta più degli altri, qualcuno che più degli altri sentirà la nostra mancanza. 

In “Past lives”, a partire è la protagonista, Na Young, con i suoi genitori e la sorellina. Meta del viaggio: l’ America del Nord. La scelta è motivata dal lavoro dei genitori, impegnati tutti e due nel mondo del cinema. 

La piccola Na Young, che ora si chiama Nora, nome scelto da lei stessa per vivere in Occidente, ha solo 12 anni, ma aderisce in profondità al progetto. È ambiziosa, ha obiettivi personali. Dice ad Hae-Sung, suo amichetto coetaneo, che parte perché nessun coreano ha mai vinto un premio Nobel per la letteratura.

Il film non ci racconta la separazione da nonni, zii o altri parenti, ma si sofferma sulla figura di Hae-Sung, compagno di scuola di Nora. Il suo amico, bravo quasi quanto lei a scuola, e forse un po’ più maturo sul piano dei sentimenti. Lui è il “chi resta” significativo per lei. 

L’esperienza della separazione

Pochi giorni prima della partenza, la mamma porta Nora a passare un pomeriggio ai giardini con Hae-Sung. “Perché abbia dei buoni ricordi”, spiega la madre di Nora a quella dell’altro bambino. È un’attenzione che appartiene poco alla mentalità occidentale: una madre, nella parte del mondo da cui scriviamo, avrebbe forse evitato di farli incontrare, per impedire al sentimento della nostalgia di insinuarsi nell’anima della piccola. Ma, come vedremo più avanti, i coreani hanno meno paura di noi dei sentimenti complessi e hanno a disposizione, per maneggiarli, antichi concetti. Forse la madre stessa soffre della separazione dal suo mondo e vuole creare invisibili e potenti collegamenti.

I due bimbi si intendono alla perfezione: c’è magia nell’incontro ai giardinetti. Eppure, quando arriva il momento di separarsi, i due quasi non si salutano. Fanno gli indifferenti. Come fanno i bambini quando sentono delle emozioni che ancora non sanno nominare. 

La separazione, in qualsiasi forma (divorzio, morte, trasferimento) è una delle esperienze più difficili per un umano. Implica sempre una sofferenza consapevole o inconsapevole, soprattutto quando si tratta di bambine e bambini. 

Spesso, all’inizio, non facciamo molto caso al dolore, soprattutto se siamo noi a partire e siamo tutti presi ad affrontare le novità del presente. La consapevolezza dell’aspetto doloroso della separazione non è avvertita, resta sottotraccia per apparire più tardi, magari molti anni dopo. Magari quando uno strano sintomo ci porta nello studio di un terapeuta e si presentano sogni inquietanti. 

Per chi resta, invece, la consapevolezza del dispiacere, o del lutto, arriva prima, se non subito, e il bisogno di elaborazione e riparazione si fa impellente. Arriva immediatamente, nonostante oggi sia molto più facile tenersi in contatto rispetto a quando, anni fa, una chiamata telefonica costava carissima e ci si doveva affidare alle lettere, tanto più difficili da scrivere se attese con trepidazione.

Il ruolo della rete

Per altri 12 anni Nora e Hae-Sung non si tengono in contatto. Un giorno Nora, ormai giovane donna, scopre che lui la cerca, e sceglie di farsi trovare. Da quel momento l’incontro è quotidiano. Un appuntamento in rete diventa quasi il centro della vita: vedersi sullo schermo, da adulti, raccontarsi la giornata, un po’ scialba per entrambi – lui sempre con gli stessi amici al bar che lo interrogano e lo prendono in giro sui suoi amori lontani, lei alle prese col suo lavoro di scrittrice esordiente, meno esaltante che nella sua immaginazione di dodicenne. La conversazione quotidiana continua fino al giorno in cui Nora si rende conto che lui non potrà venire a trovarla prima di due anni. A quel punto, i due si perdono di nuovo.

Nora va avanti con la sua vita e incontra un giovane scrittore ebreo, Arthur. Si innamorano e vanno a vivere insieme a New York.  Una vita modesta fa da sfondo a un legame intenso, fino al giorno in cui Hae-Sung, alla soglia dei 30 anni, annuncia il suo arrivo negli Stati Uniti per una breve visita. Il film è il racconto di questa visita.

La potenza della lingua madre

Quello tra Nora e Hae Sung è un incontro di persona in cui le parole non sono molte; raccontano molto di più gli sguardi condivisi, le espressioni vibranti. La lingua madre, ancor più se usata con parsimonia, esprime tutta la sua potenza evocativa. 

Come le fa osservare Arthur, Nora in sogno parla in coreano. E coreana è la parola al centro dell’incontro tra Hae-Sung e Nora che ne distilla il senso: in-yun. Una parola intraducibile in inglese che esprime quella connessione misteriosa che può esistere tra due persone e che solo può essere spiegata con un incontro avvenuto in un altro universo, in un altro pianeta o in un’altra vita. L’espressione discende da una tradizione buddista ed esprime il concetto che il legame tra due persone trascende il limite dell’unica vita terrestre. Uno spirito, un ricordo, un’ emozione ha attraversato entrambi e ha lasciato il segno. 

L’augurio per un amore, nella cultura buddista, è: “possa il nostro amore durare molte vite”, una sintesi che offre ai legami un orizzonte più vasto e più profondo di quello che, in Occidente, colloca l’amore nella prospettiva di una sola esistenza.

Prima e dopo l’espatrio: più vite in una sola

Hae-Sung è fidanzato in Corea, ma prima di sposarsi vuole vedere la sua Nora e sapere con certezza se è persa per sempre. Pian piano chi guarda il film si rende conto che il loro è qualcosa di più di un amore infantile; piuttosto, è un amore mancato, col suo peso di malinconia e struggimento

Se ne accorge Arthur, che le chiede se Hae-Sung è bello; Nora risponde che è sexy, in uno strano modo coreano. Nora fa incontrare i due uomini: è anche un modo per tranquillizzare il suo attuale compagno e per confrontare in sé stessa due mondi esterni e interni: la vita che ha lasciato e la vita che si è costruita. La vita che avrebbe potuto vivere rimanendo in Corea e la vita che ha realizzato in America.

Hae-Sung non andrà in America perché, anche se è un bravo ragazzo, non lo è al punto da poter scegliere. È deliziosamente normale. L’appuntamento a tre esclude, a momenti, Arthur, che non sa il coreano. È un incontro di grande profondità, ma anche molto doloroso, poiché Hae-Sung realizza che Nora è per Arthur “quella che resta”, ma anche che il legame tra sé e Nora non è né un accidente né un errore. Piuttosto, è un amore che vive su un piano diverso, quello magico delle possibilità e della fantasia creativa. Un amore per vite passate o future, per dirlo alla coreana o alla buddhista. Per Nora è il confronto profondo con le proprie origini che, se da una parte fa male, dall’altra risveglia le forze creative. 

“Abbracciare”, accettare la nostalgia

Il pianto di Nora alla partenza di Hae-Sung parla chiaro, e l’abbraccio di Arthur, che le resta vicino, è garanzia che Nora, che è anche la regista Celine Song, potrà “abbracciare” a sua volta questo dolore e farne fonte di ispirazione creativa.

C’è una morale o un messaggio che si può estrarre da questa storia, qualcosa che possa essere di aiuto a chi si trova in una traiettoria di espatrio e ai loro cari che sono rimasti

Ce ne possono essere molti, ma come psicologa ci tengo a sottolineare un aspetto che mi sta a cuore più di tutti: restare in contatto con il proprio passato e con la propria origine, perché è fonte di salute fisica, di benessere psicologico. Restare in contatto anche se, a momenti, questo porta con sé il pericolo di ammalarsi di nostalgia. Restare in contatto perché nel regno delle origini si celano l’ispirazione creativa e il germe del futuro.

Per chi resta il bisogno di restare in contatto è più evidente. L’altro giorno, durante un pranzo tra cugine, ci siamo scambiate le foto sui cellulari delle nostre nipotine che vivono in Danimarca, in Irlanda, in Spagna. Un pezzo di noi sparato nello spazio, un germe piantato in una terra lontana che parla di pace in un mondo in guerra.