Il carico invisibile dell’adattamento: genitori che contengono, bambini che assorbono

Quando una famiglia si trasferisce all’estero, la fatica più grande non è sempre quella che si vede. Stress trattenuto, sensi di colpa, esperienze pregresse che non bastano più come guida: ne abbiamo parlato con Manuela Vecera, psicoterapeuta e collaboratrice di Transiti

Quando una famiglia si trasferisce all’estero, la fatica più grande non è sempre quella che si vede. Stress trattenuto, sensi di colpa, esperienze pregresse che non bastano più come guida: ne abbiamo parlato con Manuela Vecera, psicoterapeuta e collaboratrice di Transiti.

Quando una famiglia decide di espatriare, le domande che ci si pone sono quasi sempre pratiche: la casa, il lavoro, la scuola dei figli, la burocrazia. Eppure, una volta arrivati, emerge una fatica meno visibile, che non compare in nessuna lista di cose da organizzare. È quella del carico psicologico legato all’adattamento, al tentativo di avere tutto sotto controllo e anticipare, e prevedere, eventuali problematiche a cui i figli potrebbero andare incontro. Un quadro che può portare i genitori a far fronte a uno stress non per forza legato a un’unica causa, trattenuto dentro se stessi per trasmettere sicurezza ai figli, anche se i bambini, a modo loro, assorbono tutto.

Ne abbiamo parlato con Manuela Vecera, psicoterapeuta che collabora con Transiti Psicologia d’Espatrio e accompagna da tempo famiglie che vivono lontano dall’Italia.

Partire con tanti strumenti, e scoprire cosa manca

Quando a trasferirsi è un intero nucleo familiare, l’adattamento riguarda il contesto culturale, la scuola, la lingua, ma anche aspetti a cui prima non si era pensato. “Spesso le famiglie arrivano con idee e racconti di altri connazionali già espatriati, che devono poi calare nella propria realtà”, spiega la dottoressa Vecera. “L’adattamento, in fondo, è un modo di mettere in campo le risorse che la famiglia ha”.

C’è una differenza importante, secondo la psicoterapeuta, tra chi parte con la famiglia e chi parte da solo: “La famiglia tende a pensare in anticipo alle possibili problematiche, a prevederle, anche se impossibile, cercando di evitarle o trovando già possibili soluzioni, e quindi parte con più strumenti, senza improvvisare. Chi si sposta da solo, invece, vive un altro tipo di esperienza, a volte meno preparata”.

La scuola: quando l’esperienza del genitore non basta

La prima grande sfida, per i genitori, è quasi sempre quella scolastica. “Il sistema scolastico è diverso, e questo significa che il genitore deve entrare in qualcosa che non appartiene alla sua esperienza. Di solito, quando accompagniamo i figli a scuola, ripercorriamo la nostra vita da studenti e la aggiorniamo. All’estero la propria esperienza non è più sufficiente”.

A questo si aggiunge il confronto, quasi inevitabile, con l’Italia: “Qualunque sistema scolastico viene paragonato a quello italiano, e quasi sempre si dice che il nostro sia migliore. Di quello straniero si ha l’impressione che sia poco professionalizzante, che si impari poco”. Parlare un’altra lingua aumenta le difficoltà, a partire dai colloqui con insegnanti e maestri: “Sono momenti che creano uno stress notevole, soprattutto se a gestirli è un solo genitore, perché l’altro si dedica di più al lavoro. Quando c’è collaborazione tra i coniugi, lo stress si divide; altrimenti ricade su uno solo, spesso sulla figura materna”.

Non c’è solo la scuola. Anche le regole sociali possono spiazzare: “Penso alle famiglie che si trasferiscono in Svizzera, dove i bambini già alle elementari escono e fanno cose da soli. C’è proprio una visione diversa della libertà, e anche qui l’esperienza del genitore non funziona più da guida. Questo può essere destabilizzante, ed è un altro elemento di criticità, insieme agli strumenti e alle difficoltà linguistiche”.

Adulti e bambini: due modi di adattarsi

Ad accomunare adulti e bambini è la nostalgia per i legami lasciati in Italia, ma non è vissuta allo stesso modo. “È molto più sentita dagli adulti, perché parliamo di famiglia e di legami costruiti in una vita intera. I bambini hanno un’elasticità maggiore nell’adattarsi a contesti differenti”.

Eppure, all’inizio, sono proprio loro a opporsi con più forza. “L’adulto cerca di razionalizzare, di spiegare la scelta. Il bambino è più netto nell’opporsi. Nella mia esperienza, bambine e bambini non sono mai d’accordo con il trasferimento, ma poi sono quelli che si adattano meglio e che ci mettono molto meno degli adulti a crearsi una rete di amicizie. Anche il fatto di andare a scuola quotidianamente crea una continuità che gli adulti non hanno”.

Inoltre, emerge il tema dei ricordi, che si trasformano con il tempo. “Mi viene in mente un bambino che descriveva la casa della sua infanzia in Italia con termini grandiosi, e la mamma diceva che non era poi così bella. Ognuno ricostruisce il proprio passato in modo personale”. Un fenomeno che riguarda anche gli adulti: più passa il tempo, più l’immagine dell’Italia che si è lasciata rischia di non corrispondere alla realtà, un’idealizzazione che emerge spesso quando si torna e si scopre che chi è rimasto ha continuato a vivere la propria vita.

Il carico che non si vede: stress, colpa, inadeguatezza

Se quando si tratta di affrontare le grandi questioni pratiche si cerca il confronto nella coppia, quando si parla di “carico invisibile”, ma anche semplicemente il carico mentale, la questione diventa più complessa. “Il genitore accumula stress per trasmettere sicurezza ai figli, ma da qualche parte quello stress deve uscire. Anche quando va tutto bene, l’adattamento è comunque stressante, e spesso non si può dire nulla, soprattutto per non passarlo ai bambini”.

Per questo la collaborazione tra partner è fondamentale: “Insieme si possono trovare soluzioni e strategie. Se invece c’è un solo genitore a portare il peso, lo stress può emergere in momenti poco opportuni”.

Due vissuti ricorrono più spesso di altri. Il primo è il senso di colpa: “È frequente, e diventa maggiore quando io, come genitore, faccio già fatica, perché la fatica di mio figlio mi pesa ancora di più. Se poi il progetto non è condiviso, il senso di colpa aumenta ulteriormente”.

Il secondo è il senso di inadeguatezza, che nasce quando il contesto funziona con logiche diverse e poco conosciute. “Pensiamo a un bambino con sospetta ADHD: il tema della diagnosi è diverso da quello italiano. Chi si occupa della diagnosi? Quali sono gli step burocratici? Oppure a un caso di bullismo, che viene affrontato con un sistema scolastico e sociale diverso. Il genitore si chiede: come si affronta qui? E se non parla bene la lingua, la domanda diventa ancora più difficile”. Questa sensazione, spiega la dottoressa Vecera, mobilita tutte le risorse del genitore, che si trova a cercare aiuto in altri contesti. 

La coppia è un banco di prova

La decisione di partire, in genere, è condivisa, e questo rende le coppie più propense al cambiamento. “Quello che conta, però, è la durata del periodo di ambientamento: quando il carico del cambiamento è eccessivo o le situazioni si fanno più problematiche, si possono verificare rotture”.

L’espatrio è senza dubbio un banco di prova importante. “Può portare a risolvere conflitti oppure diventare la cassa di risonanza di problematiche rimandate” ricorda Manuela Vecera. “Se inizialmente il progetto è condiviso, ma nella realtà non lo è davvero, la sfida può creare difficoltà nel mantenere gli equilibri. Se invece lo è, e i partner si fanno forza l’uno con l’altro anche senza una rete di supporto, l’esperienza può rafforzare la coppia”. Per questo la condivisione deve essere totale: “Se non lo è, alla prima cosa che va storta si rovinano gli equilibri”.

E le sfide non finiscono con l’adattamento. “Una volta superato il periodo iniziale, ne emergono altre: i genitori che invecchiano, pensieri che possono diventare delle bombe. Ci sono famiglie che si erano adattate bene, tra scuola e lavoro, e poi arriva un nonno che si ammala o che muore”. Se la coppia si è rafforzata, potrà affrontare anche queste sfide; se l’equilibrio era precario, possono incrinarlo.

“Dietro tutto questo si intravede spesso l’ansia per il futuro” conclude la dottoressa Vecera. “Un’altra variabile che pesa sull’equilibrio di una famiglia in espatrio, a volte segnale di un adattamento mai concluso del tutto: non una tappa da superare, ma un lavoro che continua, spesso in silenzio, e che si regge sulla qualità dei legami dentro la famiglia”.