«Can you do me a favor? Can you talk to my mom? Can you tell her that I’m not doing anything wrong on the Internet?»
Questa domanda apre il libro “It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens” di danah boyd e, quasi vent’anni dopo, suona ancora familiare. Ragazzi e ragazze abitano il digitale come uno spazio naturale, mentre gli adulti continuano a guardarlo con diffidenza, o con la tendenza a volerlo regolamentare prima ancora di capirlo. Nell’estate del 2025, per esempio, il Ministero dell’Istruzione e del Merito italiano ha esteso il divieto di utilizzo del cellulare nelle scuole superiori, seguendo una tendenza già avviata in altri paesi. Le politiche cambiano, gli strumenti digitali si trasformano, ma il dialogo tra generazioni su questi temi arranca ancora nel farsi costruttivo, e fatica, soprattutto, nel partire dall’ascolto delle persone più giovani.
Perché il tempo non è tutto
La narrazione mainstream tende a misurare il rapporto tra giovani e digitale soprattutto in termini di tempo trascorso online, trasformando un dato puramente quantitativo nel principale metro di giudizio. Questo contribuisce a costruire l’immagine di una “generazione fragile”, passiva e inconsapevole. La ricerca ci mostra, però, che questo indicatore dice pochissimo sulla qualità dell’esperienza reale. Non dice nulla del come e del perché si abita uno spazio digitale, delle strategie comunicative che si mettono in atto, dei bisogni relazionali sottostanti. In questa prospettiva, il malessere non deriva dallo strumento in sé, ma dal contesto sociale e relazionale in cui è inserito. Il digitale è per gli adolescenti, e non solo, uno strumento espressivo e comunicativo fondamentale.
Che cos’è Adolescenti onlife
Il progetto di ricerca “Adolescenti onlife” nasce proprio dalla necessità di colmare la mancanza di dati qualitativi capaci di descrivere cosa significhi, per i giovani, abitare la dimensione onlife: quella realtà ibrida in cui la distinzione tra vita online e offline scompare, un ambiente a tutti gli effetti in cui si studia, si lavora, ci si incontra e ci si relaziona. La domanda, quindi, non è se influenzi o meno la nostra vita, ma come, e con quali risorse e fragilità ci muoviamo al suo interno.
La ricerca ha coinvolto studenti e studentesse tra i 14 e i 19 anni provenienti dai vari centri di formazione professionale Enaip Piemonte in cinque focus group. L’obiettivo era dare voce a una fascia di popolazione spesso sottorappresentata nella ricerca, attraverso un processo di collaborazione attiva e di co-costruzione della conoscenza in cui ciascuno è stato valorizzato come esperto della propria realtà.
Le domande chiave
I focus group si sono articolati in tre momenti principali, ognuno guidato da una domanda chiave per stimolare la riflessione.
Il primo momento è partito da una domanda: che forma hanno gli spazi online?
Per aiutare i ragazzi e le ragazze a dare corpo a un concetto astratto come il digitale, abbiamo utilizzato delle immagini simboliche, le carte illustrate del gioco in scatola Dixit, chiedendo loro di scegliere quella che meglio rappresentasse la propria idea di internet o un’esperienza vissuta in rete. L’uso dello stimolo visivo ha permesso di superare le definizioni da dizionario, facendo emergere un immaginario fatto di emozioni, esperienze e, talvolta, contraddizioni.
Il secondo momento ha invitato il gruppo a mettersi in gioco attraverso il corpo. Per esplorare gli stereotipi sul mondo digitale, i partecipanti sono stati chiamati a spostarsi fisicamente nello spazio della stanza, posizionandosi in base al loro grado di accordo o disaccordo rispetto a sei affermazioni polarizzanti, pregiudizi comuni sul loro rapporto con il digitale. Vedere il gruppo dividersi, muoversi e confrontarsi ha aperto una crepa nella narrazione mainstream, restituendo ai giovani la voce per raccontare la propria versione dei fatti.
Al cuore della ricerca c’è infine la domanda principale: che cosa influenza la nostra esperienza online?, quesito che ha guidato la discussione di gruppo che ha permesso di esplorare la dimensione onlife attraverso i vissuti quotidiani. In particolare, il dialogo ha approfondito sei nuclei tematici fondamentali: relazioni e amici, famiglia e confini, sogni e visione del futuro, mediazione algoritmica, aspetto economico e benessere percepito.
Che cos’è emerso dai focus group
Le voci dei giovani coinvolti nel progetto ci restituiscono l’immagine di una generazione che abita il digitale come una vera e propria dimensione esistenziale onlife, carica di sfumature emotive e significati.
Gli adolescenti non guardano al digitale come qualcosa che è solo positivo o solo negativo, il loro vissuto tiene insieme più aspetti: il digitale è uno spazio di scoperta, un “portone enorme” che spalanca l’accesso al mondo e alla conoscenza, dall’altro lato immagini come quelle del “pozzo” o della “gabbia” descrivono un ambiente non privo di rischi, un “teatro” dove si recitano ruoli e si indossano maschere per proteggersi dal giudizio altrui scegliendo che cosa mostrare di sé.
In questa realtà complessa i giovani rivendicano una competenza digitale su cui spesso anche la famiglia fa affidamento considerandoli i principali esperti all’interno delle mura domestiche. Tuttavia, questo riconoscimento si scontra con un vissuto di incoerenza genitoriale. Infatti, dai racconti dei ragazzi e delle ragazze emerge con forza la denuncia di un paradosso che vede un mondo adulto che condanna l’uso eccessivo del telefono da parte degli adolescenti senza accorgersi che sono i primi a creare “muri digitali” a tavola o nei momenti di condivisione, ignorando le richieste di dialogo dei figli.
Dal racconto del loro abitare onlife inoltre emerge una consapevolezza critica soprattutto quando raccontano di come gli spazi digitali permettano di mantenere legami a distanza (specie nelle storie di migrazione o lontananza) o offrano ispirazione per definire le proprie ambizioni future. Allo stesso tempo, ne riconoscono i limiti in alcune situazioni: gestire i conflitti in chat è “pessimo” perchè non puoi vedere il volto, lo sguardo, né sentire il tono della voce per decodificare la sincerità altrui, così come vedere vite apparentemente perfette può generare un senso di inadeguatezza.
Le esperienze e riflessioni portate, scardinano la narrazione della “dipendenza”, interpretandola come una semplificazione del mondo adulto che ignora la qualità dei vissuti soggettivi. Il malessere della loro generazione non deriva dallo strumento in sé perché il digitale, di fatto, è solo un amplificatore delle fragilità preesistenti.
Proprio per questo, la loro posizione sul divieto degli smartphone è netta: “vietato vietare”. I divieti sono percepiti come controproducenti, poiché spingono solo a trovare modi creativi per aggirare le regole invece di educare alla responsabilità. Ciò che emerge con forza è il desiderio di essere compresi e non giudicati, la richiesta di un ascolto adulto autentico capace di riconoscere chi sono.
Il digitale, per ragazze e ragazzi, è lo strumento attraverso cui esprimono passioni – dalla musica al disegno, dai motori allo sport – e il benessere onlife coincide proprio con la possibilità di abitare questi spazi sentendosi riconosciuti come interlocutori competenti.
Una conoscenza co-costruita
Incontrare ragazze e ragazzi è stato un modo non solo per raccogliere informazioni, ma per creare uno spazio in cui raccontarsi e ascoltare. Ogni gruppo ha portato prospettive diverse, interpretato in modo originale le domande iniziali e aperto la discussione in nuove direzioni.
Quanto emerso invita a ripensare il modo in cui adulti, istituzioni e società guardano alle nuove generazioni. Parlare di vita digitale significa parlare di benessere psicologico, relazioni, disuguaglianze, possibilità di espressione e costruzione dell’identità. Prima ancora di progettare strumenti educativi, campagne o policy, i ragazzi e le ragazze chiedono contesti in cui non siano destinatari di interventi pensati da altri, ma interlocutori capaci di leggere il proprio presente e contribuire a costruire risposte collettive.
In questo senso, la ricerca vuole provare a restituire anche un metodo di lavoro. Stare in ascolto, fare domande, lasciare spazio alla complessità. Perché la realtà onlife è un ambiente in continua evoluzione che abitiamo tutti, giovani e adulti, spesso senza ancora gli strumenti per capirlo fino in fondo, ed è proprio da questa consapevolezza condivisa che vale la pena ripartire.