Roberta ha vissuto la sua prima esperienza all’estero durante l’Erasmus a Friburgo, senza immaginare che lì avrebbe costruito gran parte della sua vita. Negli ultimi dodici anni ha abitato in cinque città e tre paesi, ha imparato due lingue diverse dall’italiano. Ha accettato un dottorato in Olanda, due post-dottorati tra Germania e Inghilterra, fino a un contratto a termine nella stessa città in cui tutto era cominciato. Ogni tappa, nel momento in cui l’ha scelta, aveva un senso. Del resto fare esperienze all’estero è sempre stato un suo desiderio. Fin da bambina, ascoltava le storie di amici e parenti partiti dall’Italia e le sembrava di intravedere un mondo che arricchisce e apre. Non si è mai sentita parte di una “fuga di cervelli”.
Quello che non aveva calcolato, però, era come si costruisce, in mezzo a questo cambiamento continuo, una vita che non sia soltanto lavoro. Ha conosciuto suo marito, anche lui ricercatore, durante il secondo post-dottorato, e insieme hanno imparato quello che fanno un po’ tutte le coppie con questo tipo di carriera: guardare le offerte che arrivano a entrambi e decidere, di volta in volta, chi segue chi. Oggi hanno una bambina di due anni, nata nel paese in cui vivono adesso, e si chiedono se quello resterà anche il luogo in cui la vedranno crescere.
Una carriera fatta di spostamenti
La storia di Roberta non è unica. La carriera nella ricerca accademica e scientifica è oggi sempre più internazionale, mobile e flessibile, e questo apre opportunità professionali reali ma pesa anche sul benessere psicologico e sulla vita personale di chi fa ricerca.
Quando si pensa alla mobilità accademica si immagina soprattutto allo spostamento geografico, ma a trasferirsi per lavoro significa anche imparare un nuovo sistema universitario, capire regole spesso implicite, costruire una reputazione, trovare finanziamenti, ricostruire da capo una rete sociale, dimostrare continuamente di essere all’altezza, spesso in un ambiente culturale e linguistico diverso dal proprio.
La mobilità richiede energia anche quando, formalmente, non si sta lavorando. Mantenere la possibilità stessa di continuare a lavorare, tra candidature, network da coltivare e progetti da scrivere, è già un impegno costante, che lascia poco spazio al resto. Quando questo coinvolgimento si sovrappone al resto della vita senza confini chiari, cresce il rischio di logorare lentamente ciò che sta intorno al lavoro.
Stress e fatica sono un rumore di fondo
Chi lavora nella ricerca racconta raramente un episodio unico e acuto di crisi, è più un rumore di fondo che accompagna la carriera dal dottorato in poi, a volte anche dopo la stabilizzazione. Orari lunghi, carichi eccessivi, confini sfumati tra lavoro e vita privata, contratti precari, tutti elementi che si sommano nel tempo, più che esplodere in un singolo momento.
Una recente meta-analisi (Dreisörner et al., 2026) stima che quasi un ricercatore su tre, nelle prime fasi di carriera, presenti livelli elevati di disagio psicologico, con tassi di ansia e depressione diverse volte superiori a quelli della popolazione generale. I dati raccolti da EU-OSHA indicano inoltre che una parte consistente di chi lavora in ambito scientifico supera abitualmente le quaranta ore settimanali, e non pochi arrivano oltre le cinquantacinque.
Dietro questi numeri ci sono storie di professioniste e professionisti che raccontano l’ultimo anno di ogni contratto a termine come “uno stress continuo”, assorbiti dalla scrittura di nuovi progetti per garantirsi la sopravvivenza lavorativa del periodo successivo; chi racconta il mese passato a scrivere fino a notte fonda per completare una candidatura a un bando europeo mentre il proprio contratto stava per scadere, e la tristezza, professionale e personale insieme, per il mancato finanziamento.
L’instabilità contrattuale riguarda lo stipendio, ma anche la possibilità stessa di progettare il futuro come comprare casa, avere figli o stabilirsi definitivamente in una città. Da fuori, la carriera di chi viaggia, partecipa a conferenze e collabora con gruppi internazionali può sembrare privilegiata. Da dentro, significa spesso contratti di uno o pochi anni, candidature continue, trasferimenti, e la sensazione di dover essere sempre pronti al prossimo passo.
La flessibilità viene di solito considerata un elemento positivo per trovare un equilibrio tra vita privata e lavora, e la letteratura associa il lavoro flessibile e da remoto a maggiore autonomia e benessere. Ma quando nessuno stabilisce davvero quando il lavoro comincia e quando finisce, diventa difficile stabilirlo da soli.
(Ri)costruire reti sociali
Quando ci si trasferisce, molte cose devono essere riprese da zero, e le reti sociali sono tra queste: non si formano da sole, vanno costruite intenzionalmente, con lo sforzo di mettersi continuamente in gioco per non scivolare nella solitudine. Il tempo libero diventa, allora, prima ancora che un momento di riposo, uno spazio da investire per costruire relazioni e comunità.
Chi vive lontano dalla propria rete di supporto scopre che anche un problema quotidiano può diventare complicato. Non perché manchino servizi o persone intorno, ma perché manca quella rete informale che di solito si dà per scontata: l’amico che può venire a prendere il cane, il vicino a cui lasciare le chiavi, la persona da chiamare senza dover spiegare tutto da capo. Le reti sociali, all’estero, sono insieme un sostegno emotivo e una forma concreta di sicurezza quotidiana. Nei passaggi segnati dal cambiamento, il benessere è favorito proprio dalla possibilità di mantenere continuità nelle proprie appartenenze e, allo stesso tempo, di costruirne di nuove.
Ma costruire legami nuovi non significa smettere di occuparsi di quelli lasciati indietro. Anche le relazioni con chi è rimasto cambiano forma, e spesso si assottigliano. La distanza funziona come un filtro, che riduce i contatti superficiali e lascia sopravvivere solo i legami più solidi. Le amicizie storiche diventano meno frequenti ma, quando resistono, più intenzionali; le visite si concentrano in pochi giorni carichi di aspettative, invece che diluirsi nella quotidianità. È un adattamento che funziona abbastanza bene per le relazioni in cui si può scegliere con chi coltivare e chi lasciar andare. Diventa più complesso quando dall’altra parte della distanza non c’è un’amicizia, ma un legame da cui non ci si può permettere di prendere le distanze.
C’è infatti una distanza che nessuna rete costruita altrove può colmare: quella dalle persone di cui si continua ad avere bisogno, o che hanno bisogno di noi, in primo luogo i genitori che invecchiano nel paese di origine. La tecnologia può ridurre la distanza, ma non elimina il problema: una videochiamata permette di parlare con loro, non di essere fisicamente presenti quando serve.
“Bisogna sempre scegliere tra riuscire a vedere i tuoi genitori, che si stanno facendo anziani, oppure la carriera. Non sopporto l’idea di dire a mia madre ‘ci vediamo fra due o tre mesi’.”
Un equilibrio che cambia nel tempo
È tutto un gioco di equilibrio. Ma l’equilibrio che si trova in un determinato momento non è uguale per tutta la durata di una carriera. Una condizione che a venticinque o trent’anni può essere vissuta come un’opportunità può assumere un significato diverso quando cambiano le responsabilità e i desideri personali.
Non tutti vogliono necessariamente stabilità, figli o una casa nello stesso momento, ma una carriera costruita sulla disponibilità permanente a spostarsi deve fare i conti con il fatto che le persone cambiano. Le decisioni di mobilità diventano più complesse con l’età e con l’emergere di responsabilità di cura verso figli o familiari anziani.
È una scelta individuale, ma pone una questione collettiva. Una carriera è davvero sostenibile se, per continuare a percorrerla, bisogna rinunciare, a un certo punto, a una parte importante della vita che si è costruita?
Su questo non esiste una formula universale. Partire può essere la scelta giusta, restare può esserlo altrettanto, così come tornare. Il problema nasce quando il sistema rende alcune di queste scelte molto più costose di altre.
Non solo una questione individuale
A questo punto diventa difficile sostenere che trovare questo tipo di equilibrio sia semplicemente una competenza individuale. Esistono strategie personali utili, ma funzionano dentro condizioni organizzative precise, e da sole raramente bastano. Spegnere le notifiche o imparare a dire di no sono strumenti utili, ma insufficienti quando il problema riguarda la precarietà, la mobilità obbligata, la distribuzione dei carichi, la mancanza di servizi o la difficoltà di costruire reti di cura. Allo stesso tempo, non sarebbe realistico immaginare una carriera accademica del tutto priva di compromessi: la ricerca può richiedere periodi intensi, spostamenti, disponibilità, capacità di adattamento continuo. La domanda è quanto debba costare tutto questo, e a chi.
Chi fa ricerca può chiedersi quale prezzo sta pagando per questa opportunità, quali attività siano davvero necessarie, quali aspettative stia interiorizzando senza accorgersene, quali persone e reti può tenere accanto a sé lungo il percorso.
Chi coordina gruppi di ricerca può interrogarsi se l’autonomia che chiede ai propri collaboratori sia accompagnata da risorse reali, quanto lavoro invisibile stia distribuendo, se stia valutando soltanto la produttività o anche le condizioni che la rendono possibile.
Le istituzioni dovrebbero chiedersi se la mobilità sia davvero una scelta, se esistano percorsi compatibili con diverse fasi della vita, se le competenze acquisite all’estero vengano riconosciute, quanto tempo della ricerca venga assorbito dalla burocrazia.
Quanto della propria vita si riesce a portare con sé
Forse il punto non è trovare il perfetto equilibrio tra lavoro e vita privata, che probabilmente non esiste. Ci saranno periodi in cui il lavoro occuperà più spazio, e altri in cui saranno la famiglia, una relazione, la salute o la cura di qualcuno a diventare prioritari. Il punto è un altro: possiamo costruire carriere nelle quali questi cambiamenti rimangano possibili?
La vita non è ciò che rimane quando si è finito di lavorare. È anche il tempo in cui si diventa amici di qualcuno, ci si innamora, si cresce un figlio, si accompagna un genitore che invecchia, si torna a casa, si sceglie una comunità, si impara a sentirsi parte di un luogo. La mobilità può aprire mondi, offrire opportunità, trasformare profondamente una persona, ma può anche rendere più difficile costruire e mantenere ciò che chiamiamo, semplicemente, vita. E forse la misura di una carriera sostenibile non è soltanto quanto lontano ci ha portato, ma quanto della propria vita si è riusciti a portare con sé.